Dic 05 2007

Siamo o non siamo una squadra?

Published by Maurice at 00:05 under Cucina

Qualche amica blogger si è stupita di vedere nel mio menu invernale inseriti dei piatti che a suo tempo mi erano stati suggeriti.
Avevo promesso un esercizio di democrazia, ed ho mantenuto l’impegno perché quando si promette bisogna mantenere. E qui si aprirebbe un lungo discorso su come, al giorno d’oggi, la promessa non è più debito.

Un tempo (e potrebbe venirmi in aiuto sicuramente Loste, che di questi usi è un abile ricercatore) alle fiere si scambiavano capi di bestiame con una semplice stretta di mano: dopo una liturgia consolidata compratore e venditore si accordavano sul prezzo - a volte era in gioco anche qualche milione di lire - e ratificavano il patto con una semplice stretta.
La parola era parola, e non si poteva cambiare una virgola.
Da quando la politica, o certi personaggi della politica, ha cominciato a trattare la parola come qualcosa di assolutamente virtuale - Ma io non l’ho mai detto, Sono stati i giornalisti che mi hanno frainteso - da cambiare al primo soffio di vento, la parola non ha più un valore vincolante, anzi non ha più valore e non è più un valore.
Quante volte ho fissato appuntamenti per una seduta fotografica! Al giorno o all’ora stabilita (di comune accordo, senza coercizione alcuna) la modella si è defilata, spesso senza nemmeno un sms di giustificazione. La cosa più bella mi è successa un giorno che stavamo per visionare gli scatti già fatti: la ragazza si è "pentita" di aver posato, farfugliando motivi che non abbiamo affatto capito.

Tornando a bomba, ho voluto inserire nel mio menu i suggerimenti degli amici blogger anche come esercizio virtuoso della mia professionalità, una specie di Prova del cuoco della blogosfera. Voi ditemi cosa volete, ed io ve lo faccio: è stata la scommessa, che ha funzionato.
Sicuramente la Meringa e Gallinavecchia faranno gli stessi piatti in maniera diversa da come li ho impostati io, ma il bello è stato raccogliere il suggerimento, elaborarlo e farne qualcosa che vada bene ai clienti.

In qualche modo anch’esse sono entrate nella mia cucina ed abbiamo fatto squadra.
Anche se l’onore e la responsabilità ultima ricade su di me, mi piace però lavorare in gruppo. I grandi sono diventati grandi grazie anche alla gente di cui hanno saputo circondarsi. Non sono nelle condizioni di poter avere attorno a me una dozzina di collaboratori, ma questo sarebbe il mio sogno, non per un senso stupido di potenza, ma perché la cucina è per antonomasia un lavoro di gruppo.
E per qualsiasi commis dovrebbe essere un onore far parte della brigata di un certo chef.

Per il prossimo mese, se non succedono cataclismi, dovrei tornare a far squadra con il mio ultimo aiuto, Andrea. La sua disgrazia - come dicevano i latini - si è trasformata nella mia salvezza.
Già stanotte (ma cosa c’era nell’aria la notte scorsa che ha devastato il sonno di molte persone?) mi sono tormentato al pensiero che in una prossima sera avrò a cena uno dei giurati che mi hanno premiato a Squisito!: per la prima volta avrò al mio tavolo un blogger con la B maiuscola, un personaggio, uno di quelli che contano nel mondo della critica gastronomica. Per il momento, in ossequio alla privacy, non dico chi è né quando verrà, ma la sua prenotazione mi ha agitato non poco.
Sapere, però, che Andrea sarà al mio fianco, mi ha sollevato il morale e sono pronto alla sfida, che poi - sono sicuro - sarà un piacevole incontro tra persone che virtualmente già si conoscono e si frequentano.
Sicuro che nei prossimi giorni vi relazioneremo entrambi.

3 commenti a “Siamo o non siamo una squadra?”

  1. Losteil 05 Dic 2007 alle ore 17:45

    Era il “patto” sancito con la stretta di mano che costituiva, senza bisogno del giudice, l’atto giuridico di per se stesso. Ad esso presenziava il “sensale” che fungeva, stringendo le mani delle parti nelle sue, prima da mediatore e poi da “notaio”. La bestia poteva essere venduta con due clausole: “ai patti di legge” in cui il venditore doveva garantire che la bestia era priva di vizi e adeguata all’uso destinato, in questo caso il compratore era invitato a “chiamare i patti”, cioè a dichiarare l’uso finale del bestiame (macello, lavoro, ecc.). Oppure la seconda clausola poteva essere a “fiamme e fuoco” (o anche detta alla “frogetta” o “non garantisco fuori stalla”), per cui la vendita era fatta senza garanzia di vizi palesi o occulti.
    Questa è la storia, mi permetto di concludere con una considerazione: probabilmente mangiamo più m*** oggi che un tempo. la soddisfazione è nel fatto che la mangiamo accompagnata da contratti, bolle , fatture, certificati UE, certificati ASL, tracciamento genealogico e chi più ne ha più ne metta.
    Stammi bene
    Marco

  2. Mauriceil 05 Dic 2007 alle ore 18:15

    Sapevo di poter contare sulla tua competenza. Grazie Marco.

  3. Gallinavecchiail 06 Dic 2007 alle ore 13:10

    Se sono onorata di far parte della tua brigata? Assolutamente. Anzi ONORATISSIMA!
    Grazie
    Gallina

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