Dic 06 2007
Questione di età e di decenza
Stavamo rientrando a casa in auto, il mio Capo ed io, non molti giorni fa. Essendo in ferie… si parlava di lavoro.
Forse in preda ad un attacco di schizofrenia, d’un tratto sono uscito con una domanda:
- Perché non vendiamo tutto, casa e bottega, e ne comperiamo un’altra da qualche altra parte?
Per capire il senso della mia sparata forse occorre qualche elemento in più.
Un ristorante ha un suo ristretto bacino d’utenza e, visto che non abbiamo tre stelle Michelin, la nostra clientela è (e rimarrà sempre) limitata. Anche mettendo in atto tutte le strategie di marketing, le potenzialità saranno sempre quelle che sono.
Fossimo a Parigi, per esempio, con dieci milioni di abitanti più tutti i turisti, il discorso sarebbe diverso, anche in presenza di un’infinità di concorrenti. L’ex datore di lavoro di mo figlio, con tre ristoranti della nostra stessa dimensione, ad occhio e croce si porta a casa qualcosa come settecentomila euro all’anno, puliti da tasse. Non male.
E’ vero che in Italia moltissimi locali blasonati sono situati fuori dai grandi centri: Vissani a Baschi (un pupazzetto di peluche in omaggio a chi sa dire - senza consultare Wikipedia - quanti abitanti fa Baschi), Alajmo a Sarmeola di Rubano (altro pupazzetto a chi indovina gli accenti), cioè in una frazione di un paesotto fuori di Padova, Caino a Montemerano, altra frazione di un altro paese nel Grossetano. Solo per fare qualche nome che mi viene in mente a caso.
Qui parliamo di stelle che brillano come fari, e come fari attraggono i naviganti che battono tutte le bandiere del mondo. Per noi, ammesso che - perifrastica attiva di terzo grado - dopodomani un ispettore della Rouge passi da noi, impazzisca e ci dia in un sol colpo tre brillantini, non potremmo sostenerli perché non abbiamo le strutture adeguate.
Oltre al sito è lo stesso spazio architettonico che limita il nostro sviluppo.
Non fossimo in pieno centro storico, con tutti i vincoli del caso, potremmo pensare ad un ampliamento delle superfici, ma qui non si può fare nulla: il prossimo chiodo che piantiamo alle pareti ci costringerà ad adeguarci alle leggi per i portatori di handicap, volendo dare più intimità ai singoli tavoli dovremmo sopprimerne alcuni, il dehors è di proprietà del Comune essendo sulla pubblica piazza, e non possiamo neanche pensare a costruire una grande cantina sotto terra. A fare tutto quello che ci piacerebbe tanto potremmo disporre forse di quattro tavoli.
Ecco quindi la mia sortita. Vendiamo il locale, vendiamo l’appartamento, troviamo un posto a ridosso di una grande città, e riallestiamo tutto su ampi spazi dove attrezzarci con tutto quello che ci serve.
L’ideale sarebbe una grossa villa di campagna, dove magari aggiungere qualche camera per gli ospiti.
Il problema è uno solo: alla nostra età la decenza ci impone solo di sognare, o ci si può buttare in un’avventura del genere?




















































