Feb 29 2008
Love stories
Pomeriggio di chiacchiere fuori onda con una carissima amica di blog, la terza che conosco di persona, bevendo una birra di fronte al Monte Peller che, per l’occasione e per dovere di ospitalità, poteva anche presentarsi senza foschia.
Spero di non infrangere la privacy dicendo che Meringa è qui assieme alle sue due splendide bimbe (Seamus, mi ha spiegato, non è potuto venire per i suoi impegni di lavoro. Peccato).
Così si parla del più e del meno, di progetti reciproci che stanno covando sotto la cenere, del passato, dei colleghi blogger, delle reciproche esperienze. E parlando dei miei primi passi nel mondo dell’ospitalità mi è venuto in mente un’esperienza che non ho mai raccontato. Ovviamente questo non c’entra niente con Meringa, ma mi è venuto in mente parlando di tutt’altri argomenti.
Era il lontano inverno a cavallo tra il ‘79 e l’80. Da poco immigrato in Trentino, avevo trovato lavoro come lavapiatti in un nuovo albergo a Marilleva, non lontano da dove si esibiva Fiorello come animatore di villaggio.
Esperienza importante, soprattutto per uno che uscito dal Classico non aveva la più pallida idea di cosa fosse il lavoro manuale, l’ultimo nella scala alberghiera. Non era propriamente una passeggiata lavare un migliaio di piatti al giorno, tant’è vero che - prima di perdere le mani fra detersivi e tagli che non si rimarginavano mai - ottenni il passaggio dalla plonge alla sala.
La settimana iniziava il sabato sera con l’arrivo del turno di vacanzieri. Alle 19.30 cominciava il servizio: oguno prendeva posto in sala, agglomerandosi ad amici o colleghi nei diversi tavoli. Il mio rango - i tavoli cioè di mia competenza - era di una quarantina di posti.
Il sabato, quindi, era destinato al primo impatto, la prima conoscenza reciproca. Si individuavano subito i rompiballe, gli affamati, gli antipatici, i simpatici, i neutri, i mattacchioni, quelli che stavano sulle difensive, gli schizzignosi e le bocche buone.
Domenica a mezzogiorno, come quasi sempre a pranzo, gli ospiti erano pochi e si instaurava un rapporto più confidenziale, anche se sempre imperniato alla rigida professionalità. Però si veniva a sapere se erano un gruppo unico, da dove venivano, le loro prime impressioni sul luogo e sul servizio trovato.
La vera grande serata era alla cena della domenica. Rotto il ghiaccio, già entrati nel clima vacanziero, i clienti, anzi le clienti venivano passate al love detector: senza bisogno dei tre indizi di Frizzi a fine cena si poteva già stilare la lista delle signore che erano venute a sciare, ma che cercavano anche qualcos’altro oltre la neve.
L’identikit era abbastanza simile per tutte: niente fidanzati o mariti al seguito, tanto meno figli, spesso in compagnia di un’amica con identiche disposizioni d’animo, con qualche anno di matrimonio o di unione alle spalle. In genere sempre belle donne, mai racchione comunque, ben curate e ben truccate senza volgarità, sguardo languido, occhiate insistenti, qualche timida avance o doppiosenso.
La verifica sull’esattezza o meno delle nostre analisi avveniva un paio di ore dopo, quando anche noi del personale scendevamo nella discoteca dell’albergo.
Non so se questo avveniva anche in senso contrario, se cioè anche le colleghe di sala erano oggetto di attenzione da parte degli ospiti maschi. Erano comunque esclusi i rapporti tra colleghi, a dispetto del pensare comune che le cameriere sono sempre disponibili. Di certo quell’inverno abbiamo registrato una sola unione di coppia tra il personale di sala che ha portato, non molto tempo dopo, al matrimonio tra i due.
Non è mancato però l’episodio piccante.
Una sera l’animazione aveva organizzato un ballo in maschera; noi del personale eravamo stati sollecitati dalla direzione a partecipare attivamente alla serata, in modo da coinvolgere anche gli ospiti.
Io decido per l’abito da pirata (Julio Iglesias insegnava a quel tempo) ma mi mancava l’orecchino di rigore. Scendo alla camera di una collega e busso alla porta: nessuna risposta; busso ancora una, due, tre volte e finalmente sento una flebile voce che chiede chi è.
Rispondo dicendo chi sono ed il motivo della mia visita. Dopo altri minuti di attesa mi viene ad aprire la collega con uno sguardo strano, i capelli scomposti, cercando di ricomporsi negli abiti da camera; dietro di lei un’altra collega, nelle medesime condizioni.
A naso non mi è parso di aver interrotto una partita a canasta.

















































Certo che come rompipalle non fai le scarpe a nessuno! ;-)
Scusa è ma bussi due volte, poi senti una voce flebile e strana che chiede chi sei. E già qui uno avrebbe mollato tutto adducendo tutte le scuse possibili, tu no. Insisiti, vai avanti, e butti pure l’occhio dentro… Poi ? L’orecchino per la carnavalata lo hai rimediato o no? A noi interessava quello ! :))
Marco
Lo so che vi interessava sapere dell’orecchino. Sapete cosa vi DICO? Siete dei… vecchi porconi.