Mag 28 2007
L’ultima caccia
Il vento fresco del mattino tentava di sollevare la nebbia che si era addensata nella valle durante la notte. Ed assieme al vento arrivava alle narici di Lupo Grigio anche l’odore inequivocabile dell’uomo: da qualche parte nel bosco si stava aggirando un uomo, e questo voleva dire pericolo, se non morte. Non che importasse molto della morte a Lupo Grigio. Ormai da tre notti aveva abbandonato il branco, la sua famiglia, quella famiglia che aveva difeso da ogni insidia per molti inverni, trovando loro cibo a sazietà in ogni stagione, di giorno e di notte, lottando contro i predatori e contro anche gli uomini. Ma ormai era diventato troppo vecchio: erano più le volte che tornava dalla caccia a bocca vuota che non quelle in cui poteva esibire qualche trofeo ai giovani del branco. Ed i giovani ormai era adulti, cacciavano per conto loro e per le loro compagne, il branco si era ingrandito e non c’era più posto per lui. Lupo Grigio lo sapeva, aveva sentito lo Spirito sfiorare il suo pelo opaco, aveva udito il suo richiamo. Ed una notte senza luna, quando il branco stava dormendo sazio sotto i grandi abeti della montagna di mezzo, si era alzato, si era stirato facendo scricchiolare le ossa ormai vuote, e se n’era andato. Doveva trovare il luogo dove suo padre e gli altri lupi anziani avevano incontrato lo Spirito: lì si sarebbe addormentato e si sarebbe risvegliato nel Bosco Bianco, dove c’erano tutti i lupi che lo avevano preceduto, dove non bisognava cacciare né preoccuparsi dell’uomo, dove il fiume scorreva eterno. Lupo Grigio rizzò le orecchie per sentire se, oltre all’odore dell’uomo, c’era anche qualche rumore che l’accompagnasse. Conosceva bene anche i loro rumori, quando pestavano senza ritegno le foglie del sottobosco, quando spezzavano i rami dei rovi, quando caricavano i loro bastoni di fuoco, quando il fuoco sibilava vicinissimo e bruciava il pelo, o ancor peggio la carne. Istintivamente Lupo Grigio si leccò le due ferite lasciategli dai bastoni di fuoco, sei o sette primavere prima, ormai non lo ricordava più. Per fortuna era stato colpito solo di striscio quando la sua pelle era ancora giovane, ed era guarito presto. Nessun rumore gli giungeva da est, o forse sì, forse dell’acqua mossa. Non quella del torrente, altra acqua. Rizzò ancor più le orecchie appuntite: distingueva perfettamente il battito di ali di una coppia di pipistrelli, il gorgoglio di un gufo non molto lontano, ma su tutto aleggiava lo stesso odore di uomo. Non era così che voleva unirsi allo Spirito, non certo per mano di un uomo e del suo bastone di fuoco. Se questo era quello che voleva lo Spirito, avrebbe assecondato il suo volere, avrebbe comunque combattuto per l’ultima volta, per poter incontrare gli altri lupi con la coda ritta ed il petto aperto, non come le iene. Si alzò con lentezza ed uscì dalla tana di rovi in cui aveva passato la notte. La nebbia si stava a poco a poco diradando mentre i primi raggi del sole cominciavano a filtrare tra i rami più alti. L’erba, la prima erba dell’anno, era fradicia dell’umidità della notte e dai rami dei larici cadevano gocce come alla fine dei temporali. Ritto sulle quattro zampe Lupo Grigio si crollò l’acqua di dosso, rabbrividendo perché il suo pelo non riusciva più a proteggerlo come una volta. Con cautela scese lungo il pendio, in silenzio, attratto da quell’odore come fosse una preda. Neanche più gli uccelli del bosco si accorgevano di lui, del pericolo che una volta la sua presenza rappresentava per ogni essere vivente, ed iniziavano a cantare la loro allegria mattutina nascosti tra i rami folti. Ogni dieci passi si fermava, annusando l’aria e rizzando le orecchie per scoprire altri rumori. L’odore si faceva più intenso ed ora i suoni erano diversi. Scese ancora tenendosi sempre al coperto, finchè giunse sul limitare di una roccia. Sotto di lui, a non più di una ventina di metri, c’era una piccola radura con la tana dell’uomo, una dimora minuta, dove spesso qualche cacciatore passava la notte prima di inoltrasi nel bosco per sterminare col suo bastone di fuoco. Ne aveva visti molti di quei predatori a due zampe nella sua vita, li aveva osservati a lungo, entrare ed uscire da quella tana, e sapeva che non portavano niente di buono. Ora la nebbia si era alzata completamente e dalla dimora usciva il fumo di un fuoco interno, fatto di legna secca che gli uomini tenevano al riparo dalla pioggia. Qualcuno si scaldava o scaldava del cibo, com’erano soliti fare gli uomini. Nessun altro segno di vita. Rimase per lungo tempo a