Mag 06 2008
Come andremo a finire?
Poche cose mi sconvolgono ormai nella vita, essendo abituato (assuefatto?) ad aspettarmi sempre il peggio. Non riesco però a togliermi dalla testa un paio di episodi successi alla vigilia ed il giorno del 1° maggio, come uno di quei motivetti stupidi che tenti di cacciare ma che tornano impietosi con il loro refrain.
Vigilia del 1° maggio. Passa in cucina il mio amico venditore di carni per l’ordine settimanale. Siamo già a posto per questa settimana, e così si fanno quattro chiacchiere. Saluti di commiato: "Buon 1° maggio", gli auguro. "Non sono comunista" mi sento rispondere.
Cosa vuol dire? Ricordare con una festa le battaglie di un secolo che hanno ridotto da 20 ad ore 8 quotidiane l’orario di lavoro, che hanno tutelate le donne ed i minori, che rivendicano un maggior salario per mantenere una famiglia, tutto questo ed altro vuol dire essere comunisti? Esigere di essere pagati in ragione delle proprie prestazioni da un datore di lavoro significa essere comunisti? Chiedere un posto di lavoro dove non si muoia è essere comunisti? Se la risposta è affermativa io sono comunista, come tutti gli iscritti ai sindacati, anche a quello di destra.
Mezzogiorno del 1° maggio. Una coppia di commensali sceglie con competenza dei piatti che amo particolarmente, abbinando un ottimo vino (per caso o per competenza?). In giornata di grazia a fine servizio esco dalla cucina e mi intrattengo ai tavoli. Anche al loro.
Si parte dissertando sul vino, sulla cucina, e si va a finire sulla tradizione culinaria in antitesi alla sperimentazione, ai piatti di una volta contro la molecolare degli spagnoli, con gli italiani che stringi stringi sono dei conservatori.
Apriti cielo! "Troppo poco conservatori" afferma lei, e partono entrambi per la tangente sui Rom, sugli albanesi, su Fini che manca poco che sia un comunista pure lui, sui leghisti che sono delle pappamolle, sulle nostre donne tutte stuprate dagli altri. Mancava solo che tirassero fuori dalla tasca il Mein Kampf e si alzassero in piedi a cantare Deutchland über Alles con il braccio teso.
Poi succedono fatti come quelli di Verona e di Viterbo, e tutti si dimostrano scandalizzati. Di qualcuno saranno pur figli, quei delinquenti.
Ma in quale mondo stiamo vivendo? E’ questo che ci ha insegnato il Ventesimo Secolo? Che cavolo è andato a fare mio padre in Russia nel ‘43? Ma soprattutto, riuscirò io a morire senza vedere la rinascita dei campi di concentramento?
E’ meglio l’ottimismo della speranza o il pessimismo della ragione?
















































