Epigrafe per una pellicola
E' passata sotto silenzio, o al massimo le abbiamo dato un'occhiata, presi come siamo in questi giorni tra navi incagliate, tassisti e forconi. Ma la notizia è una di quelle che segnano un'epoca, anzi la fine di un'era durata esattamente due secoli.
Era il 1813 quando
Niépce iniziò a studiare i possibili perfezionamenti alle tecniche litografiche, interessandosi poi anche alla registrazione diretta di immagini sulla lastra litografica, senza l'intervento dell'incisore. In collaborazione con il fratello Claude, Niépce cominciò a studiare la sensibilità alla luce del cloruro d'argento e nel 1816 ottenne la sua prima immagine fotografica (che ritraeva un angolo della sua stanza di lavoro) utilizzando un foglio di carta sensibilizzato, forse, con cloruro d'argento.
Dovettero passare ancora alcuni decenni prima che George Eastman inventasse nel 1884 la pellicola in celluloide e, otto anni dopo, creasse quel colosso che tutti abbiamo conosciuto come Kodak che ha avuto il merito di fare diventare democratica la fotografia, sia come mezzo che come supporto.
Bene, o meglio male, dopo due secoli la Kodak è al fallimento. Si chiude un'era, e sulla tomba della Kodak potremo scrivere: tanto poté l'elettronica.
Dalla mia prima Kodak Retina a soffietto, magnanimo dono di mio padre per l'ingresso alle medie, ho cambiato tante macchine dai nomi prestigiosi – Nikon, Pentax, Zenza Bronica, per citare i marchi più famosi – ma il rullino era sempre quello: Ektachrome Kodak. Dai 64 ai 400 ASA, a seconda delle necessità, ma sempre e soltanto dia Ektachrome Kodak. La insuperabile. Non esistevano Ferrania o Fuji che potessero competere.
L'arrivo della tecnologia giapponese nel campo delle fotocamere impresse un nuovo impulso alla democratizzazione della fotografia. La mia prima macchina "seria" è stata una Canon, 110 mila lire all'inizio degli anni '70, ma era questione di gusti e di portafoglio: nel nostro fotoclub c'erano le Nikkormat, le Asahi Pentax, le Olimpus, ma tutti a scattare con la Kodak. E poi via a sviluppare in camera oscura con la tank Patterson, gli acidi Ilford, e a stampare in B/N ancora sulla carta Kodak, o al massimo sull'Agfa.
Si chiude un'era. Addio a Robert Capa, a Cartier Bresson, a Tina Modotti. Oggi basta uno squallidissmo telefonino per immortalare su una manciata di pixel l'attimo fuggente. E' un bene o un male? Diciamo che è, punto e basta.
















Poi le foto erano tra le mani, si riponevano con cura o si mettevano in scatole in attesa di…ma c’erano e strapparle era un delitto, adesso le immagini ci sono, si condividono, lo spazio di un attimo e poi scompaiono! Centinaia di foto messe nella memoria ma solo di macchine!
Ma hai ragione tu…”è, punto e basta”!
Ciao chef!
Ciribiribì!