Archive for Agosto, 2007

Ago 31 2007

Una torta per la Strega buona

Published by Maurice under Cucina

Da tempo ho un debito con Gio per una ricetta di dolce senza lattosio. Avrei potuto cavarmela subito, indicando quello che sa già: tutte le crostate vanno bene, avendo come ingredienti la pasta frolla e la frutta. Ma io - come al solito - sono un tipo difficile, così, ora che ho un po’ di tempo, mi sono messo a cercare qualcosa di diverso. Ed ecco, cara Gio, una ricetta che va bene perché non ci sono latte né i suoi derivati, come panna, yogurt o formaggi vari.

Si tratta della Torta di carote e mandorle.

torta-di-carote.jpg

 

Per prima cosa preparati sulla tavola tutto questo ben di dio:

300 g di carote pelate, e tritate finemente (lo puoi fare con un tritatutto) 300 g di mandorle, anche queste tritate 300 g di zucchero 8 biscotti secchi (mettili in un tovagliolo e pestali con il batticarne, fai più presto) 120 g di farina 4 uova (rossi ed albumi separati) la scorza di un limone grattugiata 1 bustina di lievito burro (per imburrare la tortiera, o niente se usi quelle in silicone) zucchero a velo se la vuoi decorare.

Fatto? (lascia stare la colla vinilica e vai avanti) Ora passiamo a fare la torta. Prima cosa in assoluto: accendi il forno a 180°, sennò te lo dimentichi ed inforni a freddo. In una terrina lavora con la frusta i tuorli con lo zucchero, sino a ottenere un composto chiaro e spumoso. Fatto? Aggiungi la farina, le carote, la scorza di limone, i biscotti e le mandorle, amalgamandoli bene. Sempre con la frusta, meglio se elettrica che fai meno fatica, in ogni caso che sia ben pulita, monta a neve gli albumi. Quando sono a neve? Con i principianti in cucina si fa la prova cappello: si rovescia sulla testa la terrina. Se gli albumi colano sui capelli, bisogna continuare a montarli, se invece non si rovesciano, sono montati a neve. Fatto? Bene. Al composto aggiungi ora la bustina di lievito, sempre mescolando, ed infine gli albumi. Quando tutto è ben amalgamato versalo nella tortiera, pareggia bene la superficie ed inforna. Ora hai 40-45 minuti per scrivere il tuo blog. Al suono del timer sforna la tua torta e lasciala raffreddare. Non ti rimane, poi, che metterla su un piatto di portata e spolverizzarla con lo zucchero a velo. Su questa base hai infinite varianti, basta che tu sostituisca le carote con un’altra frutta o un’altra verdura. Se ti piace, per esempio, che ne pensi di una torta al rabarbaro? In questo caso irrobustisci il gusto con un bicchierino di Rabarbaro Zucca. Da trentino non posso che consigliarti in abbinamento un bicchierino di ottimo Vin Santo DOC di Castel Toblino, oppure - rimanendo nella tua terra - un Moscato Liquoroso di Trani. Ti va?

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Ago 30 2007

Un mese dal fattaccio

Published by Maurice under Cazzeggiamenti

Va bene. Con queste parole l’ortopedico oggi ha posto la parola fine alla vicenda del mio ditone. Fratturato - mica così semplicemente, ma con l’osso esposto - il 24 luglio, rimesso chirurgicamente a posto al Ponto Soccorso, steccato per trentuno lunghissimi giorni, liberato dall’immobilizzazione venerdì scorso, è stato finalmente riportato alla luce del sole ieri, con la rimozione del filo di K (che non è proprio un filo da ricamo, ma un fil di ferro, che abbiamo - l’infermiera ed io stesso, con un colpo risolutore - tagliato con una cesoia). dito-medio.jpgNon ho ancora una manina da pianista. Rimane una punta ancora incrostata della tintura di iodio delle ripetute medicazioni, una pelle che si va squamando, un’unghia abbastanza bruttina, ma che - parole dolcissime! - a detta del medico non dovrei perdere, perché nel drammatico impatto si è sollevata tutta, senza spezzarsi. Mi manca ancora l’articolazione dei due snodi, e questo è l’aspetto più doloroso. Riuscire a muovere il dito è ancora un’impresa: un mese di immobilizzazione, ma - ancor di più - una prudenza psicologica a preservare l’arto dal contatto con qualsiasi oggetto, mi rende difficoltoso il processo di normalizzazione. Aspetto con ansia sabato, quando rivedrò dopo un paio d’anni la mia amica Anna, carina e valente fisioterapista, che vuol darmi un’occhiata. Per chiudere in bellezza ho portato un piccolo mazzo di fiori all’infermiera di ortopedia che mi ha curato, ma soprattutto rincuorato in questo mese. "Ho solo fatto il mio dovere", mi ha detto stamani; certo, ma esistono modi diversi per fare il proprio dovere, ed è giusto che qualcuno ogni tanto… faccia i complimenti alla cucina.

