Archive for the 'Cinema e libri' Category

Mar 24 2008

Ancora di Khaled Hosseini

Published by Maurice under Cinema e libri

Non mi piace molto il copia/incolla da YouTube, ma quando serve, serve. Ecco allora il trailer in inglese de Il Cacciatore di Aquiloni, il film tratto dal primo libro di Hosseini Khaled che dovrebbe uscire nelle sale cinematografiche il 28 di questo mese.

Da quello che si vede nel trailer il film rispecchia fedelmente - e crudamente, tanto da destare qualche riserva per il pubblico minorile - la narrazione del libro; se è così vale la pena non perderlo.

Ho già detto qui del secondo libro, Mille splendidi soli, che rimane comunque (e non solo per me) un capolavoro. Il Cacciatore di Aquiloni è comunque un gran bel lavoro e, per quanto può servire, lo raccomando anche questo a chi non avesse ancora avuto la fortuna di scorrerlo.
Anche qui l’Afganistan, dalla vita alla morte, passando attraverso i regimi dell’occupazione russa, dei talebani, della guerra civile. Protagonisti due ragazzini il cui profondo legame li unisce indissolubilmente.

 

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Mar 03 2008

Mille splendidi soli

Published by Maurice under Cinema e libri

A parte quelli di Anthony Bourdain, legati al mio mondo professionale, non ho mai fatto qui una recensione dei numerosi libri che vado leggendo. Anche i più coinvolgenti alla fine passano come una canzonetta di Sanremo: a distanza di anni magari ne ricordi il ritornello, ma non lasciano tracce profonde.
Questo libro non passa inosservato, strappa l’anima, ogni volta che lo chiudi lascia il segno dentro, e nulla è come prima.

Khaled Hosseini, Mille Splendidi Soli, Piemme, 2007, 432 pagine, € 18,50.

Qui e qui potete trovare la recensione e centinaia di commenti, segno che è un libro che non passa inosservato.
Molti l’avranno già letto: questi potranno dirmi se il mio giudizio è condiviso. A chi non lo conosce, spero che queste righe servano per far scoprire un volumetto che, in caso di Diluvio Universale, porterei assolutamente con me.
Premetto che, pur avendo amici arabi e musulmani, fino ad ora ho giudicato il fondamentalismo islamico come un male che solo una visione dialogante potrebbe riportarlo entro una dimensione "civile" del vivere umano.
La mia conoscenza della cultura araba è sempre stata limitata a poco più di quanto ho studiato a scuola, poca cosa quindi, diciamo pure che è più ignoranza che conoscenza; e come tutte le cose che non si conoscono non si riesce ad amarle o a odiarle.
Dopo la lettura di Mille splendidi soli oggi sono in grado di amare ed odiare profondamente questo mondo.

La prima cosa che mi ha colpito è come un autore maschile sia riuscito a descrivere così bene le figure femminili delle due protagoniste, facendo odiare profondamente gli uomini che girano attorno a loro. Ad un certo punto ti fai un esame di coscienza, metti in discussione il tuo essere maschio: l’unica "scusante" è che la guerra trasforma l’uomo in una bestia, dove la ragione viene seppellita sotto tonnellate di istinti neppure primordiali, solo animaleschi.
Ma non è solo la guerra, non sono solo gli interessi tribali di questo o quel gruppo che possono "giustificare" gli abissi più neri dell’animo dell’uomo. Nessuno si salva: sovietici, mujiadin, talebani mostrano il peggio del peggio della mente di maschi criminali, dove non esiste giustificazione alcuna.

Se romanzo è, se le figure di Mariam e Laila sono frutto della fantasia (ma quante Mariam e Laila ci sono state e ci sono tuttora?), l’Afganistan però è reale, tanto reale che ti sembra casa tua, dove vivi tutti i giorni. E questo fa ancora più male, abituati come siamo ad immaginarlo tutto deserto e polvere e brullo, grazie alle immagini che ci arrivano dai tg: ed invece, scorrendo le pagine, sembra la via dove abiti, i prati dove hai giocato anche tu da piccolo, le montagne che ti stanno attorno, il fiume lungo il quale vai a passeggiare.
Allora ti domandi: ma potrebbe succedere anche qui? anche a noi? anche alla mia famiglia?

