Apr 18 2007
Una vita da biscotto
Una vecchia foto in bianco nero. Un bambino, ancora con il fiocco celeste della prima elementare al collo, sullo sfondo di una vecchia Topolino decapotabile. Il bimbo sta mangiando dei biscotti che tiene nella mano sinistra. Dal mio album ho tirato fuori questa foto. Di quel momento ricordo che ero appena uscito da scuola, alla fine del pomeriggio - sì, perché allora esisteva il doppio turno, dato l’elevato numero di scolari del dopoguerra - ero affamato e mia mamma mi aveva portato un sacchettino di biscotti. Non ricordo altro, ma il gusto di quei biscotti ce l’ho ancora qui. Erano biscotti secchi che si vendevano anche sciolti, a forma di lettere dell’alfabeto o di ochetta, talmente secchi che mi si impastavano sulla lingua e sul palato; duravano a lungo in bocca, perché la saliva doveva essere prodotta a litri per poterne fare qualcosa di digeribile. Penso che sia da allora che ho sempre odiato i biscotti secchi, anche nel tè o nel caffelatte. Oggi preferisco i frollini molto zuccherati: per un galletto del Mulino Bianco rinuncio a tutti gli altri. Ma ogni età è stata contrassegnata da un tipo di biscotti, come una colonna sonora. Alle elementari le mie colazioni in cartella erano costituite da un panino con il burro e lo zucchero, quindi niente biscotti. Questi sono arrivati alle medie, in collegio, con il carico domenicale della mamma. Adoravo i Bucaneve o i wafers che sgranocchiavo alla sera, sotto le coperte, pianissimo per non farmi sentire. Quattro o cinque ogni sera, perché un pacchetto doveva durarmi tutta la settimana, fino alla prossima visita della mamma. Al liceo sono arrivate le delicatessen, i biscotti farciti alla frutta. Il massimo erano quelli ai fichi, cicciotti, più fichi che pasta, dolcissimi, intinti nel vin santo o nel vermouth. ‘A fine ‘o munno, direbbe il mio amico Alberto. Poi è subentrato il periodo salato, con i crackers, rotondi o rettangolari, il classico snake da consumare di fronte alla tv al naturale. Nella versione più sofisticata sui crackers veniva spalmato il burro prima di adagiarvi sopra il salmone piuttosto che le acciughe, il patè di olive o quello che la voglia e la fantasia suggerivano al momento.
Negli ultimi anni le peregrinazioni mi hanno portato ad apprezzare prodotti artigianali che rimpiango ancora oggi. Nella piemontese Val di Susa un panificio vendeva dei biscotti di farina di mais, dalla grana grossa, ma così delicati nella gradazione zuccherina che fermarsi dopo il terzo era sempre un dramma. Un biscotto per tutte le occasioni. Nella maremmana Manciano fino a pochi mesi fa Fiorenzo faceva nel suo panificio i cantucci, insuperabili, imparagonabili ai vari cantucci più o meno senesi, più o meno industriali. Duri al tatto, una volta tritati sotto i molari diventavano morbidi, fragranti con le loro mandorle, deliziosi se abbinati ad un buon vino come un Morellino di Scansano. Oggi i biscotti li faccio io, e spero che almeno ad una persona rimanga nei prossimi anni un piccolo ricordo. Sarebbe una bella soddisfazione.

















































