Lug 13 2007
Fulvio Pierangelini
Fulvio Pierangelini, chef del Gambero rosso di San Vincenzo di Livorno, è uno dei nostri migliori cuochi stellati, riconosciuto senza riserve in tutto il mondo. Ultimamente l’Università di Parma ha chiesto a Pierangelini di salire in cattedra per illustrare il suo pensiero in fatto di "Estetica della creazione gastronomica". Eleonora Cozzella ne ha fatto un’ampia sintesi per Kataweb, sintesi che rubo a piene mani perché mi trova in perfetta sintonia. Le parti evidenziate sono quelle in cui il mio pensiero si ritrova pari pari nelle parole dello Chef toscano.
Perché faccio il cuoco mi chiedete? Io non faccio il cuoco: io sono un cuoco. Che non vuol dire far parte di una casta o di una corporazione, ma comportarsi di conseguenza in ogni momento, dimostrandolo, sia in termini pratici, con una padella e gli ingredienti, sia in termini intellettuali, col mio essere aperto a tutto ciò che è nuovo, alle tecniche, alle conoscenze. Cucinare è la mia esigenza di esprimermi. Capita che mi prenda un pensiero, allora vado in cucina, mi metto ai fornelli, esprimo così emozioni, riflessioni, intuizioni. E sono orgoglioso di essere un cuoco, primo perché noi cuochi in quanto dispensatori di cibo abbiamo l’arduo compito di surrogare il latte materno. Secondo perché siamo l’ultimo baluardo contro la massificazione del gusto. Una sfida difficile che deve fare i conti con l’industria, quella buona e quella cattiva. Paradossalmente è dall’industria buona che dobbiamo imparare a difenderci. Quella cattiva, infatti, non si nasconde dietro l’amore per la tradizione. Fa i suoi prodotti di junk food e sta bene così. Quella buona ha invece capito che adesso il business da cavalcare è il ritorno ai cibi di una volta. Finge di amarli, ne produce e diffonde enormi quantità, ma nel frattempo i procedimenti veri si sono persi. Qualcuno ha capito che il lardo di Colonnata è meraviglioso e adesso tutto il lardo che si trova in circolazione è marchiato di Colonnata. Ma è ovvio che non può essere tutto del paesino toscano quanto piuttosto riprodotto industrialmente. E che maiali vengono utilizzati? In quale marmo messo il lardo? Con quale sale insaporito, con quali spezie conciato e per quanto tempo è fatto stagionare? Per motivi economici il risultato sarà una pallida imitazione voluta da persone che non conoscono la materia prima e soprattutto la storia di un prodotto nato per essere una riserva di energia, unico companatico, di buona conservazione e poco prezzo dei cavatori di marmo delle Alpi Apuane. Ecco, noi cuochi, insieme con i piccoli produttori, con gli artigiani della materia prima, abbiamo la possibilità di riappropriarci del savoir-faire, dei processi produttivi, del gesto.
Lo scopo del mio lavoro, e cioè della mia vita, è un percorso gastronomico interiore, riflesso di una rapporto con la materia. La grande cucina, infatti, è una serie infinita di piccole cure, di attenzioni, di dettagli. Di me raccontano che ho un caratteraccio e faccio urla bestiali se mi spostano una padella dal fuoco. È vero, perché se quella padella è lì su quella fiamma è perché fa parte di una serie di attenzioni che sto avendo per ciò che c’è dentro. Curo gli ingredienti perché più una cucina è (apparentemente) semplice, più ha bisogno di sensibilità e attenzione. Credo nella necessità di averci un rapporto fisico. Uso dire che si devono "accarezzare" gli ingredienti: è ovviamente una metafora per sottolineare che anche nel cucinare una patata, bisogna averne grandissima cura, desiderare per quella patata la sua esaltazione massima. Questo per me è l’unico modo possibile di cucinare. Forse per questa mia dolcezza verso gli ingredienti, questa sensibilità per la materia prima, dicono che la mia pare una cucina femminile. Sì, forse perché cerca la mediazione nonostante la sua prepotenza e ha sempre qualche elemento rassicurante (un puré che riporta all’infanzia, un colore tenue, un aroma familiare). E ne sono fiero, perché secondo me la cucina è un affare di donne. Le donne hanno gesti più appropriati, naturali, ancestrali. Hanno un rapporto di confidenza con la materia prima. Qualcuno ha scritto che la cucina è donna e la gastronomia è uomo. Io non sono d’accordo: anche la gastronomia è donna e sarà bellissimo quando le donne perderanno il retaggio di doverlo fare "per forza", per dovere familiare e si riapproprieranno dei ruoli direttivi nei grandi ristoranti, senza cercare di comportarsi da uomo.
