Apr 30 2008
Teroldego 2004, Cantina Toscani Oliviero
"Milano oggi è una città di fighettini dove manca il senso del rischio". A dirlo non è Tullio D’Episcopo ma Sua Altezza Oliviero Toscani nell’intervista concessa a Paolo Marchi e pubblicata qui.
(Mi ricorda tanto la battuta di Enrico Bertolino, di cui segnalo il nuovo blog: "Odio tre tipi di persone, i milanesi, i fighette, ed i milanesi fighette". )
Caustico ma lucido e stimolante come sempre, Toscani continua: "Più della metà del bilancio americano poggia sullo sfruttamento dei copyright, tecnologia insomma, e noi? Noi non abbiamo brevetti e ci siamo fatti rubare anche la pizza e l’espresso. Se la cucina italiana è famosa nel mondo dobbiamo ringraziare gli stranieri, certo non il nostro provincialismo. (…) Se vogliamo vincere le sfide del mercato dobbiamo buttarci sul mercato e confrontarci. Il mio enologo, ad esempio, mi ha suggerito di impiantare Teroldego, uva tipica del Trentino, e l’ho fatto anche se sono in Toscana, perché dovrei rinunciare alla possibilità di un signor vino?"
Credo che Toscani abbia centrato il nocciolo del problema dell’arretratezza del nostro Paese in moltissimi campi: ci manca il coraggio dell’innovazione, lo stimolo della creatività, ancorati come siamo al nostro vivere tranquillo dentro le mura del nostro paesello.
Prendiamo l’esempio di Malpensa, che cita anche il grande fotografo. Air France era disponibile ad acquistare Alitalia, ma dell’hub milanese non ne voleva sapere. Ok, avrebbero detto in altri paesi, via Alitalia ma cerchiamo subito altri vettori in grado di sostituirla.
Ed invece no: noi ci siamo barricati su una battaglia di campanile, senza trasformare il problema in opportunità.
Vorremmo fare i capitalisti, ma abbiamo ancora la mentalità dell’orticello. Culturalmente siamo ancora una società rurale, ci lamentiamo se c’è il sole che fa seccare il raccolto, e piangiamo se piove perché ci fa marcire le piante.
Molti sostengono che siamo masochisti, sicuramente siamo ancora dei contadini.
Durante una recente visita ad una grossa cantina sociale il nostro accompagnatore ci raccontava quanto hanno faticato a far capire ai produttori che avrebbero guadagnato di più a cambiare il tipo di vite - più adatta al loro terreno - puntando sulla qualità e non più sulla quantità dell’uva prodotta.
La giustificazione quasi sempre è che se si è sempre fatto così, vuol dire che è giusto, senza riflettere sul fatto che chi ha cominciato a fare così all’inizio ha cambiato un altro modo sbagliato di fare. E’ una questione di pigrizia mentale, di arroganza culturale, di non volersi mettere in discussione per non ammettere di sbagliare e per non cambiare comode abitudini.
Spesso abbiamo la paura anche di solamente provare. Allargando ad esempio il discorso alla politica, il voto recente ha mostrato come la maggioranza degli italiani abbia preferito buttarsi sul sicuro - anche se fallimentare - di un’esperienza già nota, piuttosto che accettare la sfida di un sogno bello, ma incerto.
Mi sta benissimo, e da sconfitto affermo che dobbiamo dare fiducia a chi ha vinto, sperando che abbia le capacità di rimettere al vento la barca. Se non lo farà alla prossima volta non ci saranno scusanti, ma se lo farà siamo tutti felici che ci sia riuscito.
In un certo senso aveva ragione Berlusconi quando si lamentava di chi remava contro. E’ sempre stato così e sarà così anche questa volta: siamo anche disponibili ad accettare un progetto, ma non siamo disponibili ad andare fino in fondo a questo progetto perché vogliamo i risultati subito, senza far fatica, senza sacrifici.
Di recente ho rivoluzionato il modo di impostare il menu del mio ristorante. Ogni giorno devo rimettermi a pensare, ed è uno sforzo continuo, ma credo che sia la strada giusta. Lavoro, anzi lavoriamo tutti in questa direzione, ma non posso pensare che i risultati arrivino subito. Dobbiamo lavorare nel lungo periodo: se sono rose fioriranno, se no impianteremo un’altra pianta.




















































