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In frigo

Questo blog non è un essemmesse!

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Una pupa in libreria

Il mio spadellare mattiniero è molto spesso accompagnato dalla colonna sonora della tv, ma al sabato mattina non c’è niente su sette canali che sia degno di essere udito. E’ già qualche settimana, però, che bevendomi il caffè prima dell’apertura delle danze mi capita di incappare su un telefilm carino, sul clichè di Friends, anzi penso che abbiano preso la location di Central Pork per ambientare la libreria-caffè dove avvengono le gags.

Non sono troppo fisionomista e mi sono sempre chiesto chi è quella strabonona anche se attempata (non me ne vogliano le amiche) che impersona Skyler. Voglio andare a fondo del mistero. Sul Corrierone trovo il titolo della serie, Una pupa in libreria, e sul sito Mediaset trovo svelato il quesito: ma è Pamela Anderson!
Dicevo che non sono fisionomista, ma una così, con un fisico del genere ancora alla sua età, con due attributi sicuramente siliconati ma decisamente prorompenti, una con i capezzoli sempre duri sotto le magliette attillate, non poteva che essere la Pamela internazionale.

Per chi vuole sapere cosa succede in libreria, cito la fonte ufficiale: Skyler-Pamela è una bionda appariscente che, stufa di una vita vuota e superficiale, all’insegna di scelte sentimentali sbagliate, è decisa a voltare pagina. E’ con questo spirito che un giorno capita nella piccola libreria dei fratelli Gavin (Tom Everett Scott) e Stuart Dewitt (Brian Scolaro), i quali non possono certo fare a meno di notarla. Ma mentre Gavin la considera solo una bambola svampita, Stuart rimane affascinato dal suo sex appeal e le offre un lavoro. E, con sommo dispiacere di Stuart, Skyler coglie l’occasione al volo…

P.S. - Nonostante tutti i miei sforzi, sono costretto ad uscire con la sola edizione scritta. Una foto della Pamela qui ci stava bene (uhm!).

Dal borsello allo zainetto

Popale nel commento al post precedente mi suggerisce lo zainetto per risolvere i problemi logistici legati all’abrogazione del borsello. In effetti lo zainetto è ultracomodo ed ergonomico, ha solo due controindicazioni: lo scippo silenzioso e il doverlo levare-mettere ogni volta che serve qualcosa.

Nell’ultima escursione presso il figliolo a Parigi, a novembre scorso, mi sono attrezzato con l’Invicta rosso di mia figlia. Una mattina esco dall’albergo per andare a far colazione al caffè Vergnano di rue Cler (macchiato italiano in locale veramente italiano),  passo davanti ad un bistrot e da fuori vedo sul bancone un vassoio con una montagna di croissants dall’aspetto regale. Cambio i miei propositi primitivi ed entro. Mi accoglie una graziosa e gentilissima ragazza.
(dialogo in francese)
“Buongiorno signorina. Vorrei un macchiato ed un croissant”.
Mi guarda perplessa e dice:
“Italiano?”
Rimango di stucco e penso “Che cavolo ho sbagliato a dire?
“Sì, italiano. L’ha capito dalla pronuncia?”
“No, è perfetta” - gran respiro di sollievo “Mi pare di cavarmela ancora bene col francese” - L’ho capito dall’Invicta, io sono siciliana”.
Minchia, lo zaino tradisce.

Viva il borsello

La Bella Addormentata ha fatto acquisti ma si lamenta che nella sua borsetta non ci sta più nulla. C’è stato un tempo, nel secolo scorso, che qualcuno per noi uomini aveva inventato il borsello, o borsetto più volgarmente.

Più che per inseguire la moda, quanto per motivi strettamente pratici sono stato uno dei primi ad automunirsi di borsello (ricordo che erano i primi anni Settanta, quelli dei jeans scoloriti superattillati anche per i maschietti, e quindi impermeabili anche al solo fazzoletto).
Il mio primo borsello era nero, piccolino come una pochette, da portare in mano o tipo baguette-sotto-ascella, con la cerniera che permetteva di aprirlo in due, una specie di portafoglio chiuso, solo un po’ più grande.
Poi è stata la volta del Bridge, bello, grande, in pelle marron, con il manico in ottone e la più comoda tracolla, con scomparti e scompartini con cerniera o bottoni, il posto per tre penne. All’inizio mi sembrava troppo grande, ma poi lo spazio era sempre poco per (in ordine puramente casuale):

  • portafogli
  • portadocumenti
  • fazzoletto
  • chiavi di casa
  • chiavi della macchina
  • altre chiavi varie
  • agenda
  • sigarette ed accendino
  • blocco per appunti
  • occhiali da sole
  • penne varie
  • magazine(s)
  • la Repubblica, che essendo in tabloid non doveva essere piegata in quattro.E non c’era ancora il cellulare.

