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Gen 29 2008

Vogliono fare gli sboroni

Published by Maurice under Ristorante, Costume & Società

Eleonora Cozzella sta al pensiero gastronomico come le ostriche stanno al sesso: è sempre stimolante. Non fa eccezione il suo post su Kataweb - Quasi quasi me la porto via - dove illustra una bella iniziativa dei ristoratori piemontesi.
Questo vale per il vino, ma il discorso è allargabile anche al cibo.

Negli Stati Uniti una sera mi sono fatto "incartare" delle squisite linguine allo scoglio, troppo abbondanti per essere consumate in loco, troppo buone per fare la bestemmia di lasciarle lì. Ma io in precedenza ero stato "educato" da mio figlio che negli States aveva già passato un anno: il take-off è normale, ed anzi è considerato positivamente.
In effetti, pensiamoci, è come dire allo chef: veramente buono, non ce la faccio più, ma non buttarlo via; me lo porto via io, così domani ricorderò questa cena ed il suo abile creatore.

Io continuo a ripeterlo ai miei clienti. Quando vedo un piatto che ritorna ancora pieno, lo faccio mettere da parte, chiedo in sala chi l’ha ordinato e vado a parlare con il/la cliente, tentando di convincerlo a portarsi via i rimasugli.
Stupore, meraviglia! Ma come, lei mi dice che posso portarmelo via?
Cosa c’è di tanto strano? Oltretutto, se il cliente lo paga, è tutto suo, ossa comprese.

Ci saranno anche ristoratori e chef  che storcono il naso, ma molto spesso è del cliente la colpa. E questo atteggiamento dell’italiano a tavola dimostra anche un’altra cosa, un nostro difetto.
Come diceva quel comico di Zelig, a noi piace tanto fare gli sboroni. Non capiamo una mazza di cibo o di vino, ma ordiniamo il flan o il Syrah perché suonano bene o perché sono quelli che costano di più, salvo poi cadere sul filetto ben cotto.
La stessa boria la usiamo nel non chiedere di portarci via il vino o il cibo rimasto: non sono mica un pezzente, io! Guardi che a casa ho il frigo pieno, non ho bisogno dei rifiuti. Lo dia ai suoi maiali.
Tanto disprezzo per il cibo è figlio dei tempi.

Nel mio piatto non rimane mai una briciola (eventualmente le guarnizioni non commestibili) e, se posso, faccio anche la scarpetta. Ma io faccio parte di un’altra generazione educata al Mangia ’sta minestra o salta dalla finestra, una generazione nata da genitori che avevano passata la guerra, che si sono fatti il mazzo con la ricostruzione, non solo nazionale, ma prima di tutto della propria famiglia.
Non avevamo il riscaldamento centrale, il boiler andava a legna che si comperava dal legnaio, vivevamo nelle case Ina-Casa, il cappotto si rivoltava, la mamma metteva le toppe sui gomiti delle giacche e dei maglioni. Le maglie, rigorosamente fatte a mano, una volta cresciuti venivano sfatte, la lana recuperata, e con un altro colore diventavano altre maglie.
Il prosciutto crudo non si sapeva neanche che fosse, l’acqua minerale e l’aranciata si facevano con l‘Idrolitina, la nostra pasta di Gragnano si chiamava Combattenti, la Barilla era venduta avvolta nella carta blu, le sigarette si potevano comperare anche sfuse, cinque alla volta, avvolte nella cartina.

Altri tempi, ma non ci vergognavamo della nostra dignitosa povertà, perché la nostra ricchezza era dentro.

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