Nov 23 2007
Una signora da fine pasto
Fino a pochi decenni fa la grappa era sinonimo di adunate nazionali degli alpini, di montagna, di ponte di Bassano dove ci darem la mano. Era un qualcosa da sottoproletari, che già i proletari brindavano a whisky, da carpentieri nei mesi freddi, o da contadini: noi cittadini ci guardavamo bene dal mescolarci, almeno nel bere dopo pasto, con queste categorie.
Poi è arrivata la carica della grappa, grazie a Mike Buongiorno e al Cervino, e la grappa è stata sdoganata come liquore a tutti gli effetti, forte, digestiva, bianca o aromatizzata, di uve pregiate, monovitigno, superba, con la bottiglia soffiata, con il tappo in oro, e chi più ne ha di fantasia di marketing, più ne metta.
Oggi non esiste pasto che per me non finisca con mezzo bicchierino di grappa ed un silenzioso ruttino privato.
I ventiquattro produttori di grappa trentina hanno messo in piedi una manifestazione nazionale - 50 Grapperie - che coinvolge ancora per oggi e domani altrettanti locali in tutta Italia dove si può degustare questo squisito prodotto di questa pregiata terra. Basta cliccare qui per vedere dov’è l’enoteca a voi più vicina dove è possibile avvicinarsi a questa meraviglia.
A me è successo di imbattermi in una di queste a Perugia, nella mia toccata e fuga della scorsa settimana. Purtroppo non ho potuto partecipare alla gioia di una degustazione per motivi di guida.
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Il metodo di Tullio Zadra
Nel complesso procedimento della distillazione delle vinacce, il rispetto della tradizione è assoluto.
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Voi andateci in compagnia, ed uno si immoli a vittima sacrificale del non-bere; in compenso gli amici potrebbero regalargli una bottiglia da scolarsi a casa, a piccoli sorsi ovviamente.
La storia della grappa trentina è la storia della sua gente.
Il racconto di secoli di duro lavoro affrontati con l’orgoglio e la passione della gente di montagna che si condensano attorno al "lambicàr", una parola che da sola può spiegare secoli di storia in quanto racchiude in sé due significati diversi: faticare e distillare.
Come se le due azioni fossero complementari, una di ausilio all’altra.
Così, più che un distillato, la Trentino Grappa è una cultura, un agglomerato di esperienze, un libro pieno di nomi e cognomi, di aneddoti legati al ciclo della vite, tanto che il “lambicàr” diviene ogni volta un atto liberatorio, il coronamento di un cammino iniziato in precedenza con la vendemmia.
Il Trentino grappicolo è come uno scrigno, una stanza dei tesori da scoprire metro dopo metro, in cui le distillerie sono gemme fatte di intelligenza, genuinità e tradizione.
In pratica non c’è una valle che non possa vantarne la presenza. Immaginiamo allora di visitarle tutte, queste case dell’alambicco, in cui le vinacce dei vitigni autoctoni vengono distillate con saggezza, seguendo alla lettera i dettami che i distillatori si tramandano da generazioni.
La Valle di Cembra, con le sue leggende di donne che scendevano in città con le bottiglie nascoste sotto alle gonne; la Piana Rotaliana, regno del Teroldego, ove si concentrano ben undici distillerie.
E poi la Valsugana, la Vallagarina, la Valle dei Laghi.
E il conseguimento della denominazione di origine e qualità garantite ne è la riprova più importante.
Allora, oggi o domani, ancora due giorni per brindare da soli o con gli amici: come diceva un’antica pubblicità, un motivo per una buona grappa c’è sempre.

















































