Senza dubbio, la classe più competente, e la meno servile, è quella dei cuochi. (George Orwell)

Bistrot Chez Maurice


Archive for the ‘Cazzeggiamenti’


Sesso, sesso, ma quando? 0

Posted on marzo 13, 2010 by Maurice

Nun ce ne po’ fregà de mmeno, sembra la conclusione dello studio avviato dall’Università di Chicago e pubblicato sul British Medical Journal, che ha introdotto la misura “speranza di vita sessualmente attiva”, ripreso da Blitz Quotidiano.
1324139856_413eaa3eceSe l’uomo e la donna – pare – sono diversi, lo sono anche su sesso e sue applicazioni. Mentre l’uomo ce l’ha sempre lì (sulla fronte), alla donna sembra che non gliene importi più di tanto, dati alla mano. I maschietti "a 55 anni mediamente hanno ancora 15 anni di attività sessuale davanti a sé, mentre le coetanee meno di 11 anni". Non solo, perché "quando un uomo di 55 anni è in buona salute, può aggiungere altri 5-7 anni ai 15 che gli “spettano” di default, mentre lei al massimo ne aggiunge 3-6".
Facciamo due calcoli.
Un maschio ha un’"aspettativa" media di vita sessuale fino a 76 anni, mentre la sua compagna fino a 70 e le bene così. Domanda: che si fa – parlo da maschio – in quei 6 anni di differenza? Il problema è risolto se si sceglie una partner più giovane, sennò…
Tutto questo in linea teorica. Altri studi consolidati danno la "maturità" sessuale nella donna dopo i 40 anni e quindi il periodo del massimo godimento per un uomo sarebbe limitato a 30 anni, tutto questo prescindendo da astinenza ciclica e post parto, emicranee, Grande Fratello, giornate faticose, malattie infettive dei figli, colloqui di lavoro del giorno dopo, stasera no perché sono a metà del ciclo, urca non ho preso la pillola, è un momentaccio e non mi va, non è mica sabato oggi.
Strucca strucca, quanto rimane? e soprattutto cosa rimane?
Un altro studio rivela che nella metà dei casi la donna "finge" l’orgasmo, tanto l’uomo – normalmente rincoglionito, ma ancor più in quel momento – non se ne accorge. Male per le donne, che arrivano "(e qui la percentuale è addirittura una su cinque) a immaginare di fare sesso con un uomo diverso dal partner". Ma ditelo, buon dio, che fino a 76 anni non c’è problema e siamo sempre disponibili ad aiutare il prossimo.
Il rimescolamento delle carte però non avviene, così ci si gira dall’altra parte, e buonanotte ai suonatori.
"È sostanzialmente un problema di comunicazione – ha spiegato, infatti, un portavoce dell’azienda che ha finanziato il sondaggio in Inghilterra al londinese «Daily Mail» – e le donne dovrebbero sforzarsi di parlare di più con i loro uomini, per spiegare loro cosa davvero vogliono e, soprattutto, come raggiungerlo".
Provate a dirlo a vostra moglie (o a vostro marito): amore, mi piacerebbe tanto farlo con Belen (o col salumiere). Vedrete cosa succede, a qualsiasi età.

Un giro di valzer 4

Posted on febbraio 07, 2010 by Maurice

Le ultime settimane non sono state proprio tranquille. La malattia del nostro piccolo ospite ha coinvolto tutta la famiglia: l’andirivieni dalla veterinaria per diagnosticare, prima, la causa del suo comportamento anomalo ed il seguirlo poi nel rapido consumarsi di ogni linfa vitale – fino alla sua inevitabile partenza – ha assorbito tutta la nostra attenzione. Sembra inverosimile quanto un esserino occupi così prepotentemente la nostra esistenza: ora che non sentiamo più il suo miagolio di saluto ogni volta che qualcuno di noi rientrava a casa, o non ce lo ritroviamo più tra i piedi alla ricerca di una carezza o di una attenzione, le stanze sono stranamente vuote.
Insomma, quindici anni non si cancellano facilmente.

