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Giu 11 2007

La grande assente

Published by Maurice under Alimenti

Nonostante tutti gli appelli al mangiare sano, vi siete accorti che dai menu dei ristoranti è scomparsa la frutta? Una volta esisteva il dessert di frutta fresca nature o nella versione macedonia. Poi un po’ alla volta è scomparsa, lasciando il posto alle elaborazioni: mousse, torte, savarin, gelatine, e chi più ne ha più ne metta. Forse perché pochi conoscono il galateo a tavola: le ciliege si mangiano con le mani, ma il nocciolo come si scarta? La banana come si sbuccia? Chi è ancora capace di pelare e mangiare con forchetta e coltello una mela o un’arancia? Non parliamo, poi, del personale di sala: c’è ancora un cameriere capace di pulire e servire un ananas di fronte al cliente? Ma anche quando sulle tavole veniva servita la coppa di frutta fresca, c’è sempre stata una grande assente da tutte le tavole, anche da quelle delle trattorie: l’anguria. stockfood_italy_658943.jpgIl citrullus lanatus, in italiano cocomero o anguria, era conosciuta già dagli egiziani 5000 anni prima di Cristo e dai Cinesi nel X secolo d.c. Da noi arriverà nel 1200 per allietare le nostre caldi estate. Il popone toscano a Napoli è detto melone d’acqua e melone da pane, o anche qui popone; in Calabria è zi pàrrucu (zio parroco), cioè rubicondo come il volto del parroco, mentre in Liguria viene chiamato Pateca; per me padano è solo e soltanto anguria, la regina dell’estate. L’anguria non è un frutto da ristorante. Si può deve mangiare selvaggiamente, con le mani ed i denti, facendo scendere la sua acqua lungo il mento, sbrodolandosi le guance da un’orecchia all’altra, o ancor meglio succhiandone rumorosamente il succo direttamente dal frutto. Per chi non vuole rinunciare ad un po’ di etichetta al massimo è concesso un coltello per tagliarla a fette o un cucchiaio, come via intermedia tra il mangiare naïf e un po’ di contegno. Il massimo - a mio modesto avviso - è immergersi dentro una enorme fetta a mezzanotte, da soli, con il massimo rumore di denti e lingua, con il risucchio. Perché l’anguria è il frutto pornografico per eccellenza. Una bella quarta non è forse paragonata a "due angurie così"? Ed il rosso intenso della sua polpa non evoca altre parti femminili in cui immergere bocca, lingua e denti? Come il sesso, l’anguria non dà assuefazione: anche dopo la seconda fetta la voglia di un’altra fetta è ancora forte, e la sensazione di piena dolcezza dopo essersene saziati con ingordigia è pari alla pace dopo uno sfrenato rapporto. Bianca o verde o a strisce, tonda o lunga, l’anguria evoca ricordi di calde notti estive. Con poco più di cento lire si portavano a casa frutti da 4-5 chili, tenuti freschi dai venditori ambulanti entro enormi tini dove l’acqua scorreva in continuazione. Volendo si poteva assaggiare il "tassello" che l’anguriaro faceva volentieri a richiesta, sicuro che l’anguria era sempre eccellente. A casa si tagliavano i culi, si divideva a metà per il lungo, e poi a fette, sempre enormi. Ed anche questa è una particolarità dell’anguria: non se ne può mangiare solo un pezzetto, una fettina, per star attenti alla linea. L’anguria è abbondanza, e va mangiata senza pudore, senza ritegno, con cupidigia e smoderatezza, l’anguria non conosce etichetta. Anche per questo forse non è mai stata presente sulle tovaglie di lino.

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