fissare la dimora. Un tempo sarebbe corso ad avvertire il branco, a radunare i cuccioli, a portarli più in alto assieme alle femmine, in luoghi che solo lui conosceva, al riparo da ogni bastone di fuoco umano. Ora però il suo compito era esaurito, ci avrebbero pensato i giovani lupi maschi. I suoi occhi scrutavano ogni angolo della radura sotto di lui. Qualche corvo si posava in cerca di cibo, beccava qua e là, e si alzava di nuovo in volo. Nulla di cui preoccuparsi. Ma ad un tratto dalla tana di legno uscì una figura. Non era un uomo, non aveva bastoni di fuoco, aveva i capelli lunghi: era una femmina di uomo. Ne aveva già viste altre, quando da giovane si era avvicinato sprezzante al paese degli uomini: le loro femmine portavano i capelli sciolti ed ondeggianti sulle spalle, molto spesso tenevano dei cuccioli in braccio, ed avevano un odore speciale, diverso da quello aspro dei maschi, un odore che ricordava certi profumi dei fiori. Mai una di loro aveva con sé il bastone di fuoco, e questo lo aveva convinto che non c’era da temere da loro. La femmina di uomo si guardò attorno, volse il viso al sole e con le mani sciolse i lunghi capelli neri che ondeggiarono al vento leggero. Si strofinò le braccia con le pallide mani, probabilmente il fresco del mattino le punzecchiava la pelle sotto il maglione che le copriva anche il collo. Tornò dentro alla sua tana e ne uscì poco dopo con una borsa nera che appoggiò al tavolo di assi massicce eretto davanti alla casa. Si sedette sulla panca ed estrasse dalla borsa una scatola grigia che aprì in due, aspettò qualche attimo e si mise a tamburellare con le dita sulla scatola, fissando attenta l’altra metà della scatola aperta. Lupo Grigio non capiva, né avrebbe potuto capire, cosa stesse facendo la femmina di uomo con quella cosa fra le mani; di sicuro non era pericolosa, anzi, sembrava una creatura pacifica, per niente conscia della sua presenza. Indietreggiò di qualche passo strisciando sull’era senza alzarsi, e quando fu sicuro di non essere visto, si rizzò sulle quattro zampe e prese a discendere il costone. Schermato dai cespugli e dalla bassa vegetazione del bosco girò tutt’attorno alla radura e si portò dietro la casa; sulla destra c’erano delle piante di felci, fitte come il grano, sarebbero state un ottimo rifugio per osservare meglio senza essere visti, ed erano sotto vento. Con pochi passi silenziosi vi si infilò dentro e si accovacciò, sbirciando tra le foglie. La femmina d’uomo fissava quell’oggetto davanti a sé, fatto di finissime foglie bianche, attaccate una all’altra, che la donna spostava da destra a sinistra ritmicamente, ad intervalli regolari. Ogni tanto alzava lo sguardo, sembrava guardare nel vuoto il bosco, a volte allargava le braccia, si passava le mani fra i capelli o sulle spalle, e poi riprendeva a toccare con le dita quelle foglie bianche, incurante del passare del tempo. Il sole aveva percorso un quarto di giro nel cielo quando la femmina si alzò, chiuse la scatola ed entrò in casa. Lupo Grigio, immobile nel suo nascondiglio di felci, sentiva le foglie e la terra bagnata sotto di sé, sentiva il dolore che gli percorreva le ossa che neppure il caldo del sole riusciva ad attenuare. Attese ancora, perché era sicuro che la femmina d’uomo uscita ancora, magari portando del cibo. Sì, era odore di cibo quello che sentiva adesso, e proveniva dall’interno della tana. Era quel cibo che piaceva agli uomini, che a volte aveva assaggiato nel bosco, abbandonato ai margini di qualche torrente. Sapeva di strano, tutto salato come le gocce di sudore sul pelo dopo una corsa, non era dolce come la carne che cacciava. Nonostante fossero tre giorni che aveva abbandonato il branco e tre giorni che non toccasse cibo di sorta, non aveva voglia di mangiare. Il ventre gli si era incavato, ma sapeva che poteva aspettare ancora un po’: quando avesse incontrato lo Spirito dei lupi avrebbe mangiato a sazietà, senza dover più cacciare, perché le migliori prede erano la ricompensa per un lupo che, come lui, per tutta la vita si era prodigato a sfamare la sua sposa ed i suoi cuccioli. Quanti ne aveva messo al mondo! E li aveva visti crescere tutti, forti e belli come solo i figli di un capobranco possono essere, e tutti, uno dopo l’altro, se ne erano andati a formare un altro branco. Nelle notti serene, quando la luna era alta e tonda nel cielo, si erano spesso sentiti, lui e gli altri suoi figli, ululando da una valle all’altra, con l’eco che portava lontano i loro messaggi. Purtroppo qualche cucciolo era anche morto, vittima della propria