Pagina dopo pagina sorgono altri interrogativi, si spezzano certe convinzioni, rimetti in discussione certi principi e ti chiedi da che parte stai.
Non ho mai giustificato l’intervento americano nel Golfo, neppure dopo l’11 settembre. Ma dopo questo libro mi convinco che è giusto che chi ha principi e valori umani li debba portare anche con le armi dove vige ancora la legge della più barbara giungla. Non parlo di democrazia, di sistema politico, economico e sociale occidentale, parlo di valori umani di base come il rispetto della persona umana, maschile e soprattutto femminile, il valore della cultura, indipendentemente dalla fede di ognuno.

Se le rivalità di pashtun, mujiaidin, talebani ed altri cento gruppi fino ad ieri li vedevo come un antagonismo secolare, circoscritto ad usi, costumi e credenze diverse, oggi la discriminante è l’animo criminale, chi è più oscenamente malvagio e chi solo un po’ meno.

In questa landa disseminata di cadaveri veri - che neppure i più crudi reportage dei tg ci fanno vedere con tanta crudità - qualcosa si salva, ma è ben poco: i bambini, vittime sacrificali di tante bestialità, e gli anziani (il mullah, Babi il padre di Laila, il giudice). Nemmeno l’amore grandissimo di Tariq riesce a scalfire il ritratto assolutamente negativo degli uomini.

E’ un libro triste. Non è però la tristezza dei romantici, quel dolce sentimento che, sai già, alla fine lascia lo spazio al sospiro del lieto fine: chi si aspetta l’abbraccio finale tipo Body Guard, se lo scordi. Se un lieto fine c’è (e non anticipo nulla qui) è sopraffatto dalla tristezza che rimane negli occhi, che c’è negli occhi disillusi di fronte a tanto orrore privato e sociale. Pur scritto con un tocco lieve, è un libro che ho trovato graffiante, lacerante nell’animo come nessun altro: il diario di Anna Frank è acqua di rose.

Pochi sono i testi che andrebbero imposti nelle scuole, questo è uno di quelli.

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Ott 28 2007

Una pantegana ai fornelli

Published by Maurice under Cinema e libri

Vediamo se riesco a dire qualcosa che gli altri non abbiano detto e, se l’hanno detto, non ho voluto leggerlo per non essere influenzato in questa critica.
Con qualche giorno di ritardo, ma è arrivato anche qui il corto più atteso (dai cuochi) dell’anno,
Ratatouille, con il piccolo chef Remy che la fa da protagonista.

Per chi non è un addetto ai lavori, di cucina intendo, la storia è ovviamente fantastica, una favola dei giorni nostri, che può interessare o meno. L’originalità è aver coinvolto il mondo della ristorazione per un racconto che non avrebbe potuto svilupparsi se non in cucina, appunto. E questo mi riporta a quanto detto qualche giorno fa a proposito di cinema e cucina.
La trama non la raccontiamo perché è già di dominio pubblico, e per non togliere il bello della suspence per chi non l’ha visto e vuole andarlo a vedere.

Diciamo subito quello che non mi è piaciuto.
Abituato a vedere gli animali Disney dalle fattezze umanoidi, se non proprio umane, mi aspettavo un topo chef se non proprio come Micky Mouse, almeno somigliante. Invece è proprio una pantegana, con la sua bella codina rosa e l’espressione facciale statica.
Onestamente fa una certa impressione, soprattutto nelle sequenze in cui Remy è assieme a tutta la "famiglia". Io, ad esempio, non gli avrei fatto il tartufo del naso, ma evidentemente i cartoonist la pensano diversamente.

Le due lacrime finali, immancabili nelle saghe disneyane, dal Libro della Giungla a Bambi, qui non ci sono, e secondo me anche questo è un peccato: liberano l’emozione e la tensione, è una catarsi psicologica che ti rimette in sintonia dopo tutte le vicissitudini, come a dire vedi, alla fine, nonostante tutto, vissero felici e contenti. Manca il grappino di fine pasto.

Ora i lati positivi, e qui parlo da cuoco.
La consulenza di uno chef, a monte del disegno, è stata notevole. Nella cucina di Linguini, il coprotagonista umano, non manca nulla: è una fotografia, la mappa di una vera cucina, con tanto di fuochi, cella frigorifera, carrelli che vanno e vengono, banconi di lavoro, coltelli, barattoli di spezie di ogni tipo, il tutto descritto nei minimi particolari. Forse manca un po’ di tecnologia moderna - l’abbattitore, il forno a microonde, il forno trivalente, magari il pacojet - ma ricordiamo che siamo in un ristorante parigino un po’ demodé, molto "classico" (bellissimi i fuochi stile anni ‘20).
E la mano di qualche chef si sente in tutto il cucinese, non manca proprio nulla: chef, sous-chef, chef de partie, chef saucier, plonger, toque, ratatouille…

