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Non è un videogame

Scritto il 08 ottobre 2008 da Maurice

Chi non ha mai giocato con SimCity alzi la mano. Confesso che fra i solitari è stato quello che più mi ha appassionato.
Il meccanismo è semplice: all’inizio si sceglie un territorio dove costruire la propria città, ogni anno c’è un gettito fiscale a disposizione con cui costruire case, grattacieli, scuole, strade, infrastrutture urbane di tutti i tipi. Il segreto è dosare bene le entrate fiscali con le uscite di bilancio: se si abbassano troppo le tasse le strade si rovinano, le case si incendiano, cresce la criminalità, e la popolazione se ne va.
Se invece si alzano troppo le tasse, la gente abbandona ugualmente la città per trasferirsi altrove, e la città si degrada.

Sim City è un tipico gioco capitalistico, ideato nel 1987 da Will Wright e Jeff Braun ovviamente in California, in piena euforia per la nuova teoria economica chiamata supply-side economics o "Reaganomics", dal nome dell’allora presidente Ronald Reagan. Questa teoria si basava sulla Curva di Laffer, un modello che studiava la relazione fra aliquota e gettito fiscale, secondo la quale ci dev’essere un giusto punto di equilibrio tra prelievo fiscale e benessere.
Reagan ci credeva molto, tanto da far approvare al Congresso nel 1981 la riduzione del 25% delle tasse in un periodo di quattro anni. La formula ebbe successo nell’economia privata, ma portò il disavanzo statale americano a livelli record.
Sempre Reagan coniò il termine deregulation, l’abbandono cioè di qualsiasi intervento dello Stato nell’economia privata, il liberalismo sfrenato, che nella gestione Bush ha trovato un altro epigono, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti in questi giorni.

Dire, come fa Achmadinejad, che il capitalismo è morto è un’emerita idiozia, ma additare le responsabilità remote e prossime è stabilire la verità storica e politica, anche se i signori adesso cercano di nascondersi dietro la foglia di fico e tentano di ribaltare sui "comunisti" la colpa dei loro errori, tanto per cambiare.
Ora tutti sono statalisti più dei soviet: Bush che impone limiti ai guadagni dei manager borsistici, la Marcegaglia che chiede l’intervento dello Stato per salvare le banche, Berlusconi ma anche Sarkozy e la Merkel che sposano la linea interventista pubblica, Tremonti che cita Marx.
Quando criticavo il democratico Bersani sulle liberalizzazioni selvagge, sono stato tacciato di socialismo. Ora credo che tutti concordino che il liberalismo selvaggio è morto, e deve essere sepolto accanto alla tomba del comunismo. Non ci può essere crescita economica e benessere fuori del mercato, ma altrettanto chiaramente bisogna imporre dei paletti, delle regole ferree perché il bene comune viene prima dell’egoismo individuale.
In un anno Mediaset ha perso il 45,1% della sua capitalizzazione e la tendenza è molto ribassista. Da uomo di strada penso che il suo padrone dovrà cambiare presto il suo modo di pensare l’economia, non solo personale, se non è totalmente imbecille, cosa che non credo affatto.

1 to “Non è un videogame”

  1. dario scrive:

    Io sono con Achmadinejad.

    Oddio… non so bene cos’ha detto, e in ogni caso non credo che il capitalismo sia ancora morto.
    Penso piuttosto che il capitalismo sia destinato a morire, e la crisi finanziaria attuale ne e’ un segnale. Insomma, un sorso di fiele che dobbiamo ingurgitarci prima di aspettarci il peggio.
    Non sono un economista ne’ tanto meno un profeta, ma secondo me la situazione e’ semplice.
    Il capitalismo liberista si basa sull’espansione dei mercati. Dico, non e’ che ne trae parziale vantaggio, ma SI BASA sull’espansione dei mercati. Cioe’, se oggi vendo a 100 persone, domani devo vendere a 101, altrimenti non ho margine per reinvestire. Certo non sto parlando della singola azienda, perche’ se una singola azienda invece di 101 vende 99, a lungo andare fallisce, ma il suo fallimento e’ fisiologico al benessere di tante altre aziende, che invece di vendere 101 vendono 102. Se pero’ sommiamo il progresso economico di un paese capitalista, c’e’ benessere se il mercato si espande, recessione se invece si contrae.
    Poiche’ un paese e’ composto da un certo territorio e un certo numero di consumatori (che possiamo considerare costante, anche se in realta’ non lo e’), il mercato si espande se:
    1) i consumatori consumano di piu’
    2) aumentano le esportazioni.
    I consumatori possono consumare di piu’ (fornendo ricchezza ai produttori – in definitiva al paese) se hanno piu’ soldi da spendere. E cio’, visto che non parlo di numero di dollari ma di valore totale del denaro che spendo, e’ impossibile, a meno di ricadere nel caso 2.
    Se aumentano le esportazioni bisogna che nel resto del mondo aumentino le importazioni. Insomma, se un paese si arricchisce grazie al capitalismo liberista che ne governa l’economia e’ perche’ complessivamente il resto del mondo si impoverisce.
    E’ evidente che questo funziona solo se prendiamo un paese singolarmente. Cioe’, qualcosa che si espande e’ libero di espandersi solo se c’e’ qualcos’altro che gli cede dello spazio. Una goccia d’olio sul tavolo liscio si espande finche’ c’e’ spazio sul tavolo.
    Di conseguenza, il capitalismo liberista globale, cioe’ l’applicazione del capitalismo liberista di un paese al pianeta, non essendo libero di espandersi, e’ destinato a morire. Oppure a cambiarne le regole.
    E le regole, in un paese capitalista, sono che aumenta la forbice che separa ricchi da poveri, ma cio’ conviene anche ai poveri perche’ si arricchiscono (un po’ di meno, ma si arricchiscono) anche loso.
    Per il capitalismo globale, dove la ricchezza e’ una quantita’ finita, se i ricchi si arricchiscono i poveri si impoveriscono, e a lungo andare avremo una manciata di umani che posseggono tutto il mondo, e sei miliardi di schiavi che lavorano per loro.
    Oppure puo’ succedere che una civilta’ illuminata si genera, e i ricchi decidono spontaneamente di diventare piu’ poveri e far sopravvivere il resto dell’umanita’.

    Ma, francamente, questo non mi pare uno scenario plausibile.

    Che la morte del capitalismo fosse solo una questione di tempo lo sostengo dai tempi delle feste dell’unita’ con maglietta con faccia del Che bisunta di salamelle alla griglia. Il comunismo e il socialismo di stato sono morti, e pace all’anima loro. Ma se non si trova un sistema economico sostenibile, siamo tutti destinati a diventare poveri, tipo gli africani che darebbero un rene per avere solo un po’ d’acqua potabile. Ammesso che non saremo tra quei pochi che possiederanno il resto del mondo. Quelli sono gia’ ricchi adesso, e quindi mi escludo dal gruppo.



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