Mag 03 2007
Bianca o gialla?
Il termine polenta deriva dal latino puls, specie di polenta di farro (in latino farfarina) che costituiva la base della dieta delle antiche popolazioni italiche. I greci usavano invece solitamente l’orzo. Da qui deriva la frase “Dammi polenta e acqua: in tal modo, quanto a felicità, sarò un emulo dello stesso Giove” che sarebbe stata pronunciata da Epicuro, il filosofo greco del secolo IV-III a.C. Tuttavia, a quei tempi la polenta non poteva essere certo quella che intendiamo noi, dal momento che il mais fu introdotto in Europa solo dopo la scoperta dell’America. Il pensatore doveva quindi riferirsi a una delle varie pappe di cereali che in greco erano chiamate "pòltos". A Roma si gustava invece il pulmentum: era una sorta di purè ottenuto con chicchi di farro o di frumento torrefatti e cotti con un paiolo di bronzo.La polenta è formata da un impasto di acqua, farina di cereali (tipicamente granoturco) o altri vegetali e sale, cotto in un paiolo (la tradizione vuole che sia in rame) per circa mezz’ora. La farina da polenta è solitamente macinata a pietra ("bramata") più o meno finemente a seconda della tradizione della regione di produzione. In genere la polenta viene servita in tavola su di un asse circolare coperto da uno straccio e viene servita a seconda della sua consistenza, con un cucchiaio di legno o a fette tagliate con un coltello sempre in legno o con una corda.
I primi a portare "industrialmente" la polenta in Italia sono stati i veneziani, dopo la scoperta dell’America, a bordo delle loro navi. La fortuna che la polenta ebbe subito, specie presso le classi meno abbienti, fu dovuta al fatto che il mais era più facile da conservare rispetto ad altri cereali fin allora usati. Se la storia è vera, allora la polenta originale, autentica, è solo e soltanto bianca. Infatti, nella cucina tradizionale veneziana, quando si dice polenta si intende la polenta bianca, non esiste altra varietà. Da Venezia l’uso della polenta bianca si è diffuso nelle limitrofe terre del trevigiano e del padovano, a Rovigo e fino al Friuli. Già a Belluno la polenta diventa gialla. Quando da piccolo mia madre preparava le seppie al nero, o il baccalà mantecato o i folpi in umido, l’unica polenta che veniva servita in tavola era la polenta bianca, morbida, delicata, fatta nel paiolo di rame, non tenera da colare dalla forchetta, ma neppure dura. La cottura era lenta e lunghissima; era pronta quando sulle pareti del paiolo si formava la classica crosta, meglio ancora se leggermente bruciata, che dava un leggero sentore di affumicato. La mamma della mamma, mia nonna Maria, passava ore intere a preparare il pentolone di polenta, rigorosamente bianca, per la numerosa famiglia. Il paiolo era enorme, o a me sembrava enorme, anche perchè la nonna era una donna minuta, ormai curva sotto il peso dei suoi novant’anni. Abitava in campagna, nell’entroterra veneziano, e quindi sulla tavola non arrivava il pesce, ma tante verdure freschissime appena colte dall’orto: radicchio amaro a foglia larga, cetrioli strepitosi, pomodori che grondavano di sugo e di semini. Quand’era l’ora di pranzo, quando tutti erano già seduti a tavola, non prima, la nonna scodellava la polenta su un enorme tagliere di legno, lo scuoteva perchè si distribuisse uniformemente sulla superificie per dar modo di raffreddarsi prima, e la tagliava con il classico spago. Lo spago era obbligatorio per tagliare la polenta. Si dice che gli abitanti di una certa isola veneziana (e qui le versioni divergono a seconda di chi lo racconta) siano morti di fame perchè non avevano lo spago per tagliare la polenta. Oggi che la cucina è anche estetica, la polenta è diventata gialla, ma non è la stessa cosa.




























Bianca o gialla, l’adoro comunque! In val di Fassa, quando andavamo a giocare con gli slittini, al rifugio facevano quella bianca, buonissima, con i funghi, con il formaggio, con il capriolo….
Peccato che qui a Bologna si trovi solo la farina gialla di mais!
Da un punto di vista nutrizionale, sarebbe un valido sostituto del pane e della pasta per chi ha intolleranze al grano e derivati e ai lieviti.
io la conosco solo gialla…sono curiosa di assaggiarla bianca!
…e a parlare di polenta mi tocca uscire dal buio, qui in Friuli a casa mia la facciamo ancora così, paiolo di rame sul fornello a legna, farina bianca o gialla in base alla voglia del momento, ma rigorosamente “nera” (con la farina di saraceno) se ad accompagnare il baccalà mantecato. Sempre piuttosto soda come consistenza.
W la polenta, e complimenti per il blog!
Maik
Un’altra voce dal Friuli! In realtà ci sarebbe un’altra farina ancora più “autentica” di quella prodotta con il grando saraceno. Purtroppo non mi ricordo come si chiama, ma risulta molto consistente e particolarmente adatta alla selvaggina. Non viene coltivata su larga scala e attualmente penso ci sia una sola signora in Friuli che coltiva questo grano per una produzione a livello amatoriale. Ma garntisco che non ho mai mangaito una polenta simile!
Mi sa che la farina a cui ti rifersici l’ho provata anch io, è grezza, gialla di base e macinata a pietra in un paesino carnico?
Le signore piu anziane in alta carnia resistono ancora a piantarsi nell’orto il mais necessario alle polente dell’annata. Quand’è pronto viene raccolto e portato al mulino, dove ognuno ottiene il proprio sacco di farina, ne risulta una polenta impagabile e diversa da paese a paese!
In parallelo, c’è chi fa la valsugana precotta nella pentola d’acciaio o…nel microonde!!! :-D!!!
Penso sia proprio quella! Ho provato a cercare su internet, ma niente, non ho trovato. La polenta “rapida” che sa di acqua purtroppo capita di farla anche a me a volte. Ma di solito non è mai parte fondamentale della tavola. Quando invece lo è, la trovo sempre dai miei, fatta ancora nel vero paiolo che affonda nello “spolert” (che non è più quello bianco di una volta, un po’ più tecnologico ma va bene lo stesso!). E di solito accompagna selvaggina, coniglio o lumache (purtroppo sempre più rare). Se mi sentono gli animalisti…!!!