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C’est l’argent qui fait le sport 0
Nessuno degli esperti che si sono succeduti sotto i riflettori delle tv dopo le 18.00 di ieri hanno detto una cosa banalissima, ma per me molto significativa: sui campi del Sud Africa c’erano 57 nazionali stranieri che militano nei nostri campionati di serie A e B, contro i soli nostri Rossi e Macheda (ma ognuno può aggiungere altri nomi, se li sa) che giocano fuori patria. Questo è un fatto incontestabile.
Il ct spagnolo ha potuto cogliere a piene mani dagli organici del Barcellona e del Real, quello tedesco dal Bayer, ma il nostro dove poteva prendere i suoi uomini? Dall’Internazionale, di nome e di fatto, prima classificata? Lippi si è assunto in pieno tutte le responsabilità della disfatta, ma questi erano i saldi rimasti sugli scaffali del discount calcistico italiano. Poteva portare Cassano e Balotelli: giusto, ma avrebbero potuto veramente cambiare il volto di questa nazionale? Ah, saperlo. E comunque questo è quello che offre il mercato.
Si dirà che anche quattro anni fa la situazione era identica, quindi sono sciocche le considerazioni d’apertura che coincidono in parte con quelle di Calderoli (com’é trasversale la passione sportiva!): "Questa prematura eliminazione – ha affermato il ministro – non è altro che il risultato di una demenziale politica sportiva, che ha portato alla cancellazione dei nostri vivai e che ha fatto sì che a vincere il campionato e la Coppa Italia, oltre che la Champions League, sia una squadra che di nostrano non ha neppure l’allenatore. Purtroppo per Lippi, però, in nazionale non possono giocare gli immigrati di lusso dello sport, e questi risultati ne sono la logica conseguenza".
Quello che sbaglia il ministro leghista sono le conclusioni che ne trae: cacciamo i giocatori stranieri. Non è così che cresce il calcio nostrano. Se è vero che la sentenza Bosman ha messo in crisi i nostri vivai giovanili, è anche vero che la presenza di fuoriclasse nelle nostre squadre può aiutare la crescita anche dei nostri giocatori.
Se vogliamo cercare delle colpe – oltre a quelle assodate del ct e dei convocati azzurri – queste partono da lontano, dalla Federazione che, a fronte della libera circolazione dei lavoratori pedestri all’interno dell’Unione Europea, non ha promosso una politica di sviluppo dei nostri settori giovanili.
Abbiamo quattro anni per il prossimi mondiali in Brasile, otto addirittura per quelli da assegnare per il 2018, un periodo sufficientemente lungo per impostare una seria politica sportiva con regole lungimiranti che coniughino i vari interessi in gioco: dei club, dei giocatori, della nazionale, degli sponsor. Perché, in definitiva, mentre noi ci esaltiamo o ci indignamo per la palla rotonda, la sostanza è sempre quella; c’est l’argent.
Il grande Aiax (della grande Olanda) era riuscito nell’intento, facendo crescere dal vivaio una squadra di club, ed una nazionale, che riusciva a creare entrate dalla vendita all’estero dei suoi campioni. Altri tempi, certo, ma non irripetibili.
Nere colline d’Africa 2
"Esaltarsi per la vittoria in Champions di un club fatto soltanto di giocatori stranieri con tecnico straniero e poi pretendere che la Nazionale brilli è, per lo meno, ipocrita" scriveva Vittorio Zucconi. Ora che è finita la nostra avventura in terra d’Africa, possiamo anche tirare le somme e dire ognuno la nostra, liberamente, perché di tutti quelli che ne parlano e scrivono nessuno è laureato o ha il master in analisi di tecniche calcistiche o ha fatto un corso veloce a Coverciano. La mia osservazione vale quanto la sua, bellezza.
Non potevamo – al plurale, perché la Nazionale sono anch’io e non solo Lippi e Cannavaro quando perdono – fare il blocco Inter, perché non esiste una squadra "italiana" che si chiama Inter. Potevamo fare il blocco difensivo, invece che con i brocchi della Juve, con i primi in campionato: con la Roma (Cassetti, Motta, Tonetto ed Andreolli), potevamo fare il blocco di centrocampo con il blocco Milan (Gattuso, Pirlo, Ambrosini e basta, gli altri sono stranieri) o della Samp (e qui ce ne sono di più: Franceschini, Guberti, Mannini, Padalino, Palombo, Poli, Semioli e Soriano), potevamo fare un 4-3-3, o un 3-3-1-3 come il Cile, o un 3-4-3, o un 9-1 come la Nuova Zelanda.
