Archive for Marzo 21st, 2007

Mar 21 2007

Spuma di Champagna

Published by Maurice under Cazzeggiamenti

Ho visto la mia casa dei sogni, quella che vorrei per la mia vecchiaia, non è fatta al computer come il Mulino Bianco, ma è vera, e la potete vedere anche voi nello spot della Spuma di Sciampagne. Oggi vivo al terzo piano in un appartamento (senza ascensore) che ha due stanze in più, quelle dei figli che non vivono più qui. Alle finestre sbatto il naso contro la chiesa o i tetti delle altre case, più lontano lo sky-line delle montagne contro il cielo. Non mi lamento, ma l’acqua salata che ho nelle vene ogni tanto torna a galla ed ho nostalgia dell’umidità, del freschin, intraducibile in italiano in una sola parola, cioè quel profumo odore di salmastro caratteristico delle zone di mare. Sogno un’isola modello Filicudi. Sogno solo quaranta metri quadrati, divisi in zona giorno, aperta, e notte (+ bagno ovviamente), tutta in sassi, con i muri almeno di quaranta centimetri, intonatacati rigorosamente di bianco, con piccole finestre per mantenere il fresco d’estate ed il caldo d’inverno. Un solo piano, con il tetto piatto a vasca, o anche con le tegole: in questo caso niente soffitto, ma solo travi a vista. Fuori è fondamentale un orto-giardino con le azalee, la bouganville, un pino marittimo ed un fico che profumino la casa. E tante piccole colture per il nostro fabbisogno quotidiano. Obbligatoria una terrazza esterna rivolta a mezzogiorno, con il pavimento in cotto consumato dal sole e dal tempo, ed al centro, sotto una tettoia di giunco, un tavolo con il mio pc, una caraffa di acqua freschissima per allungare lo sciroppo di sambuco ed un posacenere. Qui passerei i giorni incandescenti dell’estate, guardando il mare piatto, scrivendo il mio blog o cosa cavolo ci sarà allora, girando il mondo in web, dialogando in webcam con figli e qualche amico. A mezzogiorno mangeremo il pesce acquistato al posto direttamente dai pescatori, la sera ceneremo guardando la cresta d’argento delle onde. D’inverno, quando i traghetti non potranno attraccare all’isola per il mare agitato, ci faremo il pane in casa e ci racconteremo della nostra gioventù di fronte al fuoco, ascolteremo i dischi in vinile e magari rivedremo per l’ennesima volta Message in a Bottle. Come cantava Cenerentola: "I sogni son desideri…".

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Mar 21 2007

Mitica 500

Published by Maurice under Temps perdu

E’ stata presentata la nuova 500 della Fiat. Bella, bellissima, solo che del vecchio cinquino ha solo il nome e quel profilo che ricorda vagamente qualcosa di già visto: ah sì, la mitica 500. Oggi la prima macchina cos’è? La Golf, la Smart, forse la Yaris. Per quelli della mia generazione è stata la 500. Me la ricordo meglio del mio primo amore. Avevo ottenuto un incarico annuale come insegnante di corsi professionali a 40 chilometri da casa che potevo raggiungere solo con i miei mezzi. Così decidiamo di comperare la macchina, una che costi poco (eravamo appena sposati ed io ero un precario). Con mio suocero andiamo da un rivenditore di usato; passiamo in rassegna decine di modelli, tutti fuori portata. In un angolo buio del piazzale vedo una sagometta buttata lì, abbandonata, come un bastardino in un canile comunale. "Quella quanto viene?" "Novantamila" - era il 1970, forse 100 euro attuali - "C’è da rifare la frizione e sistemare un po’". Aggiudicata. Con santa pazienza, alla sera dopo il lavoro, mio suocero me la rimette in sesto: cambia la frizione, le spazzole dei tergicristalli (grandi come spazzolini da denti), i paraurti arrugginiti, elimina il bloccacarrello dei seggiolini per poterci stare dentro tirando tutte indietro le "poltrone", ma soprattutto la rivernicia tutta, ovviamente in giallo ocra che andava molto di moda (il rosso era riservato alle Abarth truccate, il nero o il metallizzato non esisteva, il bianco era anonimo). Con altre 60 mila lire, manodopera esclusa perchè gratuita, mi ritrovo dentro la mia prima macchina. Tettuccio apribile in tela che, vi assicuro, in estate dava la sensazione di essere su una cabriolet, porte (due) controvento, quelle che si aprivano davanti, poi proibite, cruscotto con un (uno) indicatore di velocità, il resto erano lucette rosse che si accendevano in caso di mancanza di benzina od olio, altri comandi a levette, in su per avviare i tergi, in giù per fermarli. Quella 500, la mitica, aveva un portabagagli che una borsa da tennis era già troppo. Quando facevo retromarcia, se allungavo troppo la mano potevo scottarmi sul motore. Non parliamo del cambio: chi l’ha guidata sa cos’è guidare sul serio, fare la doppietta era un esercizio di abilità che ormai nessuno sa cosa sia e come si faccia (e potrebbe servire ancor oggi sulle nostre auto supertecnologiche in caso di rottura della frizione). Punta-tacco, punta-tacco; per andare a comperare il pane partiva un paio di suole nuove. Era essenziale, ma incontenibile. Ricordo il mio viaggio a Roma, soprattutto il ritorno, quando a Roncobilaccio il Cinquino decide di non proseguire più. Tum, tum.. tum…tum….. morta in un’autostrada deserta (era il ‘70! non il 2006). Mi fermo sulla corsia di emergenza, scendo sconsolato sotto il sole d’agosto, apro il cofano sperando di trovare un cartellino con le istruzioni per rimetterla in vita. Nulla. Guardo dentro, ma c’era ben poco da vedere in un motore ridotto al minimo; però c’era uno spinotto staccato, come mai? Lo rimetto in sede (era una candela, altro che accensione elettronica) e risalgo speranzoso in macchina. Giro la chiave sul cruscotto, tiro la levetta in mezzo ai sedili e… bruuummm, riparte come una ragazzina fresca fresca. L’ho abbandonata con nostalgia un paio d’anni dopo per un’altro cult, la Mini. Due anni vissuti miticamente.

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