Feb 05 2008
Mardi gras
Oggi è martedì grasso, l’ultimo giorno per buttarsi nella spensieratezza orgiastica più sfrenata prima di cospargerci il capo con le ceneri.
Anche la cucina festeggia la fine del periodo dei bagordi con delle ricette ad hoc, soprattutto nei dolci; per chi ha voglia di ricette rimando alle pagine di Loste, per gli altri ho solo qualche ricordo.
Il Carnevale della mia fanciullezza ha il sapore delle frìtoe, dei galani e delle castagnole. A ben pensarci, la cucina carnevalesca è sempre stata democratica: pochissimi ingredienti (uova, farina, zucchero, olio o strutto per friggere) che non mancavano neanche nelle famiglie più povere. Al limite si faceva uno strappo all’economia mensile, tanto c’erano subito dopo un giorno di digiuno e quaranta di astinenza per rimettere in sesto la coscienza e le finanze.
Ricordo mia madre con il suo grembiule bianco di farina che tirava la pasta dei galani (chiacchiere, bugie o crostoli per i non veneziani), gialli di uova, finissimi, quasi trasparenti. E poi con la rotellina dentata a tagliare la pasta a rombi irregolari, immergerli nella padella nera di ferro, controllarli quando cominciavano ad indorare e tirarli su subito, prima che diventassero troppo scuri.
Ed io che mi tenevo a debita distanza dall’olio bollente, ma a portata di mano dalla grande bacinella in plastica bianca a coste, una bavarese rovesciata dove mia madre adagiava i dolci con delicatezza, fino a formare una montagna di tentazioni, bianca non di neve ma di zucchero a velo.
Ma c’erano anche le frìtoe, le frittelle, tutta un’altra cosa. Quando con il cucchiaio mia madre versava la pastella sempre nella pentola nera di ferro, sembrava un cielo di nuvolette irregolari dorate dal sole. A mano a mano che si abbronzavano le tirava su con il mestolo forato per risparmiare l’olio e per farle scolare, prima di deporle in un’altra bacinella ed imbiancarle con lo zucchero (qui andava bene anche quello semolato).
Il segreto di mia mamma era l’uvetta: non la ammollava nell’acqua, ma nel liquore che dava un ulteriore piacere al palato.
Per non farci mancare nulla la festa era accompagnata dal vin dolce. Vicino a noi c’era una casupola ch’era una mescita di vini sfusi; era compito mio andare, la bottiglia di vetro con la guarnizione di gomma arancione ed il tappo di ferro in mano, a comperare un litro di Albana, quasi un vin santo.
Questo era il mio Carnevale. Non c’era vestito da Moschettiere che valesse quanto i galani e le fritoe della mamma.

















































