Mag 03 2007
Nulla di personale
Giovedì, giorno di "riposo" settimanale, tra virgolette perché nell’unico giorno libero - beati gli impiegati bancari! - si accumula tutto quello che si è accantonato durante la settimana, come andare dal medico, fare la spesa settimanale, portare al Centro Raccolta Materiali tutti i residui ben separati per la raccolta differenziata, le pulizie di casa, la lettura di riviste e magazines. Per un cuoco, o almeno per me, è una giornata distante dai fornelli, quindi a mezzogiorno a pranzo dalla suocera ed alla sera cena disimpegnata in pizzeria. E stasera andiamo al Camping, dove il collega in cucina fa da mangiare molto bene, per essere in una pizzeria. Michele si libera dalle comande e si concede una mezza grappa con noi, già arrivati a fine pasto. Guarda caso, si unisce a noi anche Lello, proprietario di un’altra pizzeria, anche lui in giornata di libertà ed anche lui capitato nello stesso locale. Mettete insieme due cuochi o due esercenti, se tre ancora meglio, ed il discorso è solo e soltanto uno: il lavoro. Ci troviamo così a mettere in tavola i nostri rispettivi problemi, che si riducono ad uno solo, il personale. Tempo fa ci si lamentava delle tasse o della burocrazia, delle nuovi leggi e dei regolamenti che attanagliano il nostro lavoro, oggi il problema principale è il personale, di cucina o di sala non importa. In tempi di ristrettezze economiche, se non addirittura di fame, i genitori mandavano i figli "a bottega" ad imparare il mestiere, e poco mancava che si pagasse "il padrone" perchè insegnasse l’arte al pargolo, ma era qualche secolo fa. Di fronte al figlio che non ha voglia di studiare, ma un pezzo di carta bisogna pur averlo, il genitore sceglie - in ordine decrescente - ragioneria, le magistrali, l’Iti ed infine la scuola alberghiera. Su cento ragazzi e ragazze che escono dalle cucine dell’alberghiera forse cinque l’hanno frequentata perché appassionati ed innamorati dei fornelli. Questi cinque, ovviamente, tendono al meglio e si indirizzano subito verso il meglio, cioè almeno le quattro stelle se alberghi o almeno la segnalazione sulla Michelin se ristorante, quando addirittura non partono subito con la loro bella valigetta verso paesi lontani. E non badano alla paga, perché se vuoi imparare la prima cosa è lavorare, il guadagno arriverà. Rimangono gli altri novantacinque che, dovendo lavorare in un ambiente di cui non gliene importa niente, badano solo a lavorare quanto meno possibile guadagnando il più possibile. Normale quindi che, se dopo sei mesi trovano un posto come magazziniere al supermercato a cento euro in più al mese, non ci pensano due volte a mandare a quel paese toque e giacca bianca per mettersi il grembiule blu. Normale quindi che non gliene importi niente né di imparare né di far bene un piatto, perché sanno che è solo un momento di passaggio verso il ganzo che le sposi o il posto sicuro con il 27 assicurato, meglio se pubblico. Mi piacerebbe tanto incontrare uno a caso di quegli autori di libri sul management, sui 100 modi per motivare i dipendenti, su target aziendali, scalata verso il successo e puttanate del genere. Andate a lavorare veramente, invece di guadagnare sui diritti d’autore. E se qualcuno vuole approfondire questi ultimi argomenti non ha altro che da fare un fischio: ho uno scaffale intero della libreria da liberare.


















































