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Apr 17 2008

Manuale di sopravvivenza dopo il voto

Published by Maurice under Politica

E’ un po’ come perdere per un gol al 94esimo: andava bene anche il pareggio, ma la rete di rapina qualche secondo prima che l’arbitro fischi la fine della partita non va proprio giù.
Girando fra i blog dopo lo spoglio delle schede la sensazione è questa. Delusione, rancore, disillusione, speranze frantumate come un balloon di cristallo. Ovviamente sto parlando dei blog di sinistra, perché quelli di destra sono in pieno effluvio orgasmico.

A qualche giorno di distanza possiamo o tentiamo di essere più freddi e più tranquilli anche nei giudizi.
Ci eravamo illusi troppo presto che We can potesse avere la stessa magia che in America. Intanto bisogna dire che gran parte degli italiani non conosce l’inglese ed una buona percentuale sa solo il proprio dialetto: se Veltroni voleva sfondare doveva usare il pota-pota, espressione più comprensibile ai coltivatori diretti della bassa Padana che non uno slogan intelligente.
Come dice il mio amico Bertoldo sul suo blog, chi ha perso non è stato il PD, ma gli italiani: Veltroni ha lanciato un sogno, una speranza, gli italiani hanno dimostrato - con un voto assolutamente legittimo e razionale - che non hanno né sogni né speranze.

Giampaolo Pansa, con il quale torno a concordare dopo qualche anno, ha ricordato che il nostro Paese è da sempre di destra, o comunque moderato: vent’anni di fascismo e cinquant’anni di DC sono appena dietro l’angolo. Berlusconi ha fatto incetta dei voti (non ex né post) fascisti, monarchici, democristiani e socialisti, il cui denominatore comune è stato: non ce ne frega niente dei conti pubblici, l’importante è avere un duce.

Non siamo l’America dove credono che il futuro è nelle mani di ogni singola persona. Qui ci affidiamo ancora al santo, al capitano di ventura, all’imbonitore di turno. Speriamo nel miracolo, nel sei al Superenalotto, nel milione di Jerry Scotti, nello sposare il figlio di Berlusconi per cambiare la vita da precari. Non siamo una nazione, ci vergogniamo ancora un po’ del nostro tricolore, invidiamo le Stars and Stripes ma siamo lombardi, romani o siculi, non italiani.
Ognuno di noi guarda al proprio orticello e gioisce se spunta una rosa in un mare di monnezze. Il futuro non ci riguarda, basta star bene oggi, e star bene noi: degli altri non ce ne può fregar di meno. Se un termovalorizzatore o una TAV si debbono fare, che si facciano da un’altra parte.

La speranza è di sinistra, e gli italiani non sperano. Questo è il punto.
Allora, visto che siamo italiani, pensiamo a come arranggiarci per il futuro, che è quello che ci riesce meglio. Proviamo a stendere un decalogo di sopravvivenza per tirare a campare.

  1. Giriamo con il telecomando sempre in tasca: ad ogni apparizione della banda giriamo canale.
  2. Autotrening. Facciamo finta che Tremonti non esista, come la De Filippi. Non mi tocca: se l’Europa ci butterà fuori, sono cavoli loro, non nostri (tentiamo di  convincercene).
  3. Per l’informazione seria rimangono il TG3,  La7 ed il Web. Mediaset va bene per Dr. House, qualche diretta sportiva o un buon film (raro anche questo), con l’avvertenza di far zapping appena scatta la pubblicità.
  4. Non si fanno più scontrini fiscali né fatture, come hanno sempre fatto loro. Niente più soldi al governo.
  5. Cambiare i fornitori che sono dichiaratamente dall’altra parte.
  6. Occhio agli incentivi che faranno per i loro amici, bisogna prenderli al volo e sfruttarli anche noi fino all’osso. Prendere quanti più soldi si può dal governo, indipendentemente dal fatto che ci servano. Incentivi per i figli? Ok, diamoci dentro a tutta forza.
  7. Se andiamo all’estero non diciamo di essere italiani, se non vogliamo farci ridere dietro. Siamo di San Marino, del Vaticano, niente Invicta o altri segni riconoscibili.
  8. 9. e 10. - Lascio ai miei lettori altri suggerimenti.

 

 

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