Apr 01 2007
Cucina e territorio
Mangiare è un atto politico, ha detto Tim Lang, della City University di Londra sul sito della BBC. Non ce ne rendiamo conto, ma il nostro comportamento a tavola determina una serie di conseguenze che non immaginiamo neppure. Pensiamo al ruolo dello chef: ogni volta che alzo il telefono per ordinare qualcosa, stabilisco l’uccisione di un essere vivente.Visto così tutti noi saremmo tentati di diventare vegetariani. Ma è la legge della natura, mors tua vita mea, la legge della catena alimentare. Possiamo discutere su come rendere meno sadica l’uccisione degli animali, ma la sostanza non cambia. Ho già espresso la mia opinione sulla scelta vegetariana, che rispetto ma non condivido, e quindi non ci torno su.
Perché mangiare è un atto politico? A me piace fare degli esempi, per capire meglio il concetto.
Poniamo che tutti (o la stragrande maggioranza) decidiamo di colpo di non mangiare più frutta. Oltre al crollo immediato dei prezzi, creeremmo il fallimento di migliaia di aziende, un’esplosione della disoccupazione con conseguenze sociali e di ordine pubblico inimmaginabili, dal momento che oramai gran arte del bracciantato agricolo è determinato dagli stranieri. Ma crisi anche di molto dell’indotto: pubblicità, trasporti, logistica, banche. Per questo sono sempre molto critico sulla diffusione superficiale e molto spesso incosciente di notizie che sono circoscritte, ma che creano un’onda d’urto pari ad uno tsunami, vedi aviaria, mucca pazza, vino all’etanolo.
E c’è un altro aspetto che sta movimentando il dibattito nel mondo del food, non solo nostrano. Si parla e si straparla di territorialità della cucina, della scelta di prodotti legati al territorio circostante, e questa è una decisione politica che ogni cuoco fa per conto dei suoi clienti. Anche qui facciamo un esempio banalissimo: le patate. Ogni regione italiana produce le patate, un po’ come le ceramiche. Se compero quelle prodotte sotto casa, si fa per dire, hanno dei costi aggiuntivi minori rispetto a quelle importate dall’Olanda o dalla Germania (trasporto, stoccaggio, e via dicendo). Una tazzina di caffè del bar ha dei costi aggiuntivi che sono superiori al prezzo della tazzina stessa. Che poi quelle tedesche costino meno delle nostre, è un altro discorso che ci porterebbe lontano.
Scegliere i prodotti del territorio, cioè quelli che possiamo trovare dai nostri produttori nel giro di qualche decina di chilometri, non solo incentiva l’economia locale, ma ci proietta dentro dei dei gusti che non troviamo altrove. Purtroppo noi italiani siamo malati di esterofilia in patria e di campanilismo culinario all’estero: a Singapore o a Città del Capo andiamo subito alla ricerca di un ristorante che faccia gli spaghetti al dente, mentre cerchiamo la papaia per un’insalata esotica. Sono tutte scelte politiche.




























