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Mag 16 2008

Falce e forchetta

Li hanno definiti gli Speakeasy del nostro secolo. E questo perché mancando di licenza finiscono molto spesso nel mirino delle autorità sanitarie. Ma a differenza di quelli del secolo scorso, fioriti durante il proibizionismo, non sono luoghi nei quali ci si abbandona al consumo di bevande proibite. Sono piuttosto esperienze di frontiera nelle quali si realizzano fusioni culinarie come se si trattasse di jam sessions musicali. Molto spesso, e non a caso, includono eventi letterari, letture di poesie, concerti di musica acustica, happenings pittorici e danze etniche. Costano poco, sui 30 o 40 dollari per un pranzo di quattro portate (65$ per sei portate, ndA) - che possono includere anche l’anitra impanata e le crepes di formaggio di capra - con vino incluso. Non hanno scopo di lucro e hanno luogo più che altro per celebrare il gusto del buon vivere.

Vediamo di mettere un po’ di ordine, almeno secondo quello che ho capito.

GC sta per Guerrilla Cuisine, un movimento nato negli USA e che sta trovando sostenitori anche nel Vecchio Continente. Food for the people è il loro motto che, si badi bene, non vuol dire sfamare le popolazioni del terzo mondo, ma cucinare e mangiare fuori della struttura tradizionale del ristorante.
Se può considerarsi figlia della cucina alternativa del Black Power, al tempo stesso è qualcosa di diverso, visto che non si rivolge alla popolazione dei ghetti, con un pizzico di hippysmo, ecologismo e molto spirito radical chic.

Della ristorazione tradizionale mantengono la struttura (cucina da una parte, spesso attrezzata come se non meglio del mio ristorante, sala dall’altra, servizio), la preparazione degli alimenti, la ricerca di cibo genuino e del territorio, il pagamento del pasto (che non è proprio a buon mercato, pensando che è tutto in nero), la pubblicità del passa parola.
Gli eventi collaterali - esposizione d’arte, incontro con l’artista o l’autore, musica dal vivo - si trovano anche nei ristoranti tradizionali.
E’ tanto tradizionale che anche chef di ristoranti ufficiali, cioè non underground, si cimentano in queste cuisine sessions.

Di non tradizionale sono la maniera sociale, collettiva della consumazione del pasto (non a caso il loro simbolo è la falce e la forchetta incrociate), l’illegalità del movimento che agisce senza alcuna licenza, e la "spontaneità" con cui vengono allestite le performances.

 


Sono perplesso, molto perplesso. E’ una di quelle notizie che non immagini di leggere, e che ti lasciano di sasso, incerto sul giudizio da dare.

 

L’idea di cucinare in un ristorante non-ristorante è affascinante, sotto tutti i profili, non ultimo quello fiscale. Più di una volta l’ho pensato anch’io, mandando affanc lo Stato e tutto quello che non fa per salvare i brandelli di una ristorazione che si sta dissanguando.
Così come è coinvolgente l’idea di convivialità sociale: trovarsi tra persone, di sicuro culturalmente omogenee, a mangiare, ridere, suonare e ballare insieme.
La perplessità è che si tratti di uno scoop molto modaiolo, una forma di far parlare di sè in un mondo di altoparlanti a tutto volume, un escamotage parecchio furbetto, una maniera di fare business mettendola in quel posto al fisco. Per il resto, mi pare molto una minestra riscaldata.

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