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Ago 29 2007

Le 5 cose che vorrei fare

Published by Maurice under Cazzeggiamenti

Invece di farmi una partita a Mah Jongg metto giù la mia lista dei pii desideri, tanto per essere di moda. Lo faccio adesso perché non c’è nessuno in rete, quindi posso sbizzarrirmi con sogni senza rimetterci la faccia. Prendere le 3 stelle Michelin. Stiamo parlando di sogni, quindi vorrei diventare come Alain Ducasse e Massimiliano Alajmo. Essere ospite da Bruno Vespa e dare pacche sulle spalle a Vissani, vedere le paperelle televisive di Uno Mattina che sbavano mentre dico "Prendete due uova, baciatele, rompetele con delicatezza, adagiatele in una bastardella…". Ma soprattutto prendere le 3 stelle senza pagare un euro. Farmi una casetta a Filicudi. Questa non è una novità per i lettori di Bistrot, perché l’ho già detto in precedenti post. Quindi vado di fretta e passo al terzo desiderio. gisele.jpgScattare cento rullini a Gisele Bundchen per Vogue. Gisele in piedi, seduta, in ginocchio, distesa, vestita e nuda, in guépière e in minigonna, solo con le calze ed in una piscina, nel bosco a settembre ed in mezzo alla neve a dicembre. E vedere poi l’effetto che fa sulle smorfiose che la danno, ma rifiutano uno scatto. Passare: la vigilia di Natale a Korvantunturi, dando una mano a Babbo Natale a preparare la slitta, Capodanno a Vienna con lo smoking in prima fila al concerto della Wiener Philharmoniker Orchestra, e Ferragosto a bordo di una barca tra i fiordi norvegesi con un paio di hostess locali. Ed infine, per non farci mancare nulla, sceglierei un infarto secco e fulminante prima di rincoglionirmi e star qui a pesare su tutti. La lista della spesa è completa. Se qualcuno di passaggio vuole cimentarsi sul suo blog, ben venga: dite la vostra che io ho detto la mia.

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Ago 28 2007

Tu vuoi fa’ l’americano

Published by Maurice under Mass media, Costume

Il caldo agosto nostrano è stato scosso da una serie di omicidi, e quello di Chiara Poggi continua a tener banco nell’apertura dei giornali e dei tg. Ieri nuova incursione dei RIS nella villa di Garlasco alla ricerca di nuove tracce. Capisco che questo reparto super specializzato sia giovane e che, quindi, incuriosisca come non mai un’opinione pubblica ncis.jpgabituata fino ad ieri ai metodi alla Maigret o alla Montalbano, ma se vogliamo copiare gli americani facciamolo bene. Mi chiedo: o chi ha fatto il primo sopralluogo immediatamente dopo il delitto era un incompetente - lasciando dietro di sè montagne di indizi e di tracce non rilevate - o non si può tornare dopo due settimane sulla scena del crimine che, nel frattempo, potrebbe essere stata inquinata abbondantemente, come Cogne insegna. Sembra di assistere a scene già viste, come quel chirurgo che riapre il paziente perché si è dimenticato dentro una garza od una pinza: in certi casi l’approssimazione non è ammissibile. Lincoln Ryme, Kay Scarpetta e Tempe Brennan - per non parlare dei vari CSI, che ben conosciamo - insegnano che quando si entra nella scena del crimine si porta via tutto, non si tralascia niente; il luminol si usa anche a distanza di anni, sì, ma solo per scoprire tracce di sangue cancellato. A Garlasco la scena era "calda", non ci si poteva dimenticare qualcosa dietro. Vogliamo fare gli americani anche noi? Occhei, facciamolo seriamente però. L’altro fatto di cronaca nera è il duplice omicidio dei coniugi Pellicciardi, custodi della villa di Gorgo al Monticano, vicino a Treviso. Che fine hanno fatto le indagini su questo caso? Perché non se ne parla più? Le risposte potrebbero essere molte, una peggio dell’altra. Prima. E’ più pruriginosa una giovane ragazza uccisa che due anziani seviziati ed assassinati. Con tutto il massimo rispetto per loro e per le famiglie, un bel corpo di ventenne colpisce molto di più la fantasia rispetto a due persone di una certa età. Seconda. I coniugi Pellicciardi non avevano familiari da incolpare e da sbattere in prima pagina, quindi chi se ne importa. Terza, corollario della seconda. Siccome - dicono - la maggior parte degli omicidi è compiuta nell’ambito della famiglia, è molto più facile (pensare di) sparare nel mucchio, sicuri che qualcuno si colpisce di certo. Dove non c’è mucchio, dove mirare? E su questo sorgono altri dubbi. Personalmente penso che chi ha stilato le statistiche sugli assassinii si sia basato sugli omicidi risolti, non sul totale dei reati, comprendendo anche quelli archiviati senza prendere i criminali. Se il 70 percento è stato compiuto da un familiare, questa cifra non comprende tutti gli omicidi, ma solo quelli scoperti, quindi è destinata a scendere notevolmente, se pensiamo che solo una piccola parte dei crimini viene giudicata. Ecco che allora - sulla base di cifre falsate - la pista n.1 è sempre e comunque quella della famiglia. Visto che a Treviso l’unico parente è la guardia giurata - che, massimo della sfiga, ha raccolto al centralino la prima telefonata del collega che aveva scoperto il delitto - che ha quindi un alibi di ferro, e non essendoci altre piste, il caso finirà nei cold case.

