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Archive for the ‘Attualità’


Ucraina, vacche e riscaldamento (globale) 2

Posted on febbraio 09, 2012 by Maurice

Parlare di riscaldamento globale mentre fuori il termometro è stabile sotto lo zero è come fare gli auguri di Natale a Ferragosto. Eppure un nesso c'è.
Vedremo se dovremo fermare le industrie per garantire il caldo degli appartamenti, ma quando fa tanto freddo gli ucraini – che Dio li benedica – ci fottono i metri cubi di metano che viene dalla Russia. Eppure il rimedio ci sarebbe.

Copio e incollo dal blog di Valerio Gualerzi:Toilet pan in field

In Italia a fine 2011 c’erano oltre 500 impianti a biogas (il 95% dei quali concentrati al settentrione) per una potenza complessiva superiore ai 550 MW (in Germania, paese leader, [grazie ad un brevetto italiano, NdA] nel 2008 erano circa 4mila). Nel 2011, considerando sia gli impianti a biogas da scarti agricoli che quelli da discarica (questi ultimi secondo uno studio di Legambiente potrebbero produrre 8 milioni di metri cubi di metano l’anno), il numero degli impianti installati rispetto al 2010 è aumentato del 13%, mentre la potenza è cresciuta del 20%. A questi, secondo una stima della Crpa (Centro Ricerche Produzioni Animali) di Reggio Emilia, vanno aggiunti altri 100-200 impianti a biogas in costruzione che dovrebbero essere completati entro fine 2012.
Una potenza che potrebbe però essere molto più ampia se fosse sostenuta da un’adeguata legislazione. “Se la normativa lo consentisse – afferma il Presidente del CIB, il Consorzio Italiano Biogas, Piero Gattoni – l’Italia potrebbe essere in grado di produrre biometano per soddisfare circa il 10-20% del fabbisogno nazionale attuale. Il vantaggio poi del biogas trasformato in biometano è che immesso nella rete nazionale può alimentare gli stoccaggi ed essere utilizzato nei momenti in cui v’è più necessità come questo”.

Quando ne parlai scatenai le ire degli ambientalisti. Bene, ecco qui la soluzione, altro che mutande per le vacche. Se Madre Natura ci ha fatto scoreggioni, un motivo c'è e sta a noi coglierne l'opportunità.
Si tratta della rivoluzione copernicana, in base al famoso principio che le uova non vanno messe tutte in un unico paniere: bisogna pensare non a grandi impianti (come le centrali nucleari), ma ad innumerevoli piccoli e piccolissimi impianti.
Pensiamo, per esempio, se ogni casa, ogni condominio avesse il proprio impiantino di biogas che sfrutta le deiezioni umane ed i rifiuti umidi. Non dico che saremmo completamente autonomi dal gas russo-ucraino, ma – insieme ad altre fonti rinnovabili – potremmo risparmiare dei bei soldini.
Senza parlare di nuove ricerche e tecnologie da vendere all'estero, nuova occupazione, eccetera, eccetera. Il problema è uno solo: bisogna che qualcuno in alto, molto in alto, lo capisca. Perché, come diceva il poeta, dal letame può nascere un fior.

Non solo evasori 2

Posted on gennaio 30, 2012 by Maurice

Il "metodo Cortina" ha colpito ancora, e sembra dare buoni frutti: aumento vertiginoso degli scontrini e controlli incrociati sui possessori di grosse auto parcheggiate (e si presume quindi utilizzate per le vacanze ampezzane o per la movida milanese).
E' il solito discorso: chi non ha nulla da temere non si preoccupa della presenza del finanziere, o dell'ispettore Inps, chi invece ha la coscienza sporca si allarma ed impreca contro la persecuzione dello Sato ladrone.

Due proposte da fare.
Perché controllare i Suv, i Mercedes o i Porsche parcheggiati? Non è più semplice andare al PRA – ma non serve neppure andarci, basta una faq telematica a chi ha il pass, come la GdF – e fare un tabulato di tutti i modelli "sospetti" per una verifica a tappeto?
Invece, e questa è la prima proposta, non sarebbe il caso di piazzare un finanziere "mimetizzato" 24H al giorno ai valichi di frontiera per fotografare tutti i macchinoni in transito per Chiasso, piuttosto che al Brennero o al Tarvisio (una telecamera nascosta, in collegamento diretto con una centrale, farebbe risparmiare anche le spese del personale)?
Basterebbe una verifica nel tempo per scovare gli spalloni di valuta o chi va a comperare la cioccolata in Svizzera, dopo aver depositato qualche milioncino agli sportelli bancari oltre confine. Non è possibile? C'è qualche norma che lo vieta?

