Apr 08 2008
L’altra metà del cielo
Ho la fortuna di lavorare da anni insieme con mia moglie. Anche quando il mio lavoro era diverso, tutti i due lavoravamo fuori casa, con la sola eccezione di un anno durante il quale lei ha potuto permettersi di fare la casalinga. Forse è stato il nostro anno più bello che ancor oggi lei sogna.
Non mi ha stupito, quindi, il post di Ruben, ma parte da un presupposto sbagliato: non tanto dal sogno di fare la casalinga, ma dal sognare di fare l’ereditiera casalinga, "senza dipendere dal marito".
Nella società rurale i compiti erano ben definiti all’interno della famiglia: l’uomo lavorava i campi, la donna lavorava in casa per la famiglia, faceva tanti figli perché occorrevano braccia per lavorare i campi, accudiva all’orto, ed aiutava il marito direttamente durante la stagione in cui arrivava altra manodopera, come nella raccolta, facendo da mangiare per tutta l’azienda.
Solo con la rivoluzione industriale la donna ha seguito l’uomo in fabbrica, non tanto per emanciparsi, ma perché era l’industria che aveva bisogno della donna - come dei bambini - perché costava meno.
Poi è arrivata l’emancipazione femminile, con il corollario assolutamente sbagliato che se è solo l’uomo che lavora fuori casa, la donna che fa la casalinga non lavora ed è una mantenuta del marito.
Quando vendevo, alle mie interlocutrici casalinghe chiedevo sempre: lei lavora anche fuori casa?
Non esistono le categorie dei lavoratori, quelli cioè che escono dalla porta al mattino, e dei non-lavoratori, quelli che passano il tempo fra le mura domestiche. Esistono quelli il cui lavoro è retribuito, e quelli che non sono pagati, ma entrambi lavorano.
Oltre che essere un fatto sociale, prima di tutto si tratta di un’impostazione culturale.
In una società culturalmente evoluta la casalinga è l’amministratrice dell’entità familiare. Io marito (ma potrebbe essere la moglie) che vengo retribuito per il mio lavoro fuori casa, porto tutta la mia busta paga alla moglie (ma potrebbe essere il marito) che dovrà amministrarla al meglio, facendo quadrare i conti, facendo trovare un ambiente domestico pulito e confortevole, provvedendo alle necessità proprie, del coniuge e dei figli, facendo tutto quello che, in definitiva, serve perché tutta la famiglia viva al meglio.
In una società culturalmente evoluta alla donna, che per qualsiasi motivo chiude con il proprio coniuge, deve essere garantito il diritto di reingresso nel mondo del lavoro (esterno) a qualsiasi età, eliminando anche quel concetto di subalternità economica all’uomo.
Allora "fare la casalinga" non significa castrazione, sudditanza, emarginazione. Lavorare in casa non significa allora essere relegata ad un ruolo di serie B, ma essere compartecipe in tutto e per tutto delle sorti della famiglia, essere comprimaria in un progetto, e significa soprattutto essere soggetto attivo - e non passivo - di una libera scelta.
Chi non ha presente tutto questo, e magari si proclama tanto difensore della vita e della famiglia, non fa nient’altro che prendere in giro la nostra metà del cielo.




















