Poi è arrivato un qualche stilista imbecille (probabilmente è stata una donna mossa da invidia) che ha dichiarato out il borsello. Via. Così siamo tornati al punto di partenza.
Oggi si gira: con la tasca posteriore rigonfia come se ci fosse dentro una 44 Magnum (portafoglio con almeno tre carte di credito, patente, carta d’identità, tessera sanitaria, tessera del sindacato, tessera di quello che volete voi, oltre ad euri, bigliettini vari, biglietti da visita…), le chiavi (almeno sei-sette: portone, portoncino, macchina, ufficio, cassetta della posta…) appese alla cintura, agenda sotto l’ascella sinistra, sigarette ed accendino nella mano sinistra, cellulare nella destra, occhiali infilati nel pullover, giornale in mezzo ai denti.

Quei suonatori di strada di una volta, quelli con tamburo, piatti, armonica a bocca e chitarra, sembravano nudi rispetto a noi uomini moderni.

Ditemi che è vero

Come direbbe Aldo: Non ci posso credere!
La vedete anche voi? E’ comparsa la foto della testata. Una quintalata di pazienza, come dice Giuliana, e sono riuscito anche in questo.

Doppio, triplo sorry!

Sto letteralmente impazzendo con questo blog.

Volete sapere com’è andata? Allora mi metto a scrivere il post sulla 500 (v. sotto), trovo una bellissima immagine, con un percorso tortuoso la metto nel post (non è semplice come su Blogger), ed ops! perdo il blog intero. Una settimana di lavoro buttata al vento.

Ho cercato aiuto dappertutto, con il mio amico ingegnere, sulle guide, sui forum, a Padova, a Lourdes. Niente da fare, nothing, rien, nada, null. Alla fine ho deciso una cosa: cambio tema e rifaccio tutto.
Vi sarete accorti che sono cambiati anche i links, ho rifatto le categorie, ma siamo ancora in alto mare.

Mancano i tags degli aggregatori, il contatore, la testata.
La bella immagine della testata non vuole uscire (inutile che diciate che è una gran testata di c…, l’ho già detto io). Probabilmente farò un’interrogazione in Parlamento per vedere se almeno i nostri servizi sanno dove si è rifugiata.
Devo ricaricare tutti i post di Red Chef e del Gabbiano, ma è l’ultima cosa che farò.

Sono riuscito a ricaricare i post nuovi, ma i commenti sono andati persi nel virtuale, ma - lo giuro - li ho tutti nel mio cuore, e vi ringrazio per la pazienza con cui continuate a seguirmi e a pregare il santo protettore degli impossibili.

Consiglio: se vi passa per la crapa la folle idea di metter su casa in proprio, prima fate almeno un paio di sedute dallo psicanalista, poi andate da un webdesign, quindi prendetevi una settimana di ferie, infine mettetevi al lavoro.
Io ho saltato le prime tre fasi.

Sorry

Pagina in costruzione.

Un po’ di pazienza, non abbandonatemi… e pregate per me.

Spuma di Champagna

Ho visto la mia casa dei sogni, quella che vorrei per la mia vecchiaia, non è fatta al computer come il Mulino Bianco, ma è vera, e la potete vedere anche voi nello spot della Spuma di Sciampagne.

Oggi vivo al terzo piano in un appartamento (senza ascensore) che ha due stanze in più, quelle dei figli che non vivono più qui. Alle finestre sbatto il naso contro la chiesa o i tetti delle altre case, più lontano lo sky-line delle montagne contro il cielo. Non mi lamento, ma l’acqua salata che ho nelle vene ogni tanto torna a galla ed ho nostalgia dell’umidità, del freschin, intraducibile in italiano in una sola parola, cioè quel profumo odore di salmastro caratteristico delle zone di mare.