Seconda proposta.
Sarebbe interessante se la Guardia di Finanza verificasse anche il fenomeno inverso: vedere se gli scontrini emessi corrispondono effettivamente a numero uguale di clienti serviti, o se per caso non c'è sovrafatturazione.
Sì perché, come abbiamo denunciato qui in diverse occasioni, c'è anche chi emette più scontrini del dovuto. Com'è possibile? C'è qualche suicida che paga più tasse del richiesto?
Certo, e sono tutti quei locali – si dice la gran maggioranza delle pizzerie – che dietro l'insegna commerciano in riciclaggio di denaro sporco proveniente dalle varie mafie. Spesso sono locali illuminati e vuoti, dove – anche volendo – non è possibile avere una 4 Stagioni. Per la semplice ragione che non fanno pizze, e la farina bianca presente non è certamente ØØ.
Anche questo è un fenomeno da non trascurare e l'ha sollevato di recente anche Papero Giallo. Non è un fenomeno romano, ma di sicuro di tutto il Paese. Come mai la ristorazione, in genere, arranca se non chiude, e come mai esistono anche ristoratori che se la passano non bene, ma in maniera superlativa, con tanto di macchinoni e spese pazze? Non è (solo) questione di evasione, ma di ben altro.

Le liberalizzazioni che creano recessione 1

Posted on gennaio 26, 2012 by Maurice

Per la prima volta qualcuno, anche liberista, dice chiaramente che le liberalizzazioni e la concorrenza non sempre creano sviluppo economico, anzi. Lo hanno sostenuto a Matrix di ieri sera Oscar Giannino (di cui si può dire tutto, ma non che sia di sinistra), Leonardo Becchetti economista dell'Università Tor Vergata di Roma e Giuseppe Bortoluzzi della CGA di Mestre, con grande incazzatura di Rosario Trefiletti di Federconsumatori, ovviamente attento solo al prezzo di prodotti e servizi.

E' da tempo che il vostro chef sostiene qui l'inconguenza delle liberalizzazioni all'italiana, fin dai tempi del Bersani ministro.
Vi sono settori in cui è indispensabile abbattere i monopoli (o duopoli o oligopoli) con una concorrenza, vigilando che la competizione sia reale e non mascheri invece un cartello fra i soliti conosciuti. E' il caso delle assicurazioni o del settore petrolifero, dove sappiamo tutti che i prezzi sono concordati dalle società ed imposti al cittadino in condizioni di falsa concorrenza.
Aumentare il numero dei taxi non è liberalizzare il trasporto pubblico. Anche in Cile, ha ricordato qualcuno, fu data facoltà a chiunque di trasformarsi in taxista, con la conseguenza che la qualità del servizio improvvisato portava il passeggero a trovarsi a piedi spesso e volentieri, con rottami di auto trasformate in mezzi di trasporto pubblico, senza sicurezza né garanzia di essere portati a destinazione.
L'abbassamento dei prezzi non può essere l'unico parametro di valutazione. Eppure continuiamo a fare le gare pubbliche d'appalto, prescindendo dalla qualità del prodotto o del servizio offerto: oltre un certo limite (inferiore) di prezzo la qualità non è assolutamente garantita, e lo sappiamo bene tutti, guardando certi cantieri aperti e mai chiusi.

Prima che una legge economica è una legge fisica: ogni albero fa la sua ombra. A fronte di una domanda bloccata – o carente, come in tempi come questi – aumentare l'offerta è aprire i rubinetti all'assenza di qualità o a prodotti che nascondono qualcosa di poco pulito, come nel caso della Apple.
Ogni cosa ha un suo costo. La deleregulation reaganiana, madre di tutte le liberalizzazioni, ha fatto chiudere i battenti alla mitica Pan Am; consentire a tutti di aprire un'attività apre la porta solo ad altre chiusure. Occhio, quindi, ai prezzi stracciati: prima o dopo viene fuori la truffa.

Nessuno l'ha detto, ma per abbassare i prezzi al commercio c'è un'unica strada: intervenire sulla filiera, accorciarla, eliminare chi specula e non produce né vende alcunché. Non sono i fruttivendoli sotto casa o del mercatino rionale che in questi giorni stanno facendo il bello ed il cattivo tempo. C'è qualcuno più a monte (e più forte della signora Nannina) che manipola a suo piacimento costi e ricavi.
Questi sono i veri poteri forti. Prendersela con i commercianti è non aver capito nulla di come gira il mondo.
 

Epigrafe per una pellicola 2

Posted on gennaio 23, 2012 by Maurice

E' passata sotto silenzio, o al massimo le abbiamo dato un'occhiata, presi come siamo in questi giorni tra navi incagliate, tassisti e forconi. Ma la notizia è una di quelle che segnano un'epoca, anzi la fine di un'era durata esattamente due secoli.
Era il 1813 quando

Niépce iniziò a studiare i possibili perfezionamenti alle tecniche litografiche, interessandosi poi anche alla registrazione diretta di immagini sulla lastra litografica, senza l'intervento dell'incisore. In collaborazione con il fratello Claude, Niépce cominciò a studiare la sensibilità alla luce del cloruro d'argento e nel 1816 ottenne la sua prima immagine fotografica (che ritraeva un angolo della sua stanza di lavoro) utilizzando un foglio di carta sensibilizzato, forse, con cloruro d'argento.

Dovettero passare ancora alcuni decenni prima che George Eastman inventasse nel 1884 la pellicola in celluloide e, otto anni dopo, creasse quel colosso che tutti abbiamo conosciuto come Kodak che ha avuto il merito di fare diventare democratica la fotografia, sia come mezzo che come supporto.

