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Nov 24 2007

Marketing alla carbonara

Published by Maurice under Ristorante

Dopo ripetuti tentativi ci siamo riusciti. Da tempo volevamo avvicinarci ad uno dei ristoranti che a Trento è fra i più chiacchierati e che, fin dalla sua apertura, aveva l’intento di diventare il Number One. Le nostre discese in città avevano trovato sempre il cancello chiuso, vuoi per ferie vuoi per altri motivi non meglio precisati.
Ieri sera, finalmente, abbiamo avuto l’onore di varcare la sacra soglia e sederci ad un tavolo nella zona di mezzo, nello spazio che sta tra l’happy hour al bancone del bar e la sala interrata che, avendola già conosciuta in una visita "turistica" precedente, non mi dava lo stesso calore ambientale. Non che la sala vera e propria del ristorante non sia bella, anzi: i lavori di restauro hanno messo in luce antichi tesori architettonici, ma sembra di stare appunto in un museo, tra marmi e colori perlati. Meglio il legno ed il tovagliato rosso del piano superiore, ben più animato.

Come mia abitudine in questo blog non faccio recensioni di locali: so per esperienza quanto lavoro ci sia anche dietro una semplice pasta al pomodoro di trattoria, e non è giusto che un cuoco vada in giro a sparlare dei colleghi. Proprio se sono tirato per i capelli mi sbilancio con un giudizio con gli amici più intimi. Quindi niente recensioni sui piatti, ma solo qualche considerazione.

Sulla cucina una sola cosa: lo chef è uno che ha lasciato la stella Michelin per dirigere quest’altra brigata. Il nuovo patron - una forte società vitivinicola - non ha problemi di denaro, tanto che vox populi affermava che l’apertura di questo locale era stato più che altro un atto di marketing, non la ricerca del business, come fa un qualsiasi imprenditore. Segno ne sono gli ingenti investimenti per il restauro e l’arredamento dei locali.

Da uno chef (ex) Michelin ci si aspetta molto, comunque, ed in questo caso ancora di più. I primi piatti erano viziati da un eccesso di sale nell’acqua di bollitura (succede anche ai migliori), il resto taceva. Non ho molta memoria, ma di sicuro questa cena  non rimarrà tra le mie esperienze immortali.

Mi hanno colpito invece i particolari, di competenza del maître..
Mi è piaciuto il tovagliato monocolore, rosso su rosso, molto bella la carta (una serie di cartoncini per ogni proposta - il menu del giorno, il menu completo, la carta dei vini, la carta dei dessert - tutti abbelliti da un trancio di ramo di vite, e disposti a scaletta davanti ad ogni commensale), molto professionali gentili e simpatici i camerieri.

Di contro un bagno che non si chiudeva, con la carta per asciugarsi le mani esaurita senza che nel cestino vi fosse anche un solo foglio usato, ed uno sgabuzzino di servizio aperto allo sguardo dell’utente del bagno.
Sul bordo del davanzale della finestra che dava sul nostro tavolo c’erano segni di pittura che nessuno si è premurato di togliere dall’ultima imbiancatura, e le stampe sbilenche sul muro di fronte a me mi hanno irritato per l’intera serata. Poche cose, ma che non ti aspetti in un ambiente di così alto tenore.

In compenso, molto discreto il conto.

Usciti sotto la pioggia, abbiamo tirato le somme di una cena che sospiravamo da tempo.
Mentre io pensavo a come anche la cucina innovativa rischia di omologarsi - due piatti erano identici ai miei, anche nella dizione cartacea - le mie donne hanno dato a me un giudizio migliore del collega (ex) stellato, non per amore o carità, ma sulla base di un confronto imparziale.

Lo stesso giudizio che qualche ora prima il mio amico Carlo aveva espresso a proposito della sua ultima esperienza gastronomica presso la concorrenza locale, visto che noi siamo ancora chiusi per ferie.

Allora cosa mi manca per essere al pari degli altri? Il marketing, signori.

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