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Ott 01 2007

Chefs for peace

Published by Maurice under Politica e democrazia, Cucina

Il cibo e la cucina non fanno politica, no, anzi sì, il cibo e la cucina fanno politica, eccome. L’esempio più clamoroso è la rivolta popolare dei monaci buddisti e la repressione in atto in Birmania: rimando al post della Piccola Cuoca di qualche giorno fa per capire come non è una questione birmania.jpgdi democrazia come la intendiamo noi, ma di stomaci vuoti, di gente che è arrivata al capolinea della povertà e non ne può più. Il rovescio della medaglia è il Cous Cous Fest di San Vito Lo Capo, nel trapanese, giunto quest’anno alla decima edizione e che si è appena concluso. Una lezione "politica" che è partita dalla cucina e dai cuochi per un enorme messaggio di pace.

(Politica: la forma più alta di servizio. Da non confondersi con "politica di piazza" che è l’uso di un megafono o di un palcoscenico a fini istrionistici,con "partito", che è un’aggregazione di più persone aventi gli stessi interessi, con "partitismo" che è la degenerazione della politica a fini personali o di interessi particolari di gruppo a discapito del bene comune)

A San Vito si è consumato un meeting internazionale sul tema della cucina del Mediterraneo. Oltre ai grandi personaggi della nostra cucina, da Bonilli a Vissani, il Festival ha visto in gara delegazioni di cuochi provenienti dalle varie sponde del nostro mare, ed ognuno ha portato le proprie esperienza, la propria cultura che trova nel cous cous l’elemento aggregante. E quello che le conferenze internazionali non riescono a fare, l’ha fatto la cucina: unire in una pacifica gara arabi, palestinesi ed israeliani, in una tre giorni di vita vissuta insieme, fianco a fianco in cucina, nella musica, nella cultura, nell’extra festival. Per la cronaca hanno vinto gli israeliani con gli chef Ronny Basson * e Eyal Levy che hanno presentato il Cous cous di Re Salomone. Ma, al momento della premiazione, Basson e Levy hanno dichiarato che se fossero stati loro i giurati avrebbero premiato i palestinesi. «Noi – dice ancora Levy – facciamo la nostra parte. Abbiamo un’associazione, ‘Chefs for peace‘, che si propone proprio di organizzare eventi per cercare di unire le persone. Lo facciamo con il cibo, una lingua che tutti sono in grado di comprendere. E con i messaggi che cerchiamo di lanciare». La pace si può tentare di costruire anche a tavola. I non giovanissimi si ricorderanno la strategia del ping-pong, quando per trovare una via d’uscita alla guerra del Vietnam ci provarono anche con le partite tra Usa e Cina al piccolo tavolo verde. Se è vero come è vero che i più grandi business sono conclusi attorno ad una tavola imbandita, non sarebbe male che i potenti di tutto il mondo si mettessero un bel tovagliolo sulle ginocchia e tra una mousse, un foie gras ed un petto d’anatra concludessero dei gran bei patti internazionali, brindando alla fine con un ottimo spumante italiano. E, se proprio vogliono la tenzone, affidiamoci agli chef: chi cucina meglio detta le condizioni di pace. Noi europei potremmo schierare una bellissima squadra. Chefs for peace: vogliamo provarci?

* Per maggiori notizie leggi qui.

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