sconsideratezza o del proprio ardire, ma anche in quelle sorti non aveva pianto: un giorno sapeva che li avrebbe incontrati di nuovo nel Bosco Bianco del grande Spirito. E quel momento stava per arrivare, lo sentiva sempre più vicino, anzi, ora ancora più vicino. Stava quasi per addormentarsi al tepore del sole quando la femmina d’uomo uscì dalla sua dimora, come aveva previsto. Non aveva più addosso la maglia del mattino e la sua pelle bianca sembrava splendere dello stesso colore della luna sotto la luce del meriggio. La femmina si distese sul prato ed allargò le braccia, come se volesse prendere o essere presa dal sole, i capelli corvini sparsi sull’erba. Lupo Grigio non aveva paura della sua presenza, anzi la rassicurava. Per un qualche motivo gli ricordava sua madre, quando era un cucciolo e si attaccava alle sue mammelle. Gli sembrava che la femmina di uomo avesse la stessa dolcezza, la stessa presenza rassicurante di quando, il piccolo ventre sazio di latte, si accovacciava vicino alle sue zampe e si scaldava al sole. Gli venne in mente quando mamma lupa se ne stava sdraiata a riposare, e lui le girava intorno, e la leccava sulle orecchie e sul muso finchè anche lei non lo coccolava, mordicchiandolo sul collo e sulla schiena, per leccarselo poi tutto, come solo una mamma lupa sa fare. Ed aveva ritrovato, poi, adulto, la stessa tenerezza nella sua compagna, la femmina del capobranco, bellissima, forse la lupa più bella che si era vista nei boschi. Quante volte avevano corso insieme nelle notti in mezzo ai boschi, quanti pericoli avevano superato insieme, finchè lo Spirito l’aveva chiamata a sé, e lui era rimasto solo e triste a guidare il branco. Forse la femmina di donna era lo Spirito della sua femmina che era venuta ad accompagnarlo per il grande viaggio. Una lacrima gli scese dagli occhi e gli bagnò una zampa. Lo Spirito era arrivato anche per lui, era lì vicino, e voleva andarsene con una carezza, l’ultima. Lupo Grigio si alzò sulle zampe, guardò bene in giro girando la testa a sinistra e a destra, ed uscì dal nascondiglio di felci. In silenzio si avvicinò alla femmina d’uomo: l’avrebbe salutata leccandogli il muso ed avrebbe aspettato che lei lo leccasse e lo mordicchiasse, come faceva mamma lupa. Poi avrebbe potuto andarsene per sempre nel Bosco Bianco. Senza fretta le si avvicinò di qualche passo, si accovacciò sperando che fosse lei ad accorgersi di lui. Sentiva il dolore dentro di sé farsi sempre più forte. Senza alzarsi si avvicinò ancora un po’ strisciando, ora la poteva toccare con il muso, strofinarsi contro la sua pelle, farsi consolare dal suo corpo. Stava già per leccarla sul collo, dirle che era lì ed ora potevano andare insieme nel Bosco Bianco, quando la femmina d’uomo si mosse, lo vide, si alzò di scatto e scappò urlando dentro la casa. Non era così che faceva mamma lupa o la sua femmina. Vide la porta della tana dell’uomo chiudersi con un gran frastuono e lui non riuscì a capire cosa fosse successo. Rimase per qualche attimo come inebetito: non era lo Spirito che era venuto a prenderlo, era solo una femmina d’uomo spaventata. Guardò davanti a sé e sentì un vento freddo che gli percorreva la schiena, dalla punta della coda fino al collo; sembrava il vento che annunciava la neve quando le foglie del bosco impallidivano alla fine della stagione calda, ma non poteva essere, mancava ancora molto tempo alla stagione della neve. Sentiva freddo, sempre più freddo. Si raggomitolò per riscaldarsi, mise il muso in mezzo alle zampe anteriori, fissando sempre quella porta dove era scomparsa mamma lupa. Aspettò ancora che uscisse per venire ad accarezzargli il pelo ruvido. Il sole allungava sempre più le ombre ed ogni rumore sembrava improvvisamente cessato. Non sentiva più lo scorrere del fiume e il chiacchierare degli uccelli, solo uno strano silenzio e dei vaghi ululati lontani. Chiuse gli occhi a ricordare le dolci femmine di lupo che aveva incontrato nella vita, sua madre e la sua sposa. A poco a poco sentì tornare il calore dentro le vene, il dolore uscire dalle ossa ed una nuova forza riempirgli il petto, come se fosse tornato indietro di tante primavere. Riaprì gli occhi e vide attorno a sé il Grande Bosco Bianco.


















































Che bella storia…Bellissima davvero…
Grazie, Coniglia, per fortuna che ci sei tu.
Sempre e comunque, perchè bisogna parlare e dire ciò che si pensa, tanto più se si legge una storia commovente come questa…Povero lupo avrei voluto esser io quella donna per accarezzarlo…un bacio e buonanotte :)