Dic 08 2007
A proposito di spriz
Da quando, non si sa come, lo spriz è stato esportato fuori dalla terra Serenissima - a quando la versione clonata americana? the spreezz - tutti sono diventati esperti di spriz.
Provate, come ho fatto io per cercare un’immagine di contorno a questo post, su Google immagini, e troverete pagine di puttanate, scusate il francesismo, ma quando ci vuole ci vuole.
Innanzitutto lo spriz originale si scrive SPRIZ, senza t, perché è venezianissimo come il ciao, la pasta e fasioi, i bigoi in salsa e i risi e bisi. Non esiste lo spritz, perché non è né tedesco, né inglese, né americano, né vattelapesca. E’ veneziano punto e basta.
Per capire la sua origine precisa basti sapere che nel secolo scorso, in trasferta vacanziera in quel di Cortina (Cortina d’Ampezzo, provincia di Belluno, regione Veneto) per un ponte di S.Giuseppe, in corso Italia la mia ex ed io chiediamo sotto mezzogiorno due spriz in un bar semideserto, però sempre in corso Italia.
Il cameriere, perché non si meritava il titolo di barman, ci guarda sgomento, come se avessimo chiesto un irish-coffee alle Bahamas. Con pazienza lo catechizziamo passo dopo passo, step to step, nella composizione del cocktail proletario. Alla fine un conto di 3.000 lire, contro le 300 del listino veneziano.
La base dello spriz è il vino, non l’aperitivo arancione che l’ha derubato e che non voglio citare per non incappare nel concorso di apologia di reato. Si prepara nel bicchiere da spriz, che non è il tumble, non è il balloon, non è il calice: è un bicchiere alto e stretto, senza gambo, di vetro pesante, spesso sponsorizzato (la foto è quella che maggiormente si avvicina all’idea, il bicchiere è sbagliato).
Si versa mezzo bicchiere di vino bianco da pasto, lo si allunga con un po’ di minerale gasata o di selz - se qualche bar ha ancora il sifone - lo si macchia con un goccio di liquore a scelta del cliente (Select era il mio prediletto, ma va bene anche il Campari, il Cynar o quell’altro aperitivo arancione). Il tocco finale è la scorsèta de limon, una piccola scorza di limone, ma anche di arancio (più raro) o - super gradita - un’oliva infilzata nello stuzzicadente.
Costo unitario iniziale: 100 lire, salite con l’inflazione a 120 e poi 150. Oggi non so. L’aperitivo democratico, quindi, accessibile a studenti, gondolieri, operai di Marghera e primari ospedalieri, amato in maniera paritaria da donne ed uomini.
Lo spriz si beve esclusivamente prima del pasto, al bar, al bàcaro, rigorosamente in compagnia. Non esiste lo spriz alle 9 del mattino o alle 3 del pomeriggio: è il benvenuto al pasto, è l’anticamera del cibo che verrà dopo. Lo si beve fuori casa: in casa non è la stessa cosa, anche se si fa, è la liturgia della sua preparazione che fa già da antipasto, più delle patatine o dei salatini o delle olive che lo accompagnano.
Per capire ulteriormente la sua funzione di annunciatore assoluto al pasto (un arcangelo della tavola), basti dire di un’altra bella abitudine veneziana, il tramezzino (due fette di pane farcito con gli stuzzichini più deliziosi che il genio veneziano riesce a concepire: prosciutto, uova, carciofi, salmone, insalata, insalata russa, pomodori, tonno, asparagi, eccetera, in mille varianti. Niente a che vedere con quella poltiglia sotto vuoto che si trova al supermercato o negli autogrill che si attacca al palato e non riesce a superare la glottide). Bene, lo tramezzino si mangia a metà mattina o metà pomeriggio, per smorzare la fame incipiente, e lo si accompagna non con lo spriz, ma con un bianco (un bicchiere di bianco).
Questo è il vero spriz. Diffidare dalle imitazioni.




















