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Negli stessi giorni ha preso forma la decisione di cambiare l’attrezzo con cui sto dando vita a questo post.
Il vecchio computer dimostrava tutti gli acciacchi dell’età, anche lui. Non sono un fanatico della novità a tutti i costi, non solo uno di quelli che se non vede la prima di un film non è contento o che corre in concessionaria a prenotarsi il nuovo modello presentato all’ultimo salone dell’auto. Preferisco sempre che le novità siano testate dagli altri ed affidarmi a cose ormai sicure.
Oltretutto ne va in costi: l’uscita di Windows 7 era stata annunciata per l’autunno, come è stato, ma l’hardware giacente nelle case con il bidone targato Vista doveva prima essere smaltito. Ora anche i prezzi sono scesi ed il momento era opportuno per dare una rinfrescata al sistema informatico casalingo, e questo ha sconvolto anche la sistemazione dell’arredamento.
Qualcuno potrà obiettare: che necessità c’è di cambiare l’intera disposizione di un soggiorno – che è qui dove digito – solo perché va cambiato un computer?
Il ritorno dal laptop al desktop mi ha rivoluzionato tutto. Non avevo più posto per la stampante sopra il tavolo ed un abile lavoro di bricolage mi ha permesso di recuperare un mobiletto Kartell sottoutilizzato; se la nuova soluzione era ottimale, non così il posizionamento della stampante nella stanza.
Un lampo di genio mi ha fornito la soluzione: spostiamo il pianoforte al posto del mobile piccolo, questo lo mettiamo al posto della mia scrivania che va dov’era il pianoforte. Sul mobile piccolo spostiamo la televisione e tutti i collegati, giriamo il mobile grande dov’era prima la tele, ed il gioco è fatto. Convinte della soluzione le mie donne, in tre e con una buona dose di muscoli abbiamo fatto fare un giro di valzer all’arredamento ed, oplà, ne è venuta fuori una stanza nuova, più aperta, più spaziosa, adesso sì distribuita razionalmente.
Le rifiniture al processo di cambiamento mi hanno infine occupata l’intera giornata libera: risistemare quadri e foto alle pareti, riposizionare la lampada a soffitto vicino ai divani (perché anche questi hanno dovuto essere spostati in conseguenza della nuova disposizione della tele), ah papà, visto che ci sei perché non mi attacchi le mie foto sopra il letto?, installare una chiavetta wireless per il collegamento al router al posto del cavo ethernet che non poteva correre per la stanza e, ciliegina sulla torta, una nuova webcam ad alta risoluzione per il collegamento via Skype con il figliolo parigino.
E’ tutta un’altra vita adesso.

Buon viaggio, aristogatto 11

Posted on gennaio 28, 2010 by Maurice

Questa potrebbe essere l’ultima notte per il mio gatto, domani decideremo per la sua eutanasia dopo aver sentito la veterinaria. Non è una decisione facile.
E’ vero che all’ultima visita ci ha in un certo senso sollevato dicendo che la sua fine sarà indolore, perché la malattia lo porterà lentamente dal sopore al sonno, al coma e quindi alla morte. Non soffrirà, ma pensare di vederlo aggirarsi per casa ancora per qualche settimana, forse, con quell’aria stranita e lo sguardo assente, ridotto a sole ossa e pelo, e rifiutare il cibo e bere ogni tanto un po’ di latte o di acqua dal rubinetto, senza nemmeno la voglia di essere grattato dietro le orecchie o sotto il mento, è uno strazio.
MatisseEra nato da poche settimane – quindici anni fa esatti – quando portai mia figlia dall’uscita della scuola elementare dentro il negozio di animali. All’inizio volevamo un cane, ma la madre non era rimasta incinta; poi, riflettendo meglio sui nostri impegni di lavoro e sulle necessità che ha un cane, avevamo dirottato la nostra attenzione su un gatto: più indipendente, casalingo, per nulla esigente in fatto di passeggiate e necessità fisiologiche varie. Fatta la scelta, avevamo pensato ad una femmina, meno irrequieta e più amabile rispetto ai maschi, dicevano i libri consultati.
La nidiata di gattini disponibile nel negozio era tutta al femminile: bianche, nere, a chiazze bianche e nere, con la sola eccezione di un maschietto dal lungo pelo fulvo e bianco ed una macchia nera sulla zampina. Quando mia figlia li vide sgranò gli occhi dalla contentezza. La invitai a sceglierne uno, ma fra una dozzina come si fa a prenderne uno solo, e con quale criterio? Spiegai alla proprietaria che volevamo un gattino affettuoso, coccolone, tranquillo; senza indugi prese l’unico maschio della cesta, il rosso, e lo mise tra le mani della bimba.
Fu un amore a prima vista, nostro verso quel batuffolo di pelo lungo, e viceversa. Se lo mise delicatamente dentro il cappottino ed uscimmo.
Nella cucina del ristorante mia moglie fece le sue rimostranze di rito, ma anche per lei fu subito attrazione fatale.
La mia piccola non ci mise molto a trovargli il nome che non poteva che essere quello di un aristogatto, Matisse, un gatto geneticamente speciale (raramente i maschi sono tricolori) che ci ha distrutto i divani, rifiutato le leccornie che portavamo dal ristorante per i banali prodotti industriali, ma che ci ha accompagnato in questi lunghi quindic’anni.
Anche per lui è arrivata l’ora di partire. Non mi vergogno a confessare che mi viene il groppo alla gola. Ciao, Mati.