Sogno un’isola modello Filicudi. Sogno solo quaranta metri quadrati, divisi in zona giorno, aperta, e notte (+ bagno ovviamente), tutta in sassi, con i muri almeno di quaranta centimetri, intonatacati rigorosamente di bianco, con piccole finestre per mantenere il fresco d’estate ed il caldo d’inverno. Un solo piano, con il tetto piatto a vasca, o anche con le tegole: in questo caso niente soffitto, ma solo travi a vista.
Fuori è fondamentale un orto-giardino con le azalee, la bouganville, un pino marittimo ed un fico che profumino la casa. E tante piccole colture per il nostro fabbisogno quotidiano.
Obbligatoria una terrazza esterna rivolta a mezzogiorno, con il pavimento in cotto consumato dal sole e dal tempo, ed al centro, sotto una tettoia di giunco, un tavolo con il mio pc, una caraffa di acqua freschissima per allungare lo sciroppo di sambuco ed un posacenere. Qui passerei i giorni incandescenti dell’estate, guardando il mare piatto, scrivendo il mio blog o cosa cavolo ci sarà allora, girando il mondo in web, dialogando in webcam con figli e qualche amico. A mezzogiorno mangeremo il pesce acquistato al posto direttamente dai pescatori, la sera ceneremo guardando la cresta d’argento delle onde.

D’inverno, quando i traghetti non potranno attraccare all’isola per il mare agitato, ci faremo il pane in casa e ci racconteremo della nostra gioventù di fronte al fuoco, ascolteremo i dischi in vinile e magari rivedremo per l’ennesima volta Message in a Bottle.

Come cantava Cenerentola: “I sogni son desideri…”.

Mitica 500

E’ stata presentata la nuova 500 della Fiat. Bella, bellissima, solo che del vecchio cinquino ha solo il nome e quel profilo che ricorda vagamente qualcosa di già visto: ah sì, la mitica 500.

Oggi la prima macchina cos’è? La Golf, la Smart, forse la Yaris. Per quelli della mia generazione è stata la 500. Me la ricordo meglio del mio primo amore.

Avevo ottenuto un incarico annuale come insegnante di corsi professionali a 40 chilometri da casa che potevo raggiungere solo con i miei mezzi. Così decidiamo di comperare la macchina, una che costi poco (eravamo appena sposati ed io ero un precario). Con mio suocero andiamo da un rivenditore di usato; passiamo in rassegna decine di modelli, tutti fuori portata.
In un angolo buio del piazzale vedo una sagometta buttata lì, abbandonata, come un bastardino in un canile comunale.
“Quella quanto viene?”
Novantamila” - era il 1970, forse 100 euro attuali - “C’è da rifare la frizione e sistemare un po’”.
Aggiudicata.
Con santa pazienza, alla sera dopo il lavoro, mio suocero me la rimette in sesto: cambia la frizione, le spazzole dei tergicristalli (grandi come spazzolini da denti), i paraurti arrugginiti, elimina il bloccacarrello dei seggiolini per poterci stare dentro tirando tutte indietro le “poltrone”, ma soprattutto la rivernicia tutta, ovviamente in giallo ocra che andava molto di moda (il rosso era riservato alle Abarth truccate, il nero o il metallizzato non esisteva, il bianco era anonimo).
Con altre 60 mila lire, manodopera esclusa perchè gratuita, mi ritrovo dentro la mia prima macchina. Tettuccio apribile in tela che, vi assicuro, in estate dava la sensazione di essere su una cabriolet, porte (due) controvento, quelle che si aprivano davanti, poi proibite, cruscotto con un (uno) indicatore di velocità, il resto erano lucette rosse che si accendevano in caso di mancanza di benzina od olio, altri comandi a levette, in su per avviare i tergi, in giù per fermarli.

Quella 500, la mitica, aveva un portabagagli che una borsa da tennis era già troppo. Quando facevo retromarcia, se allungavo troppo la mano potevo scottarmi sul motore. Non parliamo del cambio: chi l’ha guidata sa cos’è guidare sul serio, fare la doppietta era un esercizio di abilità che ormai nessuno sa cosa sia e come si faccia (e potrebbe servire ancor oggi sulle nostre auto supertecnologiche in caso di rottura della frizione). Punta-tacco, punta-tacco; per andare a comperare il pane partiva un paio di suole nuove.

