Nov 27 2007
I ragazzi con la valigia
La settimana scorsa cercavo un aiuto, nel senso professionale del termine, e Michela mi ha dato un aiuto, nel senso di consiglio.
Seguendo il suo input, senza molta convinzione ho messo un annuncio su un sito e subito sono arrivati i risultati. A differenza delle Agenzie del Lavoro, che sono piene di richieste di stranieri, la mia casella postale elettronica è stata subito inondata di domande di ragazzi e ragazze del Sud, del nostro Sud.
Dopo un periodo in cui i giovani meridionali chiedevano di lavorare nella loro terra, oggi sono tornati a battere le strade dei nonni, a lasciare il luogo natio per venire al Nord. Giusta la posizione precedente, giusta quella attuale.
E’ sacrosanto chiedere uno sviluppo del Mezzogiorno, è doveroso che governo centrale, potere locale ed imprenditorialità si diano una mossa in questo senso.
Nel frattempo, se qui piove, si può e si deve andare a cercare il sole da qualche altra parte dove c’è. Così ho insegnato ai miei figli, così ho fatto io.
Quindi ben vengano questi ragazzi.
La seconda considerazione è che non è del tutto vero che gli italiani non vogliono più fare i lavori pesanti.
Passare le giornate in cucina non è di certo come lavorare in miniera o ad asfaltare le autostrade, ma non è neppure passar carte da un ufficio all’altro.
Fra le email molte erano di addetti già ai lavori, ragazzi che hanno fatto la scuola alberghiera, che hanno già lavorato in alberghi e ristoranti, ma anche qualcuno che chiedeva il lavoro senza averlo mai fatto - d’altra parte non chiedevo necessariamente una esperienza precedente.
Lo spaccato che ne è venuto fuori da tutte le richieste ricevute è di una generazione che ha fame di lavoro, che vuole guadagnare, affrancarsi dalla famiglia, dare un senso alla propria vita, forse anche lasciare un tipo di vita che non li soddisfa, certamente provare qualcosa di nuovo senta timori.
Potendolo fare li avrei chiamati tutti perché vedo in loro mio figlio che, ormai cinque anni fa, ha preso lo zaino ed ha passato le Alpi.
In questi casi, però, non ci si può far prendere dai sentimenti di padre, ma agire solo ed unicamente con la ragione dell’imprenditore… sperando di non sbagliare.
Qualche consiglio a tutti quelli che rispondono ad un’offerta di lavoro.
- Date almeno il vostro nome, cognome, data di nascita, indirizzo e numero di telefono. Non basta dire Sono interessato: chi sei? come ti chiami? dove abiti? Se non volete allegare subito il curriculum, date almeno delle coordinate in modo che il vostro interlocutore vi inquadri.
- Perché volete quel lavoro? A volte la motivazione serve più di tante esperienze, soprattutto in cucina, dove ogni chef ha il suo modo di lavorare, e quindi bisogna ricominciare ogni volta che si cambia chef.
- Date una fotografia. Mostrarsi come si è può essere d’aiuto in mezzo a tante persone invisibili; e se decidete di mandare una vostro foto, sceglietela bene: non mandate una foto segnaletica, né quella fatta all’una di notte all’uscita dalla discoteca. Su questo punto mi sono scontrato (via email) con una candidata, che pensava a fini reconditi: mi sta bene tutto di te, ma se poi ti presenti con il burka, non fai al caso mio, non per ragioni ideologiche, ma perché non è il capo più indicato per lavorare in una cucina.
- Se il lavoro offerto vi interessa realmente, fatelo capire, ma non siate insistenti: potete colpire il vostro futuro datore di lavoro in maniera positiva, ma potreste anche ottenere l’effetto contrario. Misura!
- Ed attenti alla grammatica italiana. Anche i cuochi devono conoscere la propria lingua: un’email è una lettera a tutti gli effetti, non è un SMS, quindi niente abbreviazioni o linguaggio da T9. Personalmente una doppia sbagliata è come una puntura sul nervo sciatico.
Ed alla fine siate coerenti.
Se avete dichiarato che quel lavoro vi interessa come il pane e che siete disponibili da subito, e se vi chiedono di partire immediatamente, non tiratevi indietro. Fate il vostro squallido zainetto e partite. Sennò avrete perso tempo voi e lo avete fatto perdere agli altri, per niente.
















