Splendida la fotografia (esiste anche nei cartoni?): oltre alle panoramiche di Parigi da cartolina, ogni palazzo, ogni piazza, ogni via è disegnata con maestria, e d’altra parte i cartoonist della Disney non hanno nulla da imparare neanche dai giapponesi. Ottimo il doppiaggio, solo che non mi capacito come lo chef  Skinner sia stato interpretato da Gualtiero Marchesi, sicuramente è stato poi elaborato al computer, perché - a parte l’accento francese, facile da imitare - non mi pare che la voce sia la stessa. Diamola comunque per buona.

Molto bella l’accozzaglia dei cuochi: Colette la cheffa con le palle, l’ex assassino, Frankenstein redivivo, e lo sprovveduto Linguini, guarda caso italiano in terra francese, che batte tutti i blasonati e navigati colleghi. In questo circo ho visto la zampata di Anthony Bourdain, quando descrive i suoi collaboratori passati e presenti.

Ho già detto della storia come favola. Ma c’è una chiave di lettura che forse solo che è del mestiere riesce a cogliere.
Oltre alla messa alla berlina della figura del critico gastronomico, tutta la storia gira attorno al motto di Gusteau, l’ex proprietario del ristorante: tutti possono fare i cuochi. L’esempio è appunto un topo curioso, innamorato degli odori e dei sapori, che non si accontenta di quanto trova nelle immondizie, ma che se ne va alla scoperta dei cibi raffinati, partendo dalla semplice operazione di unire in bocca due alimenti diversi.
Alla curiosità bisogna aggiungere la creatività, dice Gusteau, ed infatti non basta conoscere a memoria le sue ricette per diventare un grande chef. Solo la capacità innovativa può salvare una cucina, blasonata quanto si vuole, ma alla fin fine noiosa nella sua statica ripetitività.

Una piccola lezione per tutti noi: come dice il proverbio, chi si ferma è perduto.

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Ott 22 2007

C come Cinema, Cucina, Cibo

Published by Maurice under Cucina, Cinema e libri

Da La Grande abbuffata a Metti una sera a cena, da Indovina chi viene a cena a Pomodori verdi fritti, da Chocolat a Autunno a New York, fino ai recentissimi Ratatouille e Waitress, in proiezione in questi giorni nelle nostre sale: da sempre il cinema ha preso a piene mani dalla cucina o dal cibo motivi e pretesti per raccontare storie, conflitti razziali, problematiche sessuali, crisi esistenziali e spaccati di vita.

 

Waitress, Ricette d’amore ha scatenato addirittura la ricetta-mania delle bloggers americane: una decina di siti e blog hanno pubblicato le ricette delle fantasiose torte create da Jenna, interpretata da Kery Russell. Ora ognuna delle ricette descritte al cinema dalla protagonista hanno trovato spazio sulle pagine di internet dedicate alla cucina e sono diventate moda (Ansa). Parafrasando un pessimo slogan pubblicitario, la cucina tira sempre.

 

Non è il mangiare, come attività primaria del genere umano, che attira i registi, ma i luoghi deputati alla preparazione ed alla consumazione del cibo che diventa lo scenario perfetto per raccontare storie, drammi o commedie.
In cucina, come avviene in tutte le cucine casalinghe o professionali del mondo, ci si racconta, un po’ per socializzare, un po’ per passar meglio il tempo, per scaricare quello che rode dentro, per confessarsi, per farsi una risata, per smorzare la tensione.

 

In cucina si vive, la cucina è la zona della casa più calpestata. In cucina abbiamo passato tutti i pomeriggi della nostra infanzia, scrivendo pensierini e studiando tabelline, sotto l’occhio vigile della mamma che faceva la maglia, stirava o preparava la cena.
In cucina in genere si mangia, ed attorno al tavolo si unisce la famiglia, si racconta la propria giornata, si discutono i problemi dei figli, si commentano i fatti nazionali ed internazionali. Si discute, magari anche animatamente, ma un fil rouge unisce tutti quelli che sono a tavola: lo stesso cibo che unisce tutti.
C’è stato un tempo che la tavola sembrava un autogrill: chi arrivava mangiava e se ne andava. Spesso questo era dovuto ai diversi tempi lavorativi o scolastici, personalmente però mi sono sempre battuto perchè almeno la cena fosse un momento di comunione familiare, un ritrovarsi insieme fuori dal mondo esterno.

