Apr 21 2008
Un’erbetta da svenimento
Approfittiamo della tregua meteorologica per farci una passeggiata pomeridiana sui prati, quelli ancora intonsi da concimi ed anticrittogamici, alla ricerca di qualche erbetta primaverile tenera tenera.
Il primo obiettivo sono i fiori di tarassaco, ma siamo arrivati troppo presto rispetto all’esplosione del giallo. Fatichiamo a raccoglierne una mezza borsa, ma intanto basta per fare qualche vasetto di miele. Meno ancora le pianticelle, che non sono più così piccoline da farne una strepitosa insalata primaverile con uova, salsa di acciughe e capperi.
Però, ben nascosta in mezzo all’erba, troviamo la Silene Vulgaris, meglio conosciuta come strigoli, carletti o qui come nosline, a seconda delle zone.
Il genere Silene è molto vasto: comprende oltre 300 specie; per lo più erbacee, annue, bienni o perenni. Di queste in Italia se contano almeno una sessantina spontanee della nostra flora.
Pianta conosciuta fin dall’antichità per le sue proprietà mangerecce. Si può comprendere quindi l’abbondanza di nomi popolari: oltre a quelli citati “sonaglini” e “cavoli della comare”.
Il nome del genere (Silene) si riferisce alla forma del palloncino del fiore. Si racconta che BaccoSileno con una gran pancia rotonda. Ma probabilmente questo nome è anche connesso con la parola greca “sialon” (= saliva); un riferimento alla sostanza bianca attaccaticcia secreta dal fusto di molte specie del genere.
I calici rigonfi sono persistenti e mantengono la forma a palloncino che anzi nel tempo si irrigidisce per cui alla fine dell’estate si possono far scoppiare battendoli con la mano da qui un altro nome popolare: “schioppetini”.
Habitat: nelle nostre zone è possibile trovarla nei prati, arbusteti, boschi radi e margini dei sentieri. La pianta è sinantropa e nitrofila, è frequente quindi la sua presenza in zone ruderali ricche di azoto, o anche nei prati fertili concimati e antropizzati. In alcuni casi può essere considerate erba infestante.
Qui per informarsi su tutte le varietà.
(Wikipedia)
La Silene, fra le erbette primaverili, è quella che amo di più. E’ flessibile ed è la regina di profumatissimi risotti, gnocchi di patate, gnocchi alle erbette, salse con o senza pomodoro, frittate, minestre. Il suo sapore dolce e delicato è un paradiso per le papille gustative.
Quando la primavera va come deve andare ed io ho sufficiente tempo a disposizione per andare a raccoglierla, mi piace sbianchirla appena appena per poi abbatterla e surgelarla. L’ultima vaschetta dell’anno scorso l’ho consumata una quindicina di giorni fa, usandola per un risotto da svenimento ovviamente solo per noi, perché è una bestemmia lasciarla ai clienti.
Pulite e lavate le piantine di nosline, scartando eventualmente solo i fusti più legnosi.
In qualche cucchiaio d’olio extravergine d’oliva fate imbiondire uno spicchio d’aglio, che scarterete appena comincia a diventare più scuro.
Gettate nell’olio della cipolla tritata fine e lasciatela sudare senza che prenda colore.
Aggiungete il riso nella quantità e varietà che preferite (io scelgo l’Arborio). Fatelo tostare per bene e sfumate con mezzo bicchiere di buon vino bianco secco.
Lasciate evaporare completamente l’alcool ed iniziate quindi la cottura, aggiungendo un mestolo di brodo vegetale quando il riso tende a diventare troppo compatto.
Aggiungete le nosline intere, senza tagliarle o strapparle. Io preferisco metterle a cottura del riso già avviata affinché non rosolino nell’olio e mantengano tutto il loro sapore.
Terminate gli ultimi due minuti di cottura fuori dal fuoco, mantecando con una noce di burro ed una leggera cucchiaiata di grana o parmigiano, senza abbondare per non coprire il gusto delicato delle erbette.
Un ottimo abbinamento potrebbe essere con delle bracioline d’agnello, appena scottate in padella.
D’obbligo un vino bianco dal fresco sentore di fiori, come il Traminer Aromatico delle mie zone trentine.

















































