Almè, poco più di cinquemilasettecento anime all’inizio delle prealpi bergamasche. Da quattordici anni Almè è sulle pagine della Guida Michelin, da quando Paolo Frosio ha conquistato la sua prima stella dirigendo il Frosio, il bel ristorante nella centrale piazza Lemine, ricavato da un antico palazzo del Settecento.
Paolo Frosio, 42 anni anche se sembra poco più di un ragazzino, nasce e cresce nella vicina Sant’Omobono Imagna, dove i genitori gestiscono la locanda Posta, fondata dal nonno Carlo nel 1910. Paolo è figlio d’arte, dunque: giovincello frequenta la Scuola Alberghiera di S. Pellegrino dove decide che per imparare il mestiere bisogna uscire dalla valle, fare esperienze in grande. Se ne va a Los Angeles, poi a Montecarlo, ma è in California che impara cosa vuol dire fare grandi numeri, cosa vuol dire organizzazione. Paolo: "E’ stata una bella esperienza di vita, ma quando fai grandi numeri ti scappa di mano la cucina, perdi di vista cosa vuol dire fare bene un piatto. Io sono per il ristorante piccolo dove puoi curare al massimo ogni piatto: per questo ho deciso di tornare a casa. Qui siamo in cinque in cucina per quaranta clienti, quanti ne tengono le quattro sale". Maurice: "Perchè in Italia l’alta ristorazione non fa mai grandi numeri?" P.: "Negli Stati Uniti un ristorante nuovo dopo un mese fa centocinquanta coperti, da noi è impensabile, con realtà quasi sempre a conduzione familiare. Da noi non c’è la mentalità dei grandi numeri non solo nei ristoratori, ma neanche nei clienti, che preferiscono le piccole realtà". M.: "I clienti, appunto. Chi sono?" P.: "Certamente non la gente della valle, o molto pochi. Ho la fortuna di essere ad appena dieci chilometri da Bergamo, trenta-quaranta minuti di macchina da Milano e da Brescia, al centro di un triangolo molto importante. Vengono giovani e meno giovani, di tutte le categorie, non c’è un target ben definito". M.: "Sicuramente gente che ha voglia di mangiar molto bene, e non ha paura del prezzo. A proposito: ti spaventa il prezzo?" P.: "Chi è del mestiere sa quanto costano le materie prime che, pur essendo eccellenti, sono le meno importanti nella determinazione del costo piatto. E’ il resto che conta in un’azienda di ristorazione, per cui il prezzo è subito fatto". M.: "Per costruire il successo professionale, in una scala da 1 a 10, cos’è importante?" P.: "Al primo posto, con un punteggio di 8-9, vengono sicuramente le materie prime. Poi a parità con un 7-8 vengono le capacità professionali, ma anche una buona cantina. Direi che con 6-7 possiamo mettere il posto, quello che gli americani chiamano la location, ed il gruppo di lavoro, non solo la brigata di cucina, ma anche l’affiatamento con la sala: io e mio fratello, per esempio, ci dividiamo i compiti e le responsabilità fra sala e cucina, funzioniamo perfettamente ed abbiamo tutto sotto controllo. Poi, con un 5-6 della scala metterei la fortuna, anche se la fortuna non viaggia mai da sola. Le pubbliche relazioni? Contano poco, conta di più il sistema del passaparola tra clienti soddisfatti". M.: "Cosa deve avere un giovane che vuol fare il cuoco?" P.: "La passione. Per fare il nostro mestiere occorre tanta passione, bisogna sentirlo. E la passione cresce se lavori a certi livelli; anzi, più lavori a certi livelli più cresce la passione. Se un giovane forma la sua esperienza su modelli modesti, non gli verrà mai la passione di fare grandi cose". M.: "Il rovescio della medaglia: l’aspetto peggiore del lavoro da chef?" P.: "I tempi. Il sacrificio maggiore è il tempo: noi lavoriamo quando gli altri si divertono, non abbiamo tempo libero nel senso corrente. Lavoriamo quando è festa, e questo pesa notevolmente sulla scelta dei giovani di andare avanti". Ringrazio Paolo Frosio per la disponibilità e la cortesia. Ma anche l’umiltà: in genere pensiamo che a certi livelli un po’ se la tirino, come si suol dire. Evidentemente in Paolo c’è una gran dose di intelligenza che ti mette a proprio agio, da colleghi e basta. Il consiglio è ovvio: prima o poi (lui direbbe meglio prima) passate da Almè, al Ristorante Frosio, ne vale la pena. Per chi è troppo distante va bene anche una visita virtuale, in mancanza di altro.
P.S. - Con questa intervista si apre anche una pagina nuova di questo blog - Parola di Chef - dove saranno raccolti i pensieri dei colleghi che andrò ad incontrare.