Giu 14 2008
Ciàrls Bodelèr
Sono contento se la Francia uscirà dagli europei di calcio. Non per francofobia, non per antiche rivalità sportive, ma perché ogni volta che si tratta di francesi mi si blocca lo stomaco.
Avevo tre anni ed abitavamo nella casa di una signora di origini francesi. Mio padre, che studiava allora per prendere il diploma di interprete, mi insegnò poche frasi, poche regolette per trattare con il dovuto rispetto la Signora: Bonjour Madame, Oui Madame, Aurevoir Madame. La regola di base della fonetica francese, semplice, elementare, per leggere correttamente è quella del "DePoSiTo": d, p, s, z, x, t alla fine di qualsiasi parola non si leggono MAI.
Così Paris (=Parigi) si pronuncia parì, trop (=troppo) si pronuncia trò, assez (=abbastanza) si pronuncia assé, e così via. Vedi qui.
Pensiamo ora di essere noi all’estero e vedere una partita della nostra nazionale, con il telecronista straniero che pronuncia Derosi o Deroxì, Bùffon o Bàfon, Birlo o Pirlow. A me farebbe tanto girare.
Buona parte dei giornalisti televisivi (e non solo) è già molto che sappiano la lingua italiana; già è molto che quelli sportivi sappiano mettere quattro parole una dietro l’altra; non pretendo che sappiano l’esatta fonetica del finnico o dell’olandese, ma alle regole base dell’inglese, del francese, dello spagnolo e del tedesco, almeno a quelle, una sbirciatina su una qualsiasi grammatica o manualetto di conversazione potrebbero darla.
Passi - al limite - per Màicol Sciùmaker invece di Mì(c)hael Sciumà(c)her, ma non riesco proprio a sentire - senza che i timpani reagiscano come ad un ultrasuono - Bossìsss, Rolànddd Garòsss, Galllàsss.
In quest’ultimo caso, poi, c’è una seconda regola, la L mouillé, che è quasi la nostra gl e che assomiglia molto alla L veneziana. Così Gallas si pronuncia Ga(g)lià, punto e basta.
Mi piacerebbe che nella squadra tedesca o austriaca ci fosse un giocatore di nome Tschurtschenthaler. Mi immagino la lingua del telecronista sportivo nostrano che si ingroppa su se stessa in un nodo scorsoio nel tentativo di interpretare quel cognome.
Basterebbe solo un pizzico di umiltà, fare due passi fino alla postazione dei colleghi germanofoni e chiedere numi sulla pronuncia corretta: Ciùrcen-tàler. Semplice no?
Ma l’umiltà non è una condizione richiesta per iscriversi all’Ordine dei Giornalisti.























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(6 giugno 2003) Gazzetta dello Sport
Roland Garros: chi era costui?
Da sempre, tra gli appassionati di tennis, si discute sulla esatta pronuncia del cognome di Roland Garros. Molti, ricordando l’ origine spagnola della sua famiglia, pensano che la esse finale debba essere pronunciata. Altri, opinano il contrario, visto che Garros, era, comunque, francese…
Sono un giornalista, parlo francese, e pronuncio rolàn garròss perché l’origine della famiglia me ne dà la scelta. se si vuole dire alla francese si dice garò (vedi sotto alla doppia dentale)
Su Gallas hai detto una verità e una corbelleria enorme: la L mouillée è una delle regole che più conoscono eccezioni, tanto da non sapere quale sia la regola e quale l’eccezione. In questo caso, comunque, l’esatto è Gallà… anzi, se vogliamo fare i puristi, Galà, perché il francese NON FA MAI SENTIRE LE DENTALI DOPPIE…
quanto a Tschu, non lo puoi ridurre a un banale Ciu, un minimo di “t” (tciu) il tedesco ben pronunciato la pretende. a meno che non si prenda per tedesco ben parlato il bavarese, allora…
quanto al resto, comunque, hai più che ragione!!!!
a proposito, chi dice maicol sciùmaker va impiccato!!!
come chi, parlando di musica, per “ensemble” dice ensambol (all’americana) invece di ansamble, francese esatto…
o peggio “giuniores” per juniores, che è latino e non americano, come è latino suspense…
sì, basta con gli anglismi, peggio, americanismi!!!!
