Ago 05 2007
Pachinesi, gente di fantasia
Non c’è persona al mondo a cui non piaccia la cola (Coca o Pepsi, a seconda delle preferenze), e nessun italiano a cui non piaccia il chinotto. Ma provate a chiedere un chinotto, e bere invece una cola senza sapere che l’hanno scambiata: la prima reazione sarà di disgusto. Il nostro cervello fin dalla prima tenerissima età associa un gusto, un profumo, un odore, un colore ad un determinato oggetto, o ad una serie se la caratteristica è comune. La vista di una rosa - che sia gialla o rossa - evoca in noi quel profumo e quello solo, ma se odorasse di giglio il nostro cervello si rifiuterebbe di catalogarla come rosa.
Ora arriva la notizia dell’anguria gialla. La forma è identica, anche l’aspetto esterno, in una delle due varietà, ma appena tagliata arriva la sorpresa: la classica polpa rossa, che resisteva da ben cinquemila anni, ora è gialla, grazie ad un particolare ibrido ottenuto dall’incrocio con il mango e forse con l’ananas, visto che ha il colore dell’uno e il retrogusto dell’altro. Come se non bastasse, c’è anche l’anguria classica, non più rotonda ma cubica, ottenuta con una particolare forma durante la crescita. Quest’ultima proviene dal Brasile, mentre la gialla è prodotta dai contadini di Pachino, quelli che hanno "inventato" il pomodorino mini (certo che i pachinesi, o come si chiamano, hanno una fantasia fervida!) e che affermano che l’anguria giapponese o coco-ananas - come l’hanno già battezzata - sarebbe per palati più raffinati (hanno anche inventato il relativo marketing). Come cuoco non posso non essere attento ed aperto alle novità gastronomiche. Ma ce n’era veramente bisogno? e poi, se condanniamo gli ogm, che giudizio dare su queste nuove trovate? L’anguria è un’anguria, quella che ci hanno tramandato per cinque millenni gli antichi egizi: verde o bianca o a strisce fuori, con la scorza dura, e rossa, mooolto rossa all’interno, dal gusto inconfondibile di anguria. Un’anguria che ha la polpa gialla e sa di ananas con è un’anguria, è qualcos’altro. Nulla contro il coco-ananas, ma chiamatela prudelia o rinfrebruma, non anguria! Se la gente ama le novità, nulla in contrario a sperimentare e produrre nuove varietà: potrei proporre l’uva che sa di cetriolo, o la zucca al peperoncino, o la mela al gusto di banana, ma non chiamatele uva, zucca o mela. Potrei eccepire che tanto zelo andrebbe prima messo sulla salvaguardia e la riproduzione di tantissime specie alimentari in via di estinzione o già scomparse, ma questo è un altro discorso che non fa i conti con le severe leggi di mercato, come certe mele che non "vanno" più. L’altra domanda riguarda la genetica: non siamo forse di fronte ad organismi geneticamente modificati? Allora perché prendercela tanto con gli altri ogm? So già la risposta dei markettari (da marketing) verdi: la falsa anguria non produce danni collaterali. Ma chi me lo assicura, se l’hanno appena inventata ed è già sulle bancarelle del mercato? E perché la falsa anguria sì, ed il grano che cresce nel deserto e può sfamare le popolazioni africane no? Forse ci sono due metri e due misure a seconda di chi le produce? Nulla contro quelli di Pachino, a cui va tutta la mia ammirazione, ma non condanniamo neanche la multinazionale. Mi scusino i verdi, ma certe cose proprio non riesco a digerirle, nonostante io abbia uno stomaco di ferro.



