Nel momento in cui cuciniamo abbiamo sacrificato qualcosa e per questo dobbiamo avere rispetto. Perché hai tra le mani qualcosa che prima era vivo ed è usato per tuo nutrimento. Il mio rispetto lo dimostro anche nella forma. Nei miei piatti non vedrete mai dei cadaveri. Ora va di moda il crudo. Sbattono lì un gamberone, uno scampo tagliato a metà, una cozza aperta… Però quei cadaveri sono per me inguardabili. Io trasformo tutte le forme anatomiche in qualcosa di diverso, perché io come cuoco sono angosciato e provo a esorcizzare cambiando le forme e interpretando il prodotto. Ci vuole rispetto. Il mio lo esprimo anche nel curarne la forma.
Trovo brutto, in tutti i sensi, un cadavere sbattuto in un piatto e basta. Cerco allora di esaltare e glorificare la materia cambiandone la forma anatomica e valorizzandone le qualità organolettiche. Provo sinceramente angoscia per l’animale che è stato sacrificato, ma fa parte della natura cibarsi di altri animali. Bisogna però farlo consapevoli di tutto questo, appunto nella sacralità. E il discorso vale per tutti gli ingredienti, che da un punto di vista gastronomico hanno pari dignità. Credo nella loro assoluta pari dignità. Per me una patata ne ha come un tartufo. Anche perché se vogliamo fare una patata col tartufo ma abbiamo solo il tartufo, siamo disperati: ce lo mangiamo così e non è un gran che. Se abbiamo solo la patata, avremo una patata. E quindi saranno le due cose insieme che creeranno la magia di un piatto. Quindi io cerco, lavoro, mi do da fare, impazzisco per fare buona la patata, evidentemente: perché la patata ne esca vincitrice. Il massimo della soddisfazione è quando mi dicono: era più buona la patata del tartufo. Quando si parla di pari dignità degli ingredienti, ovviamente non ci si riferisce alla parità economica. Le materie hanno costi diversi, ma a me interessa relativamente, perché credo che il cuoco deve essere generoso: rispetto al piatto e agli ingredienti. Nessuno ha mai pagato il tartufo nei miei ristoranti. È triste pesare prima, pesare dopo, star lì col bilancino che pare di essere al banco dei pegni. Può sembrare snobistico ma per me vuol dire la presa di coscienza delle tue possibilità e della tua serenità, del riappropriarsi del rapporto intellettuale e non economico col cibo. Alla fine il conto si paga, ma lo fai pagare con classe. In fondo per preparare un puré a chi ha fatto
Voi ragazzi siete la speranza, l’ultima generazione in grado di riprendersi la dignità del savoir-faire, del gesto antico e siete quelli da cui si può ricominciare. Per non accontentarsi. Faccio un esempio: possibile che un vero barman ci metta una vita, una carriera ad ammorbidire il gusto di un cocktail e poi vengono quelli che vogliono solo vodka. A che serve quel barman? Non ha più nulla da dire. Mi raccomando non accontentatevi in nessun momento della vita: vado a mangiare, per dire, al Gambero Rosso, ma poi a casa in frigo ho il prosciutto cotto quadrato…. Anche nella scelta dei prodotti più semplici, come dei ristoranti, privilegiamo la qualità. Basta con le bibite dolci con dentro colori chimici, con i formaggi fatti con gli aromi al formaggio, con il pane di plastica. Saremo a buon punto quando per mangiare una merendina confezionata ci si dovrà nascondere e sentirsi in colpa.




























noi cuochi in quanto dispensatori di cibo abbiamo l’arduo compito di surrogare il latte materno. questa frase mi ha colpito moltissimo
di certo non poteva fare il modello!
Cattivo, Alberto. Non tutti gli chef possono essere come Richard Gere in Autunno a New York.
Brava, Coniglia, ha colpito moltissimo anche me.