Per molte persone la cucina è anche una palestra dove mettere a (dura) prova le proprie abilità intellettuali e manuali. Preparare un buono e bel piatto per sè o per gli altri non è poi così semplice: ci sono molte donne che di fronte ad una ricetta impallidiscono e gettano la spugna ancora prima di cominciare. Altre la vivono come sfida, e ci mettono anche l’anima per far lievitare bene una torta o cuocere a puntino un uovo alla coque.

Se la camera da letto è il basso ventre, la cucina è sicuramente il cuore della casa.

    Per il noto impegno, nei prossimi due giorni
non potrò pubblicare il consueto post.
A mercoledì.

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Ott 16 2007

Era il tempo che Giuseffa cerniva

Published by Maurice under Cucina, Cinema e libri

Cucina moderna e cucina della tradizione, quanto se ne parla. Quante volte ne già parlato io, essendo la prima obbligatoriamente ancorata alla seconda, con la sola eccezione di Ferran Adrià. Andando alla ricerca della tradizione ho scoperto qualche anno fa, ma non avevo ancora affrontato, un libro edito da Nitida Immagine, Ricettario della memoria, che nel sottotitolo spiega che si tratta della cucina alpina tra Impero Asburgico e Regno d’Italia.giuseffa.JPG Il volumetto aveva catturato la mia attenzione per due motivi: il primo perchè si tratta di ricette legate alla mia terra, prima asburgica e poi italiana, ed il secondo per la forma inedita, una stampa a mo’ di fotocopia di tutte le pagine di questo ricettario personale. Per questo secondo motivo ho rimandato la sua lettura di mese in mese, perchè effettivamente non è scorrevole, dovendo prima riuscire a capire il corsivo, e poi a tradurre in termini attuali il linguaggio di quasi un secolo fa.

Per fare il brodo ristretto Pestare un pezzo di fegato o cuore rostirlo assieme a cipolla prezzemolo si bolle per un’ora si cola per bene e si fa la zuppa che si desidera.

Le ricette sono quelle di casa, ma alcune le ho estrapolate per una versione professionale, ad usum delphini. L’aspetto più interessante di questo libro - aldilà delle ricette - è la biografia dell’autrice, Giuseffa Carlotta Calovini, nata a Fondo, in Val di Non, nel 1891. A ventotto anni va a lavorare a Trento in un magazzino della frutta come cernitrice, addetta cioè alla separazione della frutta a seconda della grossezza e della qualità delle mele; otto anni dopo - un po’ tardi, quindi, per quei tempi - va in sposa ad un suo coetaneo i cui genitori hanno aperto nei primi anni del ‘900 in quel di Fondo un locale, la Locanda Alpina, la prima casa del paese ad essere collegata nel 1910 all’acquedotto comunale. Visto da noi, oggi, sembra un altro mondo. Giuseffa Carlotta ancora nel magazzino della frutta comincia ad appassionarsi di cucina e a buttar giù nel suo quadernetto le ricette delle compagne di lavoro che la incuriosiscono. A queste aggiunge i consigli della suocera, alla quale subentra nella gestione della cucina quando l’anziana decide di ritirarsi. Non sono tempi facili neanche per la Locanda Alpina. Da una parte preme il rinnovamento culturale del futurismo: Fortunato Depero, uno dei massimi geni del movimento - ideatore fra l’altro della celeberrima bottiglietta triangolare del Campari (che, capovolta, deve ricordare la coppa) - è anche lui nativo di Fondo e alla Locanda Alpina è di casa. Dall’altra sta nascendo il fascismo. Nel 1926 si ha notizia che il locale è ancora aperto, ma poco dopo la licenza viene ritirata, visto il rifiuto dei Calovini a prendere la tessera del partito fascista e le loro simpatie per gli ideali socialisti. Finisce così l’avventura gastronomica di Giuseffa Carlotta, costretta con il marito a dedicarsi alla campagna e alle bestie. Luigi, il figlio di Giuseffa Carlotta, alla fine del secolo scorso ha dato alle stampe il ricettario della madre, curandone la prefazione da cui ho tratto queste notizie. Bellissimo lo spaccato che ne esce sulla cucina di quei tempi, e molto interessante lo sguardo alla cucina futuristica che vorrei approfondire. Per chi fosse interessato al libro fornisco l’indirizzo dell’editore perchè penso che sia ormai pressochè introvabile in libreria: Nitida Immagine Editrice, viale Degasperi 35, 38023 Cles (TN), tel. 0463.423003. Dite che vi mando io.