Grazie per il sostegno, ma rimarremo soli. Come le stagioni, non c’è più la Rai di una volta, dove ognuno che andava al microfono aveva in dotazione il libretto per l’esatta dizione.
Mah….
Mi vengono in mente due cose:
1) mio papa’ mi raccontava che parecchi anni fa (devono essere proprio parecchi, perche’ io non ne ho memoria alcuna) lo slogan radiofonico del dentifricio Colgate era “si scrive Colgate ma si legge Colghéit”
2) (non so che c’entra, ma intanto io lo scrivo perche’ mi e’ venuto in mente). “Digitale” in italiano significa due cose. Il senso originario deriva dal latino “digitum” che significa dito. Ad esempio l’impronta digitale e’ l’impronta del dito. La parola digitum pero’ ha avuto anche un’altra storia: l’hanno importata gli anglofoni che si sono inventati la parola “digit” che significa “cifra”, ovviamente perche’ si usano le dita per contare. La discretizzazione intrinseca nei numeri (espressi con cifre fisse) ha quindi designato il significato di “digital” a qualunque cosa riferita al computer, che per sua natura e’ altrettanto discreto. L’importazione del linguaggio del computer ha determinato l’introduzione nella nostra lingua della nuova parola “digitale”, identica alla vecchia ed etimologicamente derivata dalla stessa parola latina, ma con significato diverso. Altre parole che hanno subito metamorfosi analoghe sono, ad esempio “analogo/analogico”, “discreto”
La storia ha visto un periodo in cui si traducevano i nomi stranieri in italiano (Scarlet O’Hara e’ diventata Rossella O’Hara), poi un periodo in cui si tenevano i nomi stranieri ma li si pronunciava in italiano (tipo, appunto, Colgate), oppure si “italianizzavano” parole straniere (tipo “televisione”, derivato dall’inglese “television” a sua volta derivato dal greco “teles” (?) e dal latino “visio”) e alla fine ci si e’ stranierizzati, e si e’ cominciato a pronunciare correttamente, o almeno a cercare di farlo, perche’ come dite voi, spesso si sentono strafalcioni veramente inascoltabili.
A parziale nostra discolpa c’e’ che gli stranieri non e’ che facciano di meglio. Gli americani pronunciano il mio nome “dewio” (uso la w per intendere quella specie di r blesa che usano loro), ma alcune cose sono veramente buffe. Ad esempio, un po’ ci ho messo ad accordarmi con mia moglie (americana) che chiamava “Giakùsi” la vasca idromassaggio, perche’ non capivo che si riferiva al nome Jacuzzi, oppure, cercando il Leroy Merlin, le avevo chiesto di indicarmi i segnali per il Leruà Merlèn e lei non le trovava, finche’ non ha capito, esclamando “Ah, intendi il Lìroi Mérlin!!), oppure, sempre citando i francesi (la cui lingua conosco troppo poco), morisse se riescono a chiamarmi dàrio invece che dariò!!! Per loro l’accento e’ sempre sull’ultima e bon!
Secondo me la regola e’ (o dovrebbe essere) che le parole di uso comune si traducono nella rispettiva lingua, e la traduzione avviene su una parola che, di recente o no, a sua volta e’ derivata da un’altra lingua, ma la cui pronuncia e’ comunque ormai definita. Per i nomi invece secondo me, quando c’e’ dubbio, ha ragione il possessore del nome. Ad esempio la citta’ di Como si pronuncia “Cómo” e non “Còmo” (insomma come bótte di vino, e non come bòtte in una rissa). Perche’? Perche’ i comaschi la pronunciano cosi’. Per Roland Garros, assumo che ha ragione Maurice, perche’ il signor Roland Garros l’avrebbe pronunciato come dice lui. E chi se ne frega se la famiglia ha origine spagnola. Picasso, secondo me ha l’accento sulla a se parliamo del poeta, sulla o se parliamo della automobile.
Non mi e’ chiaro come si pronunci “Bistrot Chez Maurice”, se alla francese “bistró scé Morìs” o “Bistrotte Kez Maurice” all’italiana ;-)
Poeta? Pittore, intendevo, ovviamente!
Alla francese, alla francese.