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Gen 09 2008

Tempo di saldi

Published by Maurice under Ristorante

Ho letto di recente, da fonte autorevole, che in Italia solo il dieci percento dei ristoranti se la cavicchia (non va bene, ma solo se la cavicchia), nove su dieci è oberata di debiti e rischia la chiusura.
Un quotidiano locale, l’Adige, riportava domenica scorsa la radiografia del commercio trentino, subissato da chiusure e subingressi piuttosto che da nuove aperture.
Anche per bar e ristoranti la tendenza nella città più vivibile d’Italia non è rassicurante: nel 2005 le nuove aperture sono state 76, per crollare a 57 l’anno successivo e a 47 nei primi sei mesi dell’anno appena passato. Il 2005 è stato un anno d’oro, perché sia prima che dopo chiusure e passaggi di mano hanno superato gli esercizi nuovi.

I numeri non vogliono dire niente, ma possono dire tutto se si tenta di leggerli in maniera appropriata.

Il dato più lampante è che ci sono più operatori commerciali delusi rispetto agli entusiasti di nuove avventure. Come mai, visto che bar e ristoranti sono dei pozzi d’oro da mungere sempre e comunque? Gli esercenti non sanno più gestire le proprie aziende o sono cambiate le condizioni? Eppure la gente parla tanto di cibo e bevande, tutti sono gourmet e sommelier, le bocche sono piene di termini come flan, soufflé, retrogusto e sentore.

Pazzesco!
Non è possibile!
Non perdete
questo articolo
e tirate voi le somme.

Ma se la ristorazione e la somministrazione di bevande è così appetibile (mi si scusi il gioco di parole), così lucrosa, tanto da essere da anni nel mirino di ministri dell’economia, Fisco, uffici delle Entrate, Guardia di Finanza, perché allora chiudono invece di aprire? Ammessa come vera l’ipotesi che questi esercizi riuscivano a vivere grazie all’evasione fiscale (come pensano lor signori), allora bisognerebbe ripensare a tutto il sistema, visto che l’evasione era l’unica forma di reddito e di sostentamento.

Allora forse è vera l’altra ipotesi, tanto suffragata dalle associazioni dei consumatori, che i prezzi di bar e ristoranti sono troppo elevati, che i ricarichi sono spropositati, che la categoria guadagna troppo.
Ma chi è il fesso che ha un pozzo di San Patrizio e decide di sbarazzarsene? Chi è quel idiota che getta al vento un guadagno "facile" chiudendo la serranda?
Il petrolio va oltre quota 100, i carburanti vanno alle stelle, il mais schizza alle stelle tirando tutta la produzione alimentare. Di chi è la colpa?
Degli esercenti italiani ovviamente, dicono quelli delle cosiddette associazioni dei consumatori, che altro non sono che nuovi centri di potere, che di diritti si riempiono la bocca, ma che di economia non capiscono una mazza, o meglio, di economia propria si intendono benissimo, di quella degli altri non gliene frega un bel tubo.
Sembra una nuova guerra fra poveri, dove chi ne esce vincitore non sono i consumatori frastornati e presi per i fondelli dai novelli Masaniello, non sono gli esercenti che sono costretti a chiudere, ma solo e soltanto i burocrati delle associazioni che allargano sempre più i buchi della loro cintura con le percentuali sulle cause ed i cachet televisivi.

Se le cose vanno così male, ma chi glielo fa fare a quel novanta percento a rimanere dietro un bancone o a girare in mezzo ai tavoli?
Vi sono concetti che chi è fuori molto spesso non capisce, gli stessi per cui il comandante è sempre l’ultimo ad abbandonare la nave, quando addirittura non sceglie di andare a picco con essa.
Questi concetti si chiamano: orgoglio, amore per la propria creatura, attaccamento alla propria azienda, speranza che le cose cambino prima o dopo, imprenditorialità che implica tentativi di innovazione, sperimentazione di nuove vie, ricerca di miglioramento. In una parola sola: stupidità.

Se non fossero stupidi, infatti, ristoratori e baristi consegnerebbero le chiavi della baracca alle banche ed andrebbero a fare i dipendenti a reddito fisso o i segretari delle associazioni dei consumatori.

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