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gennaio 19, 2009 by
Maurice
A distanza di tanti anni dall’entrata di Berlusconi in politica, nonostante tutti i dibattiti sull’argomento e nonostante due governi di centro-sinistra, il conflitto d’interessi non è ancora stato risolto. In effetti è un falso problema.
Che Berlusconi ieri, o Tronchetti Provera o Dalla Valle domani scendano in campo, è un falso problema, anche se certe decisioni potrebbero sembrare di parte. Il problema è un altro rispetto al presunto o reale fare i propri interessi personali.
Cosa succede in Mediaset, in Fiat, come in qualsiasi altra società? Il Capo ha un’idea, convoca i suoi più stretti collaboratori, la espone, se è liberal apre un dibattito ed ascolta le varie opinioni, dopo di che dà l’ordine di attuare l’idea. L’AD chiama il direttore generale, il direttore commerciale, i vari direttori di settore ed ordina loro di attuare l’idea. Se un qualsiasi pirla di subalterno si permette di dissentire, gli viene indicata la porta d’uscita: o così o Pomì. Credo di non sbagliare di molto, ci sono già passato anch’io.
Questo è il problema. Chi dirige o ha diretto un’azienda privata non può trasportare questa impostazione nella direzione dello Stato, che vede come la sua azienda personale. L’ordine viene dato e per ricaduta deve essere eseguito.
I migliori collaboratori e prestatori di servizi vari vengono premiati con un incarico di prestigio, la manovalanza va in catena di montaggio, chi non ci sta viene cacciato. In azienda come in politica.
I concorrenti dell’azienda devono essere eliminati, così come i nemici politici. Chi non lavora per l’azienda lavora contro l’azienda ovviamente, quindi l’opposizione ma anche i dissenzienti interni sono dei nemici, remano contro e vanno eliminati. Fa parte del gioco, della mission aziendale.
Il punto debole è se il nostro ipotetico governante non capisce la differenza tra azienda e Stato. Pur con diverse visioni politiche, ogni partito ha (o dovrebbe avere) come fine ultimo il bene comune, quindi, pur se concorrenti ed antagonisti, tutti i partiti tendono (o dovrebbero tendere) al benessere di tutti i cittadini.
In questo senso il dibattito politico ha una sua funzione: non contestare il fine, ma definire i migliori mezzi per arrivare a quel fine. Questa è la democrazia, questa è utopia.
In azienda come in politica, però, il potere del Capo è controbilanciato: se in azienda il Capo è l’assoluto, egli però deve rispondere alla maggioranza dei soci (Parlamento) che può rimuoverlo, e risponde all’assemblea degli azionisti (elettorato). Pensiamo cosa succederebbe se un Presidente dovesse snobbare sia i soci che l’assemblea degli azionisti, a meno che non sia azionista unico.
Negli ultimi quindici anni abbiamo assistito al fenomeno del Capo che si mette in politica pensando di essere azionista unico. Ecco nascere per forza i conflitti con altri poteri che la Costituzione prevede: il Parlamento, il Presidente della Repubblica, la Magistratura, le forze sociali ed economiche, i mezzi d’informazione, ognuno detentore di una parte di potere. Nella società perfetta tutte queste forze si attraggono e si respingono con uguale forza di gravitazione, rendendo possibile il progresso di tutti in perfetto equilibrio.
Se il Capo è cieco e non capisce l’errore e pensa di continuare a dirigere la propria azienda, è facile che la democrazia venga distorta.
Nell’economia reale per togliere il potere al Capo un mezzo è l’Opa: rastrellare azioni fino ad aver la maggioranza anche relativa per entrare nel CdA e sostituirlo; in politica questo è possibile democraticamente solo attraverso nuove elezioni. Ma se il Capo è antidemocratico, è possibile usare mezzi antidemocratici per eliminarlo? Sotto l’aspetto morale ed etico sembrerebbe di sì, se anche nostro Signore è ricorso alla frusta per cacciare i mercanti dal tempio. Operativamente c’è solo l’alternativa delle Brigate Rosse, perché – secondo gli uomini del Capo – se un magistrato seguendo la legge si oppone alla violenza e al sopruso di un ministro è intimidazione.