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Ago 27 2007

La Valle della Morte

Published by Maurice under Temps perdu

Domenica 26 agosto. La piazza che solo una settimana fa sembrava Corso Buenos di Milano appare deserta. Tutti, o quasi, sono rientrati al lavoro. Un vuoto così repentino mi ha fatto tornare in mente l’unico film che ho rivisto (dopo quasi quarant’anni) quest’estate, proposto dalla tv pubblica in occasione della morte di Michelangelo Antonioni: Zabriskie Point. Per essere in sintonia con il Maestro la prima volta l’ho visto da solo, per tornare una seconda volta in sala con Nicoletta, una dolcissima amica allora diciottenne dalle labbra morbide ed i lunghi capelli biondi. Quest’anno avevo vicina mia figlia. zabriskie-point.jpgAntonioni e l’incomunicabilità, Antonioni e la solitudine. Visto oggi il film rappresenta un altro pianeta o, più probabilmente, ha in sè i germi profetici della società avvenire. In quegli anni ‘70 era impossibile essere soli, anche se Mina cantava Città vuota e l’Equipe 84 Tutta mia la città. Anche chi era solo (il single è venuto dopo) aveva modo di vivere in mezzo agli altri, tra occupazioni ed autogestioni, cineforum e dibattiti, manifestazioni e vasche (struscio, liston o altri sinonimi indicanti il camminare su e giù per la piazza principale della città, prima di cena). Non ricordo sera che non fosse in compagnia di altri: a casa degli uni o degli altri a fumare, bere whisky e chiaccherare, al cinema o a teatro, a casa nostra in compagnia, alle riunioni in parrocchia o nel partito o al circolo fotografico. In questi nostri giorni di grandi comunicazioni viviamo tutti ognuno nella propria piccola isola. Telefonini, Internet, sms, chat, forum, interattività: sembriamo un mondo di chiaccheroni, ma costruiamo continuamente parole per riempire il vuoto che ci circonda. Riuscire ad avere amici a casa anche solo per un caffè è più difficile che essere ricevuti dal Presidente, non parliamo poi se l’invito è rivolto ad una persona single. Figurarsi invitare fuori qualcuno o, ancor peggio, qualcuna. Una sera telefono ad un amico per invitarlo fuori a cena; sapendo che è single l’unica possibilità che rifiutasse l’invito era che avesse di meglio da fare in camera sua. Sono uscito da solo e l’unica persona con cui sono riuscito a parlare è stata la cameriera del ristorante. Un’altra sera telefono ad una ragazza per invitarla a cena, ma ho dovuto sudare le proverbiali sette camicie per farle capire che il mio unico interesse era passare insieme una serata davanti ad un tavolo apparecchiato. Qualcuno ha detto che si nasce e si muore da soli. Ultimamente mi pare che si viva anche da soli.