Marcare il territorio 2.0
Mi sono cancellato da Twitter. Ho visto, in un momento di zapping, un breve servizio delle Invasioni Barbariche su un tizio che va anche sotto la doccia con il suo tablet per dire che si sta insaponando le ascelle ed ho preso la decisione: mi cancello da Twitter.
Era da un po' che ci pensavo.
A che mazzo serve? A chi serve? E' il segnale di fumo degli indiani: stanno arrivando i visi pallidi, sono nella gola, pronti ad attaccare, attacco! Peccato che la vita non si risolva in 150 caratteri.
Va bene, anche Radio Londra aveva un suo valore: tante frasi senza senso in cui inserire i messaggi per i partigiani. Oggi Radio Londra andrebbe su Twitter, come fanno nei paesi in cerca di libertà e di democrazia. Ma, al di fuori di questo, cosa serve e a chi serve?
Serve a mettere in rete le foto private osé, salvo poi rammaricarsi del putiferio che ne nasce? Ci sono altri mezzi, Picasa e Flickr per citarne sue famosi, dove esporre la propria lingerie. Vogliamo metterci la videoclip? C'è YouTube o Youporn, a seconda delle preferenze.
Serve a dire che mi sto facendo un bidet e che mi è spuntata una emorroide? Liberissimi, ma non veniamo poi a fare tante tiritere su Telecom o Vodafone che non rispettano la privacy e ci telefonano a tutte le ore. Su Facebook ho cancellato il mio anno di nascita per non offrire il fianco a chi vuole clonarmi il codice fiscale, però libere di dire quali assorbenti si usano.
Sempre più spesso i cinguettii stanno sostituendo perfino le dichiarazioni ufficiali. La Camusso replica su Twitter alla Marcegaglia, il tal ministro anticipa il contenuto delle riforme su Twitter, sappiamo in diretta cosa stanno discutendo a palazzo Chigi perché c'è qualcuno che si trastulla con lo smartphone. Nulla di scandaloso, ma anche la politica è ridotta a 150 caratteri? (Magari! volesse il cielo che si trasferissero tutti di là e lasciassero libero il video)
Nessuno può accusarmi di non stare al passo con i tempi: dopo anni di militanza, ho deciso di uscire dal nido dell'uccellino blu. Mi si passi il francesismo, ma se mi scappa preferisco farla lunga ed esauriente piuttosto che correre in bagno dieci volte per svuotare la vescica, come un portatore di prostata qualsiasi. O come tanti piccoli cani che devono marcare il territorio.Già è difficile (per me) essere sintetico e completo in un post, figurarsi con uno od anche più cinguettii.
Ma forse è (anche questo) un segno dei tempi: non facciamo più discorsi completi, perché il nostro interlocutore si perde nei suoi pensieri alla seconda frase. Parliamo per slogan, pardon, per twitt, e chi ha più facilità di battuta la vince. Ne è un tipico esempio Spinoza.it, dove la satira si sviluppa per battute attorno ad una battuta. Parliamo per titoli, che hanno il pregio di dire tutto e niente. Del tipo: Candy Candy è minorenne, oppure Salma mette i baffi e cade dallo steccato (Repubblica di oggi). Già il web impone la sinteticità (pena la noia e l'abbandono del lettore), ma di questo passo scriveremo per codici fiscali.















Come già sai non sono del tutto d’accordo col tuo pensiero.
Io non uso da tanto twitter, ma sono entrata in un meccanismo che mi sembra molto diverso da ciò che hai vissuto tu.
Twitter ha dei vantaggi e degli svantaggi sugli altri social, cosa che ritengo sia normale, ma per me i vantaggi non sono pochi:
1- immediatezza proveniente da qualsiasi parte del mondo: c’è un terremoto? probabilmente hai qualcuno che ti avvisa della scossa perchè è li o qualcuno che ritwitterà un amico che è li, a catena, quindi spesso le notizie si sanno subito e spesso senza esser edulcorate da telegiornali vari.
2- community: esempio pratico, voglio commentare un qualcosa che sta succedendo nel mondo, se lo faccio su facebook con chi lo condivido? Con i miei amici, potrei cercare chi parla di quell’argomento, ma poi per poterci interagire magari devo aspettare che mi approvi l’amicizia etc etc…insomma, diventa molto complicato. Su twitter se io voglio conoscere il parere degli altri su un argomento basta che cerco i tag correlati e sono immersa in una grande sala dove tutti parliamo di quella cosa e interagiamo, ci conosciamo, ci confrontiamo.
3- utilità: ti ho già detto del mio caso: cerco un libro e non lo trovo nelle varie librerie cagliaritane in cui vado a chiedere. Mi lamento su twitter della cosa inserendo tra i tag la parola ‘cagliari’ ecco che l’infopoint della mia città che legge chi tagga la parola cagliari legge il mio tweet, manda una mail collettiva a tutte le blibrerie di cagliari che ha nel suo database sicuramente più fornito del mio, e riceve risposta su dove posso trovare il libro. Mi twitta l’info et voilà! io ho il mio libro.
4- brevità: tu la annoveri tra uno dei suoi difetti, invece secondo me è un suo pregio se non viene usato solo questo canale. Quando tu discuti con le persone fai monologhi interminabili o prima comunichi tu e poi loro? Io twitter lo interpreto così, come un dialogo costante con gli altri. A volte se sei fortunato becchi dialoghi interessanti in cui puoi inserirti, altre volte lasci perdere, come nella vita reale.
