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febbraio 19, 2009 by
Maurice
Walter si è dimesso. Come ogni serio allenatore, quando la squadra perde una partita dietro l’altra, si è tirato da parte addossandosi tutte le colpe. Chi dice che ha fatto bene, chi invece sostiene che quando la nave va a picco il comandante non può tirarsi fuori. Ma non sempre è colpa dell’allenatore se in campo i giocatori pensano ad altro o non hanno voglia di giocare.
Colpa n.1: il cronometro. Siamo figli di Google: vogliamo una risposta subito, non domani, digitiamo una o due parole, e devono apparire immediatamente centinaia di migliaia di siti dove appagare la nostra sete di certezze. Un partito non funziona così: ha bisogno dei suoi tempi di maturazione, di sviluppo, di sconfitte e di vittorie per crescere. Tanto più il Partito Democratico, che ha bisogno di trovare una sintesi tra le diverse componenti della sinistra.
Colpa n.2: i galli. Alcuni hanno detto nei mesi passati che Veltroni era troppo accentratore. Diciamo che Walter conosce bene i galli del suo pollaio, ognuno portato a crearsi la propria visibilità: chi ha messo su la "fondazione", chi il circolo culturale, chi si autocandida a segretario sei mesi prima, ognuno per attrarre voti alla sua figura per contare di più nel partito. E’ il virus della sinistra dove ognuno si sente il Messia, investito da dio per portare il popolo eletto nella terra promessa.
Il progetto "americano" di Veltroni era un grande partito eterogeneo ma compatto attorno al leader, ne sta venendo fuori – ancora una volta – un’accozzaglia di personaggi ognuno con il coltello fra i denti, al servizio di se stessi e non della causa comune.
Colpa n.3: la bussola. Il PD è nato come partito di governo, alternativo alla destra massone-clericale-fascista-qualunquista-razzista. Nella speranza di sfondare al centro ha stretto alleanza con Di Pietro, ammiccando a Casini. In tempi come questi chi non è con Berlusconi è contro Berlusconi. L’uomo di Arcore non è un politico, è un uomo d’affari abituato a metterla in quel posto alla concorrenza, sempre. Proprio D’Alema insegna – vedasi Bicamerale – che con questo individuo non è possibile nessun dialogo, neanche sulla scelta del menu: l’unica strada è la contrapposizione, dura fino alla guerra, che si vince solo se si hanno più soldati da mettere in campo rispetto al nemico.
Si può andare di bolina se si sa usare la bussola, ma la gente comune capisce poco l’arte marinara: bisogna puntare al nord e non discostarsi mai dalla rotta.
Colpa n.4: lo specchietto retrovisore. Dopo il discorso di Assisi il PD è partito guardando al futuro che attendeva l’Italia ed in cui sperava gran parte degli italiani, anche a destra: un Paese nuovo, migliore negli uomini e nelle strutture, onesto, laborioso, in cui donne ed anziani fossero rispettati, entusiasta di lavorare per una grande nazione. La macchina era partita alla grande, imboccando l’autostrada.
Poi, guardando lo specchietto, il PD si è accorto che era solo e gli è preso il panico; è uscito dall’autostrada ed ha imboccato una strada di montagna, stretta e tutta curve, finché ha visto in lontananza il pullman del Cavaliere. Si è messo allora al suo inseguimento, arrancando ad ogni salita, mangiando la polvere che sollevava, finché nella nebbia in una curva il conducente non ha più visto la strada ed è precipitato.
Colpa n.5: l’ombrellone. Nel paleolitico, ai tempi cioè in cui Lotta Continua contestava il Pci, Potere Operaio faceva guerra ad Avanguardia Operaia, certe parole d’ordine erano squilli di tromba per l’adunata generale: c’è una manifestazione fascista? Compagni ed amici, tutti in piazza, ognuno con le proprie bandiere da dare in testa a quelli del Msi.
Quella coscienza oggi è sistolica: un giorno ci si trova tutti a fare il girotondo, poi tutti al mare. Un mese dopo tutti a mostrare il dito medio alzato, poi tutti a prendere il sole. Il governo lavora ogni giorno per i suoi scopi, non smette un attimo, la mobilitazione dell’opposizione è ferragostana, arriva una volta all’anno, tanto per mettersi a posto la coscienza.
Colpa n.6: il best seller. Sempre ai tempi del paleolitico, quando cioè non si poteva leggere l’Espresso giallo-nero in autobus perchè era grande come un lenzuolo matrimoniale, non c’era intellettuale che non fosse votato alla causa comune. Ci vorrebbe una pagina intera intera di questo blog per scrivere tutti i nomi di giornalisti, scrittori, attori, cantanti, artisti in genere che erano definiti "impegnati".
Oggi bisogna che il governo tenti il decreto legge contro gli Englaro per vedere un appello degli intellettuali (tanto una firma di adesione vale due secondi ed un click), ma niente più. Tutti impegnati a scrivere il proprio best seller o a stilare una nuova compilation.
Colpa n.7: Novella 2000. Cominciamo con il fare la conta: quanti sono i giornali d’opinione indipendenti, quelli cioè non in busta paga del padrone? Tre, quattro? E tutti succubi a rincorrere i titoli dei fogli di regime.
Parte la campagna sulla sicurezza e cosa fanno il Corriere, Repubblica, la Stampa? Non analizzano se si tratta di una nuova serie di spot pubblicitari o se c’è del vero, no: tutti a capofitto a cavalcare la notizia che non c’è. Perdere due minuti a leggere questo sito: è accettabile che questo chef sia rincoglionito, non è plausibile che i rincoglioniti si chiamino Mieli o Mauro. Ora è facile fare analisi e lanciare accuse, ma era più importante sganciarsi prima dal carrozzone dell’informazione guidata.
Mussolini usava la censura, poi sono arrivate le veline del palazzo, oggi i giornali sono pagati dal padrone o sono narcotizzati dall’ammaestratore di serpenti. La sinistra da qualche decina d’anni non da comunicare.
Sono queste le colpe di Veltroni. Ora non ci rimane che aspettare che mamma Obama rimanga incinta.