Lug 31 2007
L’italiano ai tempi del liceo
Era la sola lingua praticata. Non parlavamo dialetto, considerato un genere sub-culturale, né in aula né nei corridoi. Salvo poi accorgerci che anche la compagna di banco, a casa sua, parlava in dialetto. Doveva arrivare Bossi perché i dialetti, anche quelli più a-culturati del tipo pota-pota, assumessero un ruolo di primo piano. In me, però, è rimasto il retaggio che tutto quello che è popolare è sub-cultura, soprattutto quello pseudo folclore fatto ad uso e consumo dei turisti, o di un certo provincialismo dei "bei tempi passati". Non sopporto i bei tempi passati, quelli in cui il pane sapeva di pane, in cui, però, la gente moriva per una banale polmonite, che dava la colpa ad un colpo di freddo perché non conosceva la salmonella o il tumore al colon.
In questi giorni vacanzieri qui, come in tutte le piazze italiane, si ripropongono luoghi comuni del passato, che poi tanto passato non è: sagre, modi di vivere, di costruire, di fare formaggi o salumi, spesso inventati di sana pianta per far illudere il villeggiante di un tipo di vita idilliaco, bucolico, di bei tempi ormai cancellati dal progresso e dalla tecnologia. E’ la subcultura per cui montagna è sinonimo di prati falciati a prato inglese, cieli azzurri con due nuvolette a forma di pecorella, rondini che garriscono giulive attorno al campanile, montanari che scalano le cime cantando Sul ponte di Bassano. Su questo blog sono intervenuto ripetutamente contro questo tipo di subcultura, che contrabbanda la conservazione con il conservatorismo, il mantenimento delle tradizioni con il perpetrare all’infinito la nostalgia di qualcosa che forse non c’è mai stato. Poi d’improvviso arriva qualcosa che sconvolge questo modo di vedere, come un temporale che ti porta dal torrido caldo tropicale alla necessità di metterti il maglioncino già a fine luglio. E’ quello che mi è capitato ieri sera. Chiusa la cucina, ho messo la testa in piazza dove si esibiva il "solito" gruppo musicale di turno a beneficio delle masse vacanziere. Cinque elementi su un palco, neppure giovani, vestiti con pantaloni e camicia nera, niente effetti speciali, anzi un faretto puntato diritto negli occhi del pubblico, niente colonne di altoparlanti a sparare milioni di decibel, niente fumi, niente laser, niente coriste o ballerine seminude. Cinque signori con violini, cornamusa galizia, chitarra, organetto diatonico (cosa ben diversa dalla fisarmonica), violoncello, flauto. Cinque amanti della ricerca musicale, nessuno diplomato al conservatorio, che propongono musiche della tradizione trentina. Sai che piacere! Ancora una volta ci sorbiremo la Montanara, il Mazzolin di fiori e tutto il florilegio da osteria. Ed invece. Ed invece ecco ballate che sembrano uscite pari pari da Braveheart, valzer che ricordano il migliore De André, quadriglie, polke e paris che paiono scritte dai trobadours medievali della Provenza. Musica celtica, arrangiamenti intelligenti che mi hanno proiettato in un’altra dimensione ed in un’altra epoca, quando i cantastorie giravano a piedi l’Europa, e la cultura si espandeva dalle terre indipendentiste scozzesi alle pianure carolinge, fino ai nostri borghi feudali. Ho scoperto tramite questa musica una matrice comune con popoli questi sì antichi, autenticamente popolari, dove volk (o l’italiano folc-) è cultura secolare autentica, anzi Cultura con la c maiuscola, non scimmiottamento di costumi ed usi di pochi decenni fa. Ringrazio gli Abies Alba per avermi regalato questa scoperta e stimolato ad una ricerca a cui sto pensando da tempo: rivisitare le più antiche ricette, andare a rivedere le vere storie della nostra cucina di tanti secoli fa, fare molti passi indietro per spiccare un grande balzo in avanti. Spero non sia arroganza intellettuale.



















