Il mare d’inverno, o quasi 5

Posted on novembre 06, 2009 by Maurice

Dopo anni di rinvii per diversi motivi, finalmente quest’anno si va al mare, il mio elemento naturale non solo per via di Paolo Fox, ma perché nelle vene scorre mezzo sangue salato.
226371701_c91c33413aSi parte con la scelta della località: per fare solo una settimana bisogna andare vicino, ma non troppo vicino, per non passare giorni interi a bordo di un Boeing.
Gira e rigira sul web la scelta cade su quello che non vorrei, un paese arabo. Nulla di ideologico, ma certe nazioni non mi danno tranquillità: anche l’Afganistan – mare a parte – dicono che è bellissimo, ma forse non è il caso di rischiare. E vabbè, vada per il "solito" Egitto: ci vanno tutti, ed anche questo mi fa girare, abituato ad essere sempre contro corrente (Ibiza quando nessuno sapeva che esistesse, Formentera idem, l’Elba o la Sicilia quando non erano trendy).
Girando sul web leggo i commenti di chi ci è già stato, proprio lì, e con lo stesso operatore. Forse ha ragione chi dice che non bisogna informarsi su Internet: ne leggo di tutti i colori, da chi è entusiasta per la barriera corallina, a chi pubblica le foto della camera piena di scarafaggi. A chi credere? Una settimana fra i tuareg mi vedrebbe più tranquillo.
Aspettando i documenti di viaggio mi comunicano che la partenza è spostata di 200 chilometri e di un bel po’ di ore. Salteremo la cena a destinazione per andare direttamente a letto, una volta arrivati, alle 4 di mattina. Così ti ciulano mezza giornata di sole.
Escluse le bevande alcoliche (sai che bello cenare a Cola Cola), attenti anche alle bevande sfuse, soprattutto i loro thè: fare la scorta di antidiarreici e di fermenti lattici perché berccarsi una salmonella è prassi per noi occidentali. Come italiano, e per di più come cuoco italiano sono difficile: sono di bocca buona, ma non così buona da ingerire qualsiasi cosa senza battere ciglio. Male che vada, penserò che in fin dei conti si tratta solo di una settimana.
Pensiamo alle valigie. Partire da qui con la neve già sulle cime (e domenica anche a fondo valle) per andare a 30° è un bel problema; ed alla sera fa freddo o è ancora tiepido? Dalla letteratura ho imparato che nel deserto si passa dal torrido al gelo, ma chi ci è già stato mi assicura che si sta bene.
Alle 5 viene notte anche là. Oltre a quello che pensano tutti, che si fa dalle 5 a mezzanotte? Si potrebbe cambiare il metabolismo andando a letto con le galline per alzarsi alle prime luci dell’alba, quando la marea porta le onde fino in spiaggia.
Mi porto dietro la digitale, il libretto di istruzioni e gli appunti che mi sono preparato; mi farò un corso in autoistruzione per imparare finalmente come si possa sfruttare al meglio la nuova fotocamera. A proposito, ci sarà qualche tanga o qualche topless da immortalare, o le vacanziere sono tutte ligie ai dettati del Corano?
Pensavo di mettere in valigia anche il portatile. E’ escluso che mi possa connettere in wifi, ma potrei sempre snobbare Al Jazeera per riordinare le cartelle, pulire i file obsoleti, fare con calma tutte quelle cose che non ho tempo di fare durante l’anno. E’ qualche chilo in più nel bagaglio, ma tra i costumi e le t-shirt dovrei avere peso in avanzo.
Fra tante incertezze una cosa è sicura: mi porterò un po’ di lavoro da casa. Devo chiudere il prossimo menu dell’inverno, fare la lista della spesa, programmare la preparazione della linea. Tanto per non perdere le buoni abitudini.

UCAS 2

Posted on ottobre 05, 2009 by Maurice

Premessa. Il mio professore di latino alle medie aveva inventato un acronimo che tirava fuori ogni volta che la traduzione si discostava dal testo originale per delle costruzioni fantasiose ed impossibili: UCAS, Ufficio Complicazioni Affari Semplici.

