Vediamo se riesco a dire qualcosa che gli altri non abbiano detto e, se l’hanno detto, non ho voluto leggerlo per non essere influenzato in questa critica.
Con qualche giorno di ritardo, ma è arrivato anche qui il corto più atteso (dai cuochi) dell’anno, Ratatouille, con il piccolo chef Remy che la fa da protagonista.
Per chi non è un addetto ai lavori, di cucina intendo, la storia è ovviamente fantastica, una favola dei giorni nostri, che può interessare o meno.
L’originalità è aver coinvolto il mondo della ristorazione per un racconto che non avrebbe potuto svilupparsi se non in cucina, appunto. E questo mi riporta a quanto detto qualche giorno fa a proposito di cinema e cucina.
La trama non la raccontiamo perché è già di dominio pubblico, e per non togliere il bello della suspence per chi non l’ha visto e vuole andarlo a vedere.
Diciamo subito quello che non mi è piaciuto.
Abituato a vedere gli animali Disney dalle fattezze umanoidi, se non proprio umane, mi aspettavo un topo chef se non proprio come Micky Mouse, almeno somigliante. Invece è proprio una pantegana, con la sua bella codina rosa e l’espressione facciale statica.
Onestamente fa una certa impressione, soprattutto nelle sequenze in cui Remy è assieme a tutta la "famiglia". Io, ad esempio, non gli avrei fatto il tartufo del naso, ma evidentemente i cartoonist la pensano diversamente.
Le due lacrime finali, immancabili nelle saghe disneyane, dal Libro della Giungla a Bambi, qui non ci sono, e secondo me anche questo è un peccato: liberano l’emozione e la tensione, è una catarsi psicologica che ti rimette in sintonia dopo tutte le vicissitudini, come a dire vedi, alla fine, nonostante tutto, vissero felici e contenti. Manca il grappino di fine pasto.
Ora i lati positivi, e qui parlo da cuoco.
La consulenza di uno chef, a monte del disegno, è stata notevole. Nella cucina di Linguini, il coprotagonista umano, non manca nulla: è una fotografia, la mappa di una vera cucina, con tanto di fuochi, cella frigorifera, carrelli che vanno e vengono, banconi di lavoro, coltelli, barattoli di spezie di ogni tipo, il tutto descritto nei minimi particolari. Forse manca un po’ di tecnologia moderna - l’abbattitore, il forno a microonde, il forno trivalente, magari il pacojet - ma ricordiamo che siamo in un ristorante parigino un po’ demodé, molto "classico" (bellissimi i fuochi stile anni ‘20).
E la mano di qualche chef si sente in tutto il cucinese, non manca proprio nulla: chef, sous-chef, chef de partie, chef saucier, plonger, toque, ratatouille…
Splendida la fotografia (esiste anche nei cartoni?): oltre alle panoramiche di Parigi da cartolina, ogni palazzo, ogni piazza, ogni via è disegnata con maestria, e d’altra parte i cartoonist della Disney non hanno nulla da imparare neanche dai giapponesi. Ottimo il doppiaggio, solo che non mi capacito come lo chef Skinner sia stato interpretato da Gualtiero Marchesi, sicuramente è stato poi elaborato al computer, perché - a parte l’accento francese, facile da imitare - non mi pare che la voce sia la stessa. Diamola comunque per buona.
Molto bella l’accozzaglia dei cuochi: Colette la cheffa con le palle, l’ex assassino, Frankenstein redivivo, e lo sprovveduto Linguini, guarda caso italiano in terra francese, che batte tutti i blasonati e navigati colleghi. In questo circo ho visto la zampata di Anthony Bourdain, quando descrive i suoi collaboratori passati e presenti.
Ho già detto della storia come favola. Ma c’è una chiave di lettura che forse solo che è del mestiere riesce a cogliere.
Oltre alla messa alla berlina della figura del critico gastronomico, tutta la storia gira attorno al motto di Gusteau, l’ex proprietario del ristorante: tutti possono fare i cuochi. L’esempio è appunto un topo curioso, innamorato degli odori e dei sapori, che non si accontenta di quanto trova nelle immondizie, ma che se ne va alla scoperta dei cibi raffinati, partendo dalla semplice operazione di unire in bocca due alimenti diversi.
Alla curiosità bisogna aggiungere la creatività, dice Gusteau, ed infatti non basta conoscere a memoria le sue ricette per diventare un grande chef. Solo la capacità innovativa può salvare una cucina, blasonata quanto si vuole, ma alla fin fine noiosa nella sua statica ripetitività.
Una piccola lezione per tutti noi: come dice il proverbio, chi si ferma è perduto.