Hai ragione a dire che la gente spesso scrive scemenze etc etc ma il mezzo andrebbe capito ed utilizzato per lo scopo per cui è stato creato, non cercando di forzarlo in base a ciò che noi pensiamo sia, se devo esprimere un mio pensiero articolato lo dirò nel blog, come faccio da 5 anni, se voglio metter una foto legata a contesti familairi e amicali la posterò su facebook, se invece voglio solo buttare un pensiero, rispondere a una cosa che mi interessa interagendo con persone che non conosco, beh, allora ecco che twitter lo trovo utile e simpatico.
Che bello rileggere la Coniglia! Erano bei tempi in cui studentella preparava la tesi o narrava della festa di Sant’Antioco.
Venendo a noi, sai la differenza tra chi twitta e chi no? in caso di terremoto il primo si mette al computer, il secondo pensa a salvarsi il culo. Scherzi a parte, non sei riuscita a convincermi, ma questo non vuol dire che io abbia ragione.
Diciamo che Twitter è quello che va di moda in questo momento, come fu Second Life qualche tempo fa. Se voglio entrare nel salotto, basterebbe che mi connettessi ad una chat, cosa che odio. Se proprio voglio parlare con qualcuno c’è il cellulare o ancor meglio Skype.
Utilità. Io credo che tu abbia avuto fortuna. Fai una prova: metti su Twitter (io non posso, mi sono già camcellato) “Un mio amico vuole vendere il suo bel ristorante in Trentino http://www.elbarba.com” e vediamo quanti ti rispondono.
Beh, son sempre qui ;) tornando a twitter sono anche convinta che ognuno abbia il suo modo di vivere i social, e ognuno se li ritaglia un po’ su misura… E te l’uccellino non va, e che male c’è? Io per esempio non mi ci trovo con anobii eppure leggo tanto e mi servirebbe molto! Peró twitter non è solo raccontare che gusto di pizza scegli o se ti sei lavato le ascelle, chi lo usa così son gli stessi che si aprirono un blog per moda e poi lo abbandonarono in favore di facebook avendo la faccia tosta di dire che blog e facebook eran la stessa cosa!
Un bacione!
Dimenticavo: dal basso dei miei nemmeno 100 followers non riuscirei certamente a trovar nessuno che mi risponda al tuo messaggio, ma anche in questo caso va valutato il mezzo: chi ti segue su twitter sono persone interessate al mondo della ristorazione? Certo, se hai molti followers uno nel gruppo che ha un amico interessato lo trovi, ma dipende dai tuoi numeri. Io invece ti consiglio pinterest che all’inizio odieresti a morte ma secondo me sta diventando uno strumento molto forte specie nel mondo del food, prova a legger qualcosa in merito, sia mai che quello sia il canale giusto?
Mah
Secondo me (e te lo dice uno che, come avrai notato, il dono della sintesi proprio non ce l’ha), il problema principale non e’ tanto la forma della comunicazione sulla rete, ma il contenuto.
Il problema di questa tendenza l’avevo gia’ ben chiaro… mmmh…. diciamo…. oltre dieci anni fa, quando si usava la chat di IOL, che ovviamente nessuno ricorda piu’. Il punto e’ che la persona che mettiamo sulla rete non e’ il se’, ma la proiezione del se’ del nostro rigore etico, se non dei nostri istinti primordiali. Oppure la proiezione della proiezione, oppure…
Insomma, io non sono quello che sono ma quello che vorrei essere. E se questo fosse un tweet (e probabilmente non lo e’), dichiarando questo dimostro di non essere nemmeno quello che vorrei essere ma quello che voglio voler essere, e cosi’ via in un circolo vizioso infinito che tende ad un limite piuttosto ben definito: l’apparenza. Cioe’ sulla rete io sono esattamente il modello cui aspiro ad essere.
Si’, pero’ il problema e’ che in realta’ io (cioe’ il mio io reale, la mia vera coscienza) non posso prescindere dall’essere diverso da quel modello, il che in qualche modo sdoppia la mia personalita’, senza che io possa farmi scudo con la patologia psicologica che tipicamente si associa allo sdoppiamento di personalita’.
Eppure non se ne esce perche’ io non e’ che sia al di fuori di questa logica, e lo stesso menzionare “la mia coscienza” solo poche righe qui sopra, rende il concetto di quello che sto dicendo altro da quello che in effetti e’.
Cosa che non avviene in altre forme di comunicazione, per altro.
Perche’ in una lettera, per esempio, uno scrive per immagini, cosciente del fatto che chi legge associ quelle immagini alla persona che ha conosciuto realmente. Al telefono uno parla sapendo che all’altro capo del filo c’e’ una persona vera che interpreta quello che sta ascoltando applicandolo alla persona vera che conosce a prescindere dal mezzo di comunicazione…
Ecco, il problema e’ che se uno dice su twitter che si sta facendo il bidet, in realta’ mente, anche se il bidet se lo sta facendo per davvero, perche’ quello che sta dicendo non e’ che lui si sta facendo il bidet, ma che se lo sta facendo quella persona virtuale che ha creato, magari involontariamente, tramite la sua interazione con la rete. E poco importa, perche’ in realta’, a mentire non e’ lui, ma proprio quella persona virtuale che, in quanto virtuale, non esiste. E quindi non ha un’etica per essere giudicata.
Quindi uno cerca di condividere se stesso per crearsi una socialita’, ma ottiene paradossalmente l’effetto opposto, di isolarsi, fino ad annullare il se’ reale anteponendo il se’ virtuale.