Feb 22 2008
Chiamale se vuoi emozioni
Confesso francamente di essere molto perplesso.
Repubblica, in partnership con Terna, lancia una campagna per la spesa a chilometri zero; fuori dagli slogan facili si chiede di rinunciare ai prodotti alimentari che vengono da lontano per privilegiare quelli "dell’orto vicino", fino a ieri si diceva a quelli del territorio, in nome del risparmio energetico.
Secondo Antonio Cianciullo " un chilo di pesche dall’Argentina (12 mila chilometri in aereo) si consumano 5,4 chilogrammi di petrolio".
Molto scettico sull’iniziativa, per non dire ostile, è Stefano Bonilli del Papero Giallo, ma anche alcuni ricercatori scientifici che contestano quei dati.
La mia perplessità parte dall’alleanza del giornale di Mauro con la società elettrica. Nulla toglie che anche tra le industrie batta un qualche cuore ecologista, ma è come se l’Agip promuovesse una campagna per l’uso della bicicletta: puzza un po’ tanto. La Terna, invece di mettersi la giacca verde, potrebbe - per esempio - promuovere seriamente e massicciamente degli impianti ad energia rinnovabile.
Spesso gli slogan valgono più dei ragionamenti. Se oggi fossimo chiamati a votare un referendum sul nucleare, non so se "Nucleare, no grazie" ne uscirebbe ancora vincitore. Allora in massa lo abbiamo rifiutato (parlo al plurale) sull’onda emoiva di Cernobyl; oggi, con il carburante a quasi un 1,5 euro molti si chiederebbero se non vale la pena rischiare qualcosa con il nucleare piuttosto che far penare le famiglie e l’industria del nostro Paese.
Gli slogan sono belli, perchè in poche parole scatenano la fantasia, sintetizzano concetti complessi, danno l’input ad azioni e reazioni, spesso però emotive. Pensiamo solo al V-Day grillano, che sintetizza legittime aspettative politiche della gente perbene, ma anche molti velleitarismi e boutade gratuite.
C’è infine l’aspetto culinario della questione.
Parliamo tanto di biodiversità da difendere, ma quanti sono disponibili a rinunciare a prodotti - e quindi a gusti - importati anche da molto lontano per gli alimenti dietro casa?
Ho già fatto l’esempio del cervo. Chi va in montagna si aspetta di trovare il cervo, declinato in vari piatti e versioni. Molti, sensibili ad un mondo ecologico pur senza essere vegetariani, si pongono il problema di come sono questi cervi che si trovano nel piatto; la rassicurazione che sono allevati esclusivamente per il macello - come le vacche - li rassicura. Però poi rimangono sorpresi quando gli dico: che non esiste da noi un piatto di cervo autoctono: la caccia a questa mammifero è di selezione, quindi solo pochi capi vengono abbattuti ogni anno, insufficienti per la grande richiesta della ristorazione; che la legislazione sanitaria impedisce di fatto l’uso di questi capi abbattuti; che comunque i costi sarebbero improponibili anche in una cucina di alta classe.
Ed allora ecco il ricorso al cervo allevato in Nuova Zelanda e qui recapitato, per la gioia dei commensali italiani.
Ma il discorso è amplissimo, e va dalle banane alle spezie, dal sale alle patate. Tutti vogliamo il meglio, la qualità, la varietà, la cucina è fatta di emozioni, e l’orto dietro casa limita comunque questa ricerca.
Patate ed uova sode vanno benissimo ogni tanto, ma tutti i giorni stancano.



















































