Apr 16 2008
Un Granato è per sempre
Non so quante volte capita di degustare un vino premiato dal Gambero Rosso con i tre bicchieri per due anni consecutivi e dall’Associazione Italiana Sommelier Duemilavini con i cinque grappoli per tre anni consecutivi.
A me è successo la settimana scorsa, ospite con il mio corso sui vini all’Azienda Agricola Foradori di Mezzolombardo, capoluogo della Piana Rotaliana dove nasce il Teroldego Rotaliano.
Sto parlando del Granato 2004, il fiore all’occhiello di Foradori, un Teroldego che EveryWine definisce come "un profluvio di petali di rosa e viola, bacche nere, mallo di noce, apre la via a una partitura aromatica minerale e succosa, che svela poco a poco aromi torrefatti di cacao, caffè in grani, tabacco, ginepro verde e semi di finocchio. In bocca è tonico, perfetto nel morso e tannico dei legni nobili".
Del Teroldego si parla fin dal Medioevo.
E’ del 1383 il primo documento scritto in cui appare il nome Teroldego, anno in cui un certo Nicolò da Povo si impegnò a corrispondere, a mo’ di interesse, una botte di Teroldego ad una certa Agnese che gli aveva prestato del denaro. Fra il Trecento e il Seicento il Teroldego veniva coltivato dal Campo Rotaliano a Rovereto. Nel Cinquecento se ne parla a Mezzolombardo. Nel Campo Rotaliano si insediò stabilmente, mentre altrove finì con lo scomparire.
Questo vino era molto apprezzato dai reali d’ Asburgo che estendono il loro potere a tutto il Trentino fino al primo conflitto mondiale. Con l’annessione di Trento all’Italia, però, la via austriaca del Teroldego si chiude ed il vino rimane confinato entro i limitati confini provinciali, sconosciuto a tutto il resto d’Italia.
Nel 1935 Vittorio Foradori, bancario presso la locale Cassa di Risparmio ed appassionato viticoltore a tempo perso, costruisce la sua casa colonica dove oggi ha sede l’Azienda Agricola. Si dedica al Teroldego per passione e per denaro, ma il suo vino rimane sconosciuto ai più. Ci vorranno due salti generazionali e cinquant’anni esatti per arrivare alla nipote Elisabetta Foradori che, con il sostegno della madre Gabriella, si dedica anima e corpo all’azienda.
E’ il salto qualitativo: Elisabetta studia, prova, seleziona, produce, mentre nel frattempo il Teroldego Rotaliano esce dagli stretti confini trentini per diventare un vino di prestigio conosciuto a livello nazionale ed internazionale.
La Foradori è una piccola azienda, ma il suo prodotto è eccellente, uno fra i migliori di questa terra attraversata dal fiume Noce: dopo due anni di invecchiamento in barrique, comincia ad essere pronto non prima di un altro biennio in bottiglia. Basti dire che ogni vite coltivata a Guyot produce un solo litro di vino, che non è neppure DOC, ma "solo" IGT, per un totale di 50 mila bottiglie già vendute prima ancora che siano immesse sul mercato.
Una produzione selezionatissima: alla faccia del Disciplinare della DOC, che prevede al massimo 170 quintali per ettaro, Elisabetta Foradori ne ricava solo 60, cioè l’eccellenza.
Non sono sommelier, ma un degustatore qualsiasi, e mi riesce difficile descrivere questo vino. Mi affido quindi al Gambero Rosso:
Ha una strepitosa carica nel colore, proprio come i grani del melograno maturo - da questo il nome - e una portentosa struttura, in tutte le sue sfumature. Vino di rara eleganza, ottenuto con tanta pazienza e altrettanta bravura da Elisabetta Foradori a suggello della sua personale sperimentazione sul vitigno teroldego. Pieno, elegante, carnoso, indimenticabile.
Per chi vuole saperne di più:
qui trovate il bellissimo sito dell’Azienda
qui troviamo una bella intervista a Elisabetta Foradori
qui se volete acquistarne online qualche bottiglia
e qui una recensione AIS sul Granato.
Nella foto di Henning Bornemann un bel ritratto di Elisabetta Foradori, che ringrazio di cuore.




















