Bene, o meglio male, dopo due secoli la Kodak è al fallimento. Si chiude un'era, e sulla tomba della Kodak potremo scrivere: tanto poté l'elettronica.
Dalla mia prima Kodak Retina a soffietto, magnanimo dono di mio padre per l'ingresso alle medie, ho cambiato tante macchine dai nomi prestigiosi – Nikon, Pentax, Zenza Bronica, per citare i marchi più famosi – ma il rullino era sempre quello: Ektachrome Kodak. Dai 64 ai 400 ASA, a seconda delle necessità, ma sempre e soltanto dia Ektachrome Kodak. La insuperabile. Non esistevano Ferrania o Fuji che potessero competere.
L'arrivo della tecnologia giapponese nel campo delle fotocamere impresse un nuovo impulso alla democratizzazione della fotografia. La mia prima macchina "seria" è stata una Canon, 110 mila lire all'inizio degli anni '70, ma era questione di gusti e di portafoglio: nel nostro fotoclub c'erano le Nikkormat, le Asahi Pentax, le Olimpus, ma tutti a scattare con la Kodak. E poi via a sviluppare in camera oscura con la tank Patterson, gli acidi Ilford, e a stampare in B/N ancora sulla carta Kodak, o al massimo sull'Agfa.

Si chiude un'era. Addio a Robert Capa, a Cartier Bresson, a Tina Modotti. Oggi basta uno squallidissmo telefonino per immortalare su una manciata di pixel l'attimo fuggente. E' un bene o un male? Diciamo che è, punto e basta.
 

L’errore delle liberalizzazioni, anche a sinistra 0

Posted on gennaio 20, 2012 by Maurice

Il leitmotiv di chi sostiene le liberalizzazioni, anche nel PD, è che nell'economia moderna esse sono un atto dovuto, non si può farne a meno, perché così vogliono i mercati il cui verbo sacro è "concorrenza", che farebbe risparmiare centinaia di euro (ognuno spara la cifra che preferisce) ad ogni famiglia italiana.
Già su quest'ultimo aspetto c'è molto da discutere. E' proprio vero che la concorrenza abbassa i prezzi? Basta fare un piccolo calcolo: prendete, se ce l'avete ancora, una vecchia bolletta di casa della Telecom o ancor meglio della Sip, e fate il confronto con quanto spendete oggi. Rapportata all'euro, quale famiglia spende oggi al bimestre 20 o 30 euro, tasse comprese? Eppure è questa la bolletta media di una famiglia di qualche anno fa, che non telefonava all'estero e stava attenta a non sbracare con la teleselezione, quando ancora esisteva.
Si dirà che adesso assieme al telefono c'è internet, la possibilità di inviare Sms e MMs e tutto il resto. Ma sono "servizi" in più per gonfiare la bolletta, per giustificare ulteriori profitti, mica per parlare di più a costi minori.
E poi, da chi saranno sopportati i minori costi del consumatore? Non certo dai produttori, non certo dagli intermediari, ma ancora una volta dall'ultimo anello della rete distributiva.

In prima elementare mio figlio subì il diktat della nuova pedagogia "moderna": basta aste e cerchi, basta calligrafia, basta lettere e poi sillabe, basta regole di grammatica, subito con le parole complete a formare le frasi. Ne è risultata una generazione di galline, la cui scrittura è peggio di quella dei medici, senza conoscenza della grammatica e della sintassi.
E' andata meglio a mia figlia, che ha scontato il fallimento della "moderna" pedagogia per ritornare ai vecchi metodi didattici.
Lo stesso è capitato a me nel lavoro, quando il magico verbo "moderno" (ed americano) della rete distributiva era lo scorporo contro le posizioni di rendita. Chi è venuto dopo di me si è visto accorpare, secondo i vecchi metodi, perché nella vendita 2 più 2 non fa quattro, ma quando va bene fa 3.

Ora scontiamo le liberalizzazioni, perché così vuole il mercato. Finché fra qualche anno i guru dell'economia (americana) diranno che le ricerche avranno dimostrato che per il consumatore esse non avranno portato nulla di positivo, ma anzi nuova disoccupazione e grandi profitti per pochi e grandi gruppi.
Ed allora passo indietro a promuovere un nuovo rapporto tra erogatore di beni o servizi ed il cliente, vero destinatario dei benefici.

E' sbagliato il metodo. Hanno ragione i tassisti a dire che non sono le nuove licenze il problema. Il vero nocciolo della questione sono i soldi che mancano. Alle famiglie, che vedono restringersi i margini di spesa. Alle imprese, che non possono investire.
Occorre innovare sì, ma in nuovi prodotti, in qualità della vita, in sviluppo, e qui entra in funzione il cervello, l'inventiva, la ricerca.
Gli ultimi vent'anni di politica hano dimostrato che non basta promettere le riforme per modernizzare il paese: occorrono teste nuove, e giovani. Come diceva Aleardo: è più facile cambiare gli uomini che la testa degli uomini.

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