Oppure potevamo, per la gioia di Bossi, comperare la partita con la Slovacchia, oppure schierare la formazione fantasma padana, campione del mondo dei bar sport. Potevamo…
Col senno di poi potevamo fare molto, ma la realtà è che non l’abbiamo fatto. Sta di fatto che i campioni del mondo in carica se ne tornano a casa come i vice campioni del mondo, come una qualsiasi Serbia o Slovenia, Nigeria o Algeria, dopo 36 anni da un’altra bruciante eliminazione.
Eppure i bookmaker ci davano a 1,55 per la vittoria, 3,75 per un pareggio e a 6 in caso di vittoria della Slovacchia. Lascio a chi se ne intende dire cosa è mancato, dove abbiamo sbagliato, cosa hanno indovinato gli altri, e tutti gli altri sproloqui del caso.
La Nazionale riflette esattamente la Nazione: una compagine allo sbando, senza progetti, che va avanti cullandosi delle stellette (passate) cucite sul petto, rassegnata per la mancanza di prospettive. Speriamo, come Nazionale e come paese, nello stellone e nel fattore C che tante gioie ci hanno dato nel passato, ma ora – in mancanza di uomini dalle grandi capacità – stiamo decisamente e inesorabilmente andando verso la decadenza in tutti i campi, anche non sudafricani.
Italia-Nuova Zelanda: per favore, un po’ di silenzio 1
I bookmakers ci davano a 1,22, in caso di pareggio la quota saliva a 6,00 e fino a 15,00 in caso di vittoria della Nuova Zelanda, come a dire che non c’era storia per la seconda partita del girone F. Invece è andata come è andata, con la nazionale azzurra generosa ma stitica in fatto di realizzazioni.
Ovviamente tutti a sparare sulla diligenza, esperti e meno esperti, con la sola differenza che i primi sono pagati (e a volte strapagati) per sparare, gli altri nisba. Cosa saggia sarebbe aspettare almeno la fine delle partire del girone, o ancor meglio del campionato, prima di tirare le somme o dare giudizi, tanto Lippi fa comunque quello che vuole; ma, si sa, se i soloni del calcio rimanessero silenti come si riempirebbero ore di trasmissione e pagine intere dei giornali?
Per non smentirmi non voglio quindi dare nessun giudizio tecnico sulla squadra, il CT o i singoli giocatori, ma azzardare qualche risposta a quanto ho sentito dire da lor signori, primo fra tutti Marino Bartoletti, che ho sempre stimato per le sue conoscenze calcistiche e musicali, tornato in auge con la tessera del centrodestra dopo un lungo periodo di silenzio.
Nel dopo partita il buon Marino ha esordito criticando la scelta di Lippi di aver fondato la nazionale sul blocco Juve (5 undicesimi). Sono d’accordo; è un peccato però che non abbiamo potuto portare in Sud Africa Milito, Maicon, Eto’o, Julio Cesar, Zanetti, Samuel o Muntari che hanno vinto Coppa Italia, scudetto e Champions. Saperlo prima, potevamo naturalizzarli tutti per avere un blocco Inter.
"Non posso accettare – ha proseguito Bartoletti – che i campioni del mondo in carica pensino di passare il turno con un altro pareggio contro la Slovacchia". Orbene, prendiamo l’Italia di Bearzot, campione del mondo nell’82, quando nella prima fase incontrammo la Polonia, il Camerum ed il Perù; finimmo secondi del girone con 3 punti, tre pareggi (0-0 con la prima e 1-1 con le altre due), il resto lo conosciamo, con Pertini in tribuna a gridare per la gioia.
E qui passiamo ad una obiezione che fanno tutti gli esperti di calcio: a questa nazionale manca la qualità. Benissimo. In Spagna scesero in campo Zoff, Collovati, Scirea, Gentile, Cabrini, Oriali, Bergomi (per sostituzione disperata), Tardelli, Conti, Graziani, Rossi (reduce da due anni di squalifica per il calcio scommesse), Causio e Altobelli. Bearzot fu aspramente criticato per non aver portato in Spagna Beccalossi e Pruzzo. Dopo, ripeto dopo e solo dopo la vittoria mondiale i nostri furono insigniti del marchio di qualità: prima solo l’1% degli intervistati da Gallup in 19 paesi dava credito agli azzurri (per la serie: facile parlare dopo).
