Nov 16 2007
Ma quante belle donne, Madama Dorè
Cena a Perugia, nella città della pace (come dice il cartello all’ingresso della città) e dei killer, aggiungo io.
L’occasione è data dall’addio della figliola all’appartamento dove ha vissuto negli ultimi tempi di percorso universitario. Da genitori trentini, ospiti in trasferta per il trasloco di tre anni di libri ed effetti personali, non potevamo esimerci di lasciare un ricordo trentino, a base di canederli alla salsiccia e strudel, apprezzatissimi da tutta la banda.
Non faccio l’autorecensione della cena, non è serio, ma dell’atmosfera della serata che rimarrà nella memoria, e nel cuore, per molto tempo di questo sì possiamo parlare.
L’ambiente: il classico appartamento da universitari, nel cuore della città vecchia. Terzo piano sottotetto senza ascensore, una cameretta a testa, una cucina, un bagno ed un corridoio in comune. Non sono entrato nelle singole camere, ma le posso immaginare: computer e libri a parte, ognuna ha estrinsecato la propria personalità su pareti, mobili e soprammobili.
Nella cucina comune non c’è il calendario di Playboy, ma giganteggiano i poster di Cannavaro e dei vari belli nostrani. Nulla di male, anzi, ma rivela ai vecchietti come me quanto sono cambiati i tempi dalla mia gioventù.
Delle cinque ospiti, tutte rigorosamente donne, ne mancano due, rimpiazzate da una compagna di corso alloggiata in un’altra parte della città e da due "amici", i cui rapporti con le presenti erano ufficiosi e non meglio specificati. Attorno al tavolo, quindi, troviamo due erboriste, una specialistica di scienze politiche, una citieffina (chimica e tecnologia del farmaco), un sanu (scienze dell’alimentazione e della nutrizione umana) ed un ingenere ambientale, tutti prossimi ovviamente.
Ma il discorso dove cade? Non sulle proprietà dell’achillea o sulle reazioni tra alcaloidi e glucidi, non sui rapporti tra Pakistan e Botswuana, non sull’arredo urbano, ma… sulla cucina. Scopro che un cuoco a tavola è come un medico: la lingua batte sull’argomento che interessa tutti, perché l’appetito e la voglia di gustare accomuna tutti gli intelletti.
Nonostante i miei sforzi di deviare il discorso su qualcosa che non sia strettamente mio, alla fine torniamo sempre a parlare di cibo, di cucina, di tendenze e di passioni gastronomiche.
Tirando le somme della serata ho vissuto una doppia dimensione.
Da una parte mi sono sentito perfettamente conscio dell’età anagrafica, di come sia passato così tanto tempo e tanta vita tra la mia e la loro esperienza accademica. Giovani in procinto di essere consacrati come esperti nelle loro rispettive scienze, giovani in cerca di un loro ruolo in questa società che li aspetta a braccia aperte, ma che non offre un minimo di sicurezza per il loro futuro.
Osservavo proprio la differenza tra il mio ed i loro vent’anni. Per la mia generazione l’uscita dagli studi era l’ingresso in un limbo di attesa di trovare la propria collocazione; a volte era un’attesa anche lunga, ma - una volta trovata - era la sicurezza per metter su casa e famiglia, per fare progetti anche importanti (e forse anche monotoni) per il resto della vita. Per i giovani d’oggi esiste un futuro da superspecialisti, ma precari forse per sempre. E non è bello.
L’altro aspetto è stato come se fossi salito sulla macchina del tempo, ritrovarmi giovane tra coetanei, studente fra studenti, condividendo le reciproche esperienze di oggi, con la differenza che io porto dentro l’esperienza e le cicatrici di quasi quarant’anni (quaranta! ma dove sono finiti?). Se ai muri ci fosse stato qualche poster del Maggio francese e non ci fossero stati i cellulari che squillavano, avrei potuto anche sbagliarmi sull’anno in corso.
A Effe e a Vu, se per caso mi leggono, ancora un grazie ed un grande abbraccio: prima o dopo vi aspetto.




















































