Gen 18 2008
Non solo ricordi
Fu un vero terremoto, nulla rimase come prima. Quest’anno cade il sessantesimo anniversario della nostra Costituzione, ma c’è anche un’altra ricorrenza, che non avrà le celebrazioni ufficiali riservate alla nostra Carta fondamentale, ma che sicuramente sarà oggetto di dibattiti vari: i quarant’anni dal ‘68, un anno di svolta epocale per tutto il mondo.
Eravamo nel bel mezzo della guerra del Vietnam, iniziata quattro anni prima, e negli Stati Uniti i movimenti pacifisti cominciano a farsi sentire prepotentemente soprattutto all’interno dei campus, primi fra tutti quelli californiani.
Da lì la coscienza pacifista si estende anche al di qua dell’Atlantico, prima a Parigi, poi in tutto il resto dell’Europa, coinvolgendo università e scuole superiori.
Nel ‘68 facevo l’ultimo anno del liceo classico. Tanto per capire il clima fino a quel momento, le compagne di classe avevano ancora il grembiule nero, occorreva la giustificazione dei genitori perché eravamo ancora minorenni, la televisione era in bianco nero e ci dava due soli canali, non esistevano le reti private, l’Espresso era grande come un lenzuolo, non esisteva Repubblica.
Il primo sussulto contestativo al nostro liceo fu in occasione della visita del presidente della Repubblica, Saragat, a Venezia. Al momento del passaggio del corteo delle auto per Corso del Popolo, sotto la nostra scuola, sventolammo fuori delle finestre le tende della nostra classe, ridotte dal tempo a lunghi brandelli di stoffa e mai sostituite, per chiedere un qualche intervento banale, terra-terra, per la nostra scuola. Niente in tutto.
La protesta vera avvenne qualche settimana più tardi, quando il Movimento Studentesco - ancora in fase spontaneistica - indisse uno sciopero nazionale della scuola contro la guerra in Vietnam. Ricordo (con pentimento) che andai in classe con due o tre altri compagni, perché ritenevo che quella manifestazione non fosse a favore della pace, sulla quale non si discuteva, ma fosse un atto politico contro gli Stati Uniti di cui eravamo più che alleati.
Era già iniziato l’impegno politico, mio e di tantissimi altri.
Fino a quel momento ero stato occupato in parrocchia nell’Azione Cattolica, responsabile del gruppo giovani. Una sera un nostro amico invitò a casa sua alcuni di noi, quelli più impegnati nella Chiesa, per farci un discorsetto: se è vero che i cattolici devono essere impegnati nella testimonianza, questa non può esaurirsi all’interno delle mura parrocchiali, ma deve uscire nella società.
In breve, tutto il nostro gruppo, più di una trentina di ragazze e ragazzi, passammo in massa dalle salette ecclesiali alla sede del partito che "naturalmente" era il punto di riferimento dei cattolici, la Democrazia Cristiana. Fu la nostra prima rivoluzione.
Al primo rinnovo delle cariche sezionali noi giovani fummo eletti in massa. Preso in mano il "potere", fu un crescendo di maturazione politica: sere e sere a ritrovarci a discutere, a fare volantini, ad individuare obiettivi per cui lottare sul nostro territorio - un quartiere operaio, rosso per antonomasia, con una fortissima presenza del Pci - senza perdere di vista i temi nazionali ed internazionali, fra cui appunto la guerra in Vietnam.
Assassinato J.F. Kennedy, i nostri miti erano il fratello Bob (assassinato anche lui di lì a poco), Martin Luther King, Camillo Torres, il prete guerrigliero ucciso due anni prima in Colombia, don Milani, il parroco di Barbiana, i cattolici olandesi, ma guardavamo con sempre maggiore interesse al Che che ancora resisteva e a Ho Chi Min che teneva testa agli americani.
Avevamo iniziato la nostra lunga marcia che ci avrebbe portato verso nuovi orizzonti.


















































Leggere questi pensieri rievoca spiriti che io non ho conosciuto di persona, ma che ho imparato nei libri e nei racconti dei miei genitori…Che strano…E’ bellissimo!
Se non fossi la reincarnazione di Jackie Kennedy, mi faresti rabbia per il fatto di essere nata solo nel 1970.