Oggi pomeriggio abbiamo assistito ad una partita di calcio, dove 11 giocatori si contendono la gara contro altri 11 giocatori diretti da un arbitro e da due assistenti che possono anche non vedere fuorigioco e falli vari. Questo è il calcio, non è una gara di tiro al piattello. Nella tabella della Gazzetta dello Sport le statistiche parlano da sole e non occorre essere degli esperti per capire da quale parte stava la qualità.
Non per fare il tremontiano, ma anche l’Inghilterra non è andata oltre il pareggio contro un’Algeria che si difendeva in undici, per non parlare della "grande" Germania che le ha prese dalla Serbia. Per una volta tanto, prima di sputare sentenze aspettiamo almeno la fine del girone.
Come non fare di tutto il meteo un fascio 2
Il presidente della regione Veneto, Luca Zaia – ché tale è, e non governatore, ed io così continuerò a chiamare lui ed i suoi colleghi finché non cambierà la legge – si è adombrato perché i vari meteo nazionali fanno di tutta l’erba un fascio: "I meteorologi – ha affermato – che pensano non ci sia differenza tra Trieste, Chioggia, Verona e Trento, fanno dei danni incalcolabili al turismo. Milioni di visitatori possono essere scoraggiati da una indicazione meteo errata".
Per una volta Zaia nella sostanza ha ragione, anche se doveva salire da Roma a Venezia per mettere i piedi per terra ed accorgersi quello che da anni andiamo ripetendo tutti. Sul metodo, se hanno ragione anche i meteorologi che è difficilissimo fare una previsione personalizzata per tutto il territorio nazionale, la soluzione c’è come vedremo.
A suo tempo ci siamo occupati del servizio meteo "centralizzato": in pratica fa testo il cielo di Roma. Se in Trentino, in Val d’Aosta o in Liguria nevica o splende il sole non importa, perché le previsioni riguardano la capitale ed il resto (in giù) della penisola, provate a badarci. Se, per esempio, una perturbazione interessa tutto il nord – e non ne faccio una questione federalista – ma lascia indenne il Cupolone ed il Vesuvio, la notizia d’apertura del meteo, qualsiasi meteo televisivo, sarà che splende il sole, salvo poi andare nei particolari che prevedono lo stato di allerta al settentrione.
C’è poi la dinamica quotidiana del tempo, che anche i bambini delle elementari conoscono bene. Sulle alture il sole del mattino riscalda la terra, come sosteneva Monsieur De Lapalice, il vapore acqueo sale al cielo dove si condensa alle temperature più basse, e quindi al pomeriggio si formeranno delle nuvole che qualche volta possono trasformarsi in fenomeni piovosi, ma normalmente si dissolvono nella stessa maniera con cui si sono formate. Ebbene, da marzo ad ottobre, secondo il nostro servizio meteo nazionale, nelle "zone alpine e prealpine" ci sono "condizioni di tempo instabile con possibilità di temporali nelle ore pomeridiane".
Clap, clap, complimenti! Perché non dire anche che nelle zone costiere durante il giorno si avrà la brezza di mare, mentre di notte assisteremo a fenomeni di brezza di terra?
Queste banalità hanno provocato ripetutamente le proteste, anche vibrate, del Trentino Alto Adige, della Liguria ed oggi del Veneto. Ed a ragione, perché il ferroviere in pensione di Empoli che vuole andare in ferie al nord e non usa Internet, si affida alle previsioni del Tg2 o del Tg5 che lo sconsiglieranno regolarmente.
Qualcuno ha avanzato il sospetto che sotto sotto ci sia qualche interesse che "indirizza" i nostri bollettini meteo. Sta di fatto che, se andiamo a vedere le stazioni locali qualificate come Meteo Trentino o Arabba, le previsioni sono particolareggiate ed esatte, segno che il servizio funziona. Come funzionano perfettamente le previsioni di Google a pie’ del desktop o di ilmeteo.it che questo sito ha adottato in widget.
Si tratta allora di adottare una certa cautela, come per la pubblicità dei medicinali o per gli oroscopi: basterebbe imporre ai vari colonnelli o esperti meteo che avvertissero, alla fine di ogni bollettino, che le indicazioni sono di carattere generale e che per le previsioni locali bisogna affidarsi alle strutture periferiche. Semplice, no?
















