Mar 03 2008
Mille splendidi soli
A parte quelli di Anthony Bourdain, legati al mio mondo professionale, non ho mai fatto qui una recensione dei numerosi libri che vado leggendo. Anche i più coinvolgenti alla fine passano come una canzonetta di Sanremo: a distanza di anni magari ne ricordi il ritornello, ma non lasciano tracce profonde.
Questo libro non passa inosservato, strappa l’anima, ogni volta che lo chiudi lascia il segno dentro, e nulla è come prima.
Khaled Hosseini, Mille Splendidi Soli, Piemme, 2007, 432 pagine, € 18,50.
Qui e qui potete trovare la recensione e centinaia di commenti, segno che è un libro che non passa inosservato.
Molti l’avranno già letto: questi potranno dirmi se il mio giudizio è condiviso. A chi non lo conosce, spero che queste righe servano per far scoprire un volumetto che, in caso di Diluvio Universale, porterei assolutamente con me.
Premetto che, pur avendo amici arabi e musulmani, fino ad ora ho giudicato il fondamentalismo islamico come un male che solo una visione dialogante potrebbe riportarlo entro una dimensione "civile" del vivere umano.
La mia conoscenza della cultura araba è sempre stata limitata a poco più di quanto ho studiato a scuola, poca cosa quindi, diciamo pure che è più ignoranza che conoscenza; e come tutte le cose che non si conoscono non si riesce ad amarle o a odiarle.
Dopo la lettura di Mille splendidi soli oggi sono in grado di amare ed odiare profondamente questo mondo.
La prima cosa che mi ha colpito è come un autore maschile sia riuscito a descrivere così bene le figure femminili delle due protagoniste, facendo odiare profondamente gli uomini che girano attorno a loro. Ad un certo punto ti fai un esame di coscienza, metti in discussione il tuo essere maschio: l’unica "scusante" è che la guerra trasforma l’uomo in una bestia, dove la ragione viene seppellita sotto tonnellate di istinti neppure primordiali, solo animaleschi.
Ma non è solo la guerra, non sono solo gli interessi tribali di questo o quel gruppo che possono "giustificare" gli abissi più neri dell’animo dell’uomo. Nessuno si salva: sovietici, mujiadin, talebani mostrano il peggio del peggio della mente di maschi criminali, dove non esiste giustificazione alcuna.
Se romanzo è, se le figure di Mariam e Laila sono frutto della fantasia (ma quante Mariam e Laila ci sono state e ci sono tuttora?), l’Afganistan però è reale, tanto reale che ti sembra casa tua, dove vivi tutti i giorni. E questo fa ancora più male, abituati come siamo ad immaginarlo tutto deserto e polvere e brullo, grazie alle immagini che ci arrivano dai tg: ed invece, scorrendo le pagine, sembra la via dove abiti, i prati dove hai giocato anche tu da piccolo, le montagne che ti stanno attorno, il fiume lungo il quale vai a passeggiare.
Allora ti domandi: ma potrebbe succedere anche qui? anche a noi? anche alla mia famiglia?
Pagina dopo pagina sorgono altri interrogativi, si spezzano certe convinzioni, rimetti in discussione certi principi e ti chiedi da che parte stai.
Non ho mai giustificato l’intervento americano nel Golfo, neppure dopo l’11 settembre. Ma dopo questo libro mi convinco che è giusto che chi ha principi e valori umani li debba portare anche con le armi dove vige ancora la legge della più barbara giungla. Non parlo di democrazia, di sistema politico, economico e sociale occidentale, parlo di valori umani di base come il rispetto della persona umana, maschile e soprattutto femminile, il valore della cultura, indipendentemente dalla fede di ognuno.
Se le rivalità di pashtun, mujiaidin, talebani ed altri cento gruppi fino ad ieri li vedevo come un antagonismo secolare, circoscritto ad usi, costumi e credenze diverse, oggi la discriminante è l’animo criminale, chi è più oscenamente malvagio e chi solo un po’ meno.
In questa landa disseminata di cadaveri veri - che neppure i più crudi reportage dei tg ci fanno vedere con tanta crudità - qualcosa si salva, ma è ben poco: i bambini, vittime sacrificali di tante bestialità, e gli anziani (il mullah, Babi il padre di Laila, il giudice). Nemmeno l’amore grandissimo di Tariq riesce a scalfire il ritratto assolutamente negativo degli uomini.
E’ un libro triste. Non è però la tristezza dei romantici, quel dolce sentimento che, sai già, alla fine lascia lo spazio al sospiro del lieto fine: chi si aspetta l’abbraccio finale tipo Body Guard, se lo scordi. Se un lieto fine c’è (e non anticipo nulla qui) è sopraffatto dalla tristezza che rimane negli occhi, che c’è negli occhi disillusi di fronte a tanto orrore privato e sociale. Pur scritto con un tocco lieve, è un libro che ho trovato graffiante, lacerante nell’animo come nessun altro: il diario di Anna Frank è acqua di rose.
Pochi sono i testi che andrebbero imposti nelle scuole, questo è uno di quelli.
Khaled Hosseini

















































Ho letto ” Il Cacciatore di Aquiloni” e, seppur straziante, mi è piaciuto tantissimo, uno tra i libri più belli che abbia mai letto. Dopo aver letto il tuo post credo sia giunto il momento dei mille splendidi soli. Grazie.
Stessa cosa anche per me! Ho “divorato” “Il Cacciatore di aquiloni”, uno dei libri più belli che ricordi. E adesso - bambini permettendo - appena riuscirò, mi prenderò anche questo. Dopo la recensione, poi….
Io faccio il gambero, chiuso il secondo ho iniziato a leggere il primo, e voglio fare in fretta perché a fine mese è già in programma il film.
Io li ho già letti entrambi. Ti posso dire che questo mi è piaciuto più del primo nonostante siano splendidi tutti e due. Ciò che uno riesce a sentire leggendo questi libri difficilmente è scrivibile…per lo meno io la penso così. Sento solo di avere una gemma in più nel diadema delle ideeche mi giungono tramite i libri. Una gemma molto importante…