Era essenziale, ma incontenibile. Ricordo il mio viaggio a Roma, soprattutto il ritorno, quando a Roncobilaccio il Cinquino decide di non proseguire più. Tum, tum.. tum…tum….. morta in un’autostrada deserta (era il ‘70! non il 2006). Mi fermo sulla corsia di emergenza, scendo sconsolato sotto il sole d’agosto, apro il cofano sperando di trovare un cartellino con le istruzioni per rimetterla in vita. Nulla. Guardo dentro, ma c’era ben poco da vedere in un motore ridotto al minimo; però c’era uno spinotto staccato, come mai? Lo rimetto in sede (era una candela, altro che accensione elettronica) e risalgo speranzoso in macchina. Giro la chiave sul cruscotto, tiro la levetta in mezzo ai sedili e… bruuummm, riparte come una ragazzina fresca fresca.

L’ho abbandonata con nostalgia un paio d’anni dopo per un’altro cult, la Mini. Due anni vissuti miticamente.

Grandi i gay

Sono salpati i galeoni dei Crociati per la liberazione di Gerusalemme dagli Infedeli. Il raduno di tutta la flotta al completo di commodori, capitani e tenenti di vascello, fanteria da mare e ciurma varia è fissato per il 12 maggio nella Città Santa, nel mar di San Giovanni.

Nulla da eccepire in uno stato democratico. Mancano solo i predicatori sopra le cassette della frutta come in Central Park. Sarà una grande manifestazione (e non c’è da dubitarne, visto che l’8 permille frutta dei bei milioni di euro per le attività “sociali” della Chiesa Cattolica) a sostegno della famiglia.
Si potrebbe disquisire sull’ipocrisia di tali soggetti: è risaputo da tutti il gran traffico di auto che ogni sera escono in incognito dal Vaticano per portare gli alti prelati dalle proprie compagne (non mogli, non fidanzate, non concubine, ma un po’ di tutto). Ma questo è un altro discorso.

Trovo, invece, grandiosa l’idea di alcune associazioni di omosessuali di partecipare alla manifestazione per il Family Day. Grandiosa e geniale.
Si va in piazza per i diritti della famiglia? Bene, ci siamo anche noi, famiglie di fatto gay e lesbiche, che di diritti non ne abbiamo. Sotto questo punto di vista i Crociati rischiano di autoaffondarsi sotto il fuoco amico.
Se poi aderiranno anche le coppie di fatto eterosessuali, sarà una Trafalgar del fondamentalismo cattolico.

Cena a Palazzo Chigi

Pennette di Gragnano con carciofi e guanciale
Lombetto di agnello con flan di carciofi
Mousse di pastiera napoletana
Vini: Chardonnay, Teroldego, Passito di Pantelleria

Stanco dei tiggì oggi tutti uguali, cambio canale e dalla procace Antonella (ma è dimagrita?) stanno dissertando sulla cucina di Palazzo Chigi. All’odg un servizio a pagina 12 del Corrierone.
Alessandro Scorsone, da anni ospite fisso della Prova, spiega la sua filosofia di Gran Maestro di Cerimonie nel palazzo del premier, che condivido pienamente, soprattutto quando dice che in cucina rifiuta l’uso di materie prime pregiate, visto che si tratta dei soldi dei contribuenti.
Per la spesa va dal macellaio in via della Scrofa (che i miei amici romani mi dicono non essere proprio il Lidl di Centocelle) e per le verdure al mercatino di piazza Monte d’Oro. Siamo comunque ben distanti dallo stile francese che riserva le carni di classe E solo pour Monsieur le President.

Leggo il menu preparato per la cena con la Cancelliera di Germania Merkel. Per legittimo onor di patria sono felice di vedere che è stato scelto il teroldego, ma mi lasciano perplesso i piatti.
Mi hanno insegnato che lo stesso ingrediente non può apparire in due piatti consecutivi, a meno che non si tratti di una cena a tema.
La regola “classica” prevede un primo leggero (minestra), un eventuale altro primo corposo (pasta), un secondo leggero (pesce) per arrivare all’apice del piatto cosiddetto forte (carne), per finire con il dessert. In questa sequenza non potremo mai e poi mai fare - per esempio - un’anguilla in guazzetto seguita da un umido di carne.
Nel menu-Merkel primo e secondo con carciofi: bocciato all’alberghiera.
Se è vero, poi, quello che sostiene il mio amico sommelier Raffaele, che cioccolato e carciofi non sono abbinabili con nessun vino, che gusto avranno avuto quel Chardonnay e quel Teroldego?
Bah, tutti i gusti sono gusti, o è solo invidia di non essere stato invitato?