3824342927_d520cd27d0Dalla prima Canon FT Ql nel corso degli anni sono passato attraverso modelli, marche e formati diversi: Zenza Bronica, Asahi Pentax, Minolta, con obiettivi e filtri di tutti i tipi. Allo stesso modo ho percorso tutte le tappe che in genere un fotografo amatoriale fa prima di arrivare al suo genere preferito: istantanee, paesaggi, architettura, still life, macro, ritratti, nudo. Senza presunzione credo di padroneggiare bene il mezzo che ho tra le mani, sfruttando luci, tempi, aperture di diaframma.
Recentemente, nell’illusione di riuscire a fare dei ritratti almeno avvicinabili a quelle di grandi fotografi attuali russi, ho deciso di passare al digitale dopo un pluridecennale onorato servizio in analogico.

Il digitale ha moltissimi vantaggi rispetto all’analogico, primo fra tutti la possibilità di vedere subito la foto (tipo Polaroid, se vogliamo) senza dispendio di pellicola e stampa. Il sistema computerizzato di una digitale permette inoltre di scegliere tra una miriade di impostazioni che renderebbe facile la fotografia sia al neofita sia all’amatore evoluto, un po’ come se si usasse una Instamatic o una reflex super automatica.
Ma qui cadono gli asini dei programmatori digitali, tutti dell’UCAS.
Il fotografo pigro può usare la macchina in maniera totalmente automatica in base al principio "inquadra e scatta". Tutto il resto lo fa lei. E vabbè. Però posso anche scegliere la modalità P, che sta per programmato, cioè in pratica come nel modo precedente se non si cambia nessun parametro. Ma posso anche scegliere la modalità Scena, cioè una delle diverse casistiche già preimpostate, tipo panorama. Anche in questo caso, se non si cambia nessun parametro, la macchina fa tutto da sola come nei casi precedenti. Dove sta la differenza? La risposta la sanno solo quelli dell’UCAS.
Oltre alle citate ci sono poi le modalità S,A,M, soggetti in movimento, con tutte le varianti di sensibilità ISO, luce diurna, mattutina, serale, notturna, neon, flash, luce piena o ridotta, e chi ha più fantasia più ne metta.
Molto più semplicemente, non bastava programmare quattro modalità, come nelle automatiche analogiche: completamente automatica (inquadra e scatta), a priorità di tempi, a priorità di diaframmi e completamente manuale? In compenso non c’è la possibilità di inserire il cavetto per un flash ausiliario.

Un solo esempio per capire come, per usare una digitale, bisogna aver almeno un master in fisica: la messa a fuoco. Con la digitale c’è la possibilità della messa a fuoco in automatico (autofocus), ma anche solo sul volto, ma anche bilanciato sull’intera area inquadrata, o solo sulla zona centrale o infine sul punto centrale dell’inquadratura (spot). Ecchecavolo. Datemi una lettura e che sia quella una volta per tutte, non che debba continuamente cambiare perché, se dopo un panorama inquadro una persona, mi sballa tutto. Progressi della tecnologia o perversione UCAS?

La voglia di accontentare tutti finisce con lo scontentare molti.
Con il prescatto la fotocamera "legge" tutto quello che gli serve e con il secondo scatto finalmente faccio la foto. La conseguenza è che la digitale è sconsigliata ai genitori, agli sportivi e ai macrofotografi: dal momento che inquadro il bambino o l’atleta che salta o la farfalla sul fiore, al momento che faccio il secondo scatto passa un’eternità, il bambino se n’è già andato, l’atleta è già nello spogliatoio e la farfalla è su un altro prato.
Esagero, ma l’attimo fuggente si perde inesorabilmente tra il prescatto e lo scatto.

Capiti due concetti di fisica ottica, fotografare è facile, anche se fare una bella fotografia è difficile. Con la digitale non è facile nemmeno la teoria: da quando l’ho comperata, sto studiando il manuale come fosse un testo universitario, con tanto di appunti e sottolineature. Ho già passato due volte la guida, e dovrò darle una terza ripassata per memorizzare le varie funzioni.
Nonostante ciò, a detta anche di altri rimarrà qualche zona di buio e dovrò intervenire nella "camera oscura" di qualche foto ritocco per avere al computer l’effetto desiderato. Resto dell’opinione che all’UCAS abbiano tralasciato (o sopravvalutato?) l’elemento fondamentale di ogni foto: l’elemento umano che, tra le altre cose, vorrebbe anche fare una foto.

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