Lug 12 2007
Sera d’estate mille anni fa
Portava un paio di occhialini ovali dalla montatura in metallo su un nasino rivolto all’insù. Sotto gli occhi una miriade di lentiggini le donavano un’aria molto scandinava, anche se i capelli castani, sciolti sulle spalle, la riportavano alle nostre radici.
Le labbra regolari erano sempre atteggiate a sorriso garbato, velato di leggera malinconia, anche quando correva dietro ai suoi pensieri; quando rimaneva in silenzio erano le sue mani a parlare, delicate e sinuose, affusolate e coronate da unghie lunghe e sottili, ben curate, mani da artista. L’avevo conosciuta un pomeriggio a casa sua, durante una visita di lavoro. Uno di fronte all’altra, separati dal tavolo di cucina, avevamo parlato a lungo, soprattutto aveva parlato lei, della sua passione per il disegno, e mi aveva mostrato i suoi acquerelli dolci che parlavano della sua valle, delle sue montagne. Erano tratti delicati, pennellate intrise di una sottile tristezza, in particolare i verdi dei prati e dei boschi, in cento gradazioni diverse. Dietro alle lenti, nei suoi occhi chiari mi ero perso a lungo, cullato dalla sua voce, da quella erre arrotondata che ricordava molto la bohème francese, anche se eravamo in tutt’altra terra. Dopo quel primo incontro non l’avevo più rivista, finché in un mezzogiorno estivo non le capitai alle spalle, casualmente, impegnati entrambi in pratiche da evadere. I lunghi capelli le coprivano il volto abbassato anche guardandola di profilo, impedendomi di riconoscerla all’istante; poi, ascoltando quella voce, quella sua dolce voce inconfondibile, la riconobbi e mi riconobbe. Passammo al bar per un aperitivo e, dopo i soliti discorsi sulla vita di tutti i giorni, per darci un appuntamento per la sera, a cena. Il ristorante era stato ricavato da un vecchio maso, sulle pendici delle colline che sovrastavano la città e che d’inverno erano invase dagli sciatori. Si entrava dal fianco sinistro della grande casa per salire, attraverso una scala ora in pietra, alle salette da pranzo. Quando aprii la pesante porta in legno per lasciarla passare la musica di un pianoforte ci accolse come una padrona di casa. Fummo fatti accomodare nella saletta di destra, una stube linda come le tovaglie bianche stese sui pochi tavoli; alle pareti erano esposti gli acquerelli di un pittore carinzio che ben conoscevamo entrambi, argomento di partenza per un discorrere che durò tutta la sera. La cena fu perfetta, cibo e vino in sintonia con il nostro incontro. Se possibile, era ancor più bella nella morbida luce dell’ambiente, ma quello che brillava erano soprattutto i suoi occhi, la sua intelligenza, il fluttuare del suo pensiero che usciva dalle sue labbra come volute di fumo. E di nuovo le sue mani, mani affusolate e candide, che si muovevano come ballerine su un palco teatrale: avrebbero potuto interpretare i cigni di Čajkovskij. Non ricordo quanto tempo passammo seduti a quel tavolo, il tempo comunque sufficiente per legare le nostre anime. Quando uscimmo nella notte, la luna rischiava i prati e le pendici della montagna. Decidemmo di fare quattro passi prima di risalire in auto, ma furono proprio pochi passi, perché ci fermammo ai bordi di un campo, lei appoggiata al palo della staccionata che recintava la proprietà, io di fronte a lei. Ci guardammo negli occhi in silenzio e le nostre labbra si unirono in un perfetto accordo. Passarono lunghissimi minuti, nella relatività del tempo forse ore, abbracciati in un’altra galassia. Annemarie è quella di quella sera. Dopo si è persa.




















































