Vademecum per il cuoco di successo 0
La mia, ovviamente, è tutta invidia, e pubblica ammissione di mancanza assoluta di paraculaggine. Diciamo anche che la colpa non è tutta mia, ma di quel curriculum scolastico di merda che mi porto appresso e che ha deformato i miei neuroni tra una traduzione di Erodoto e la critica della ragion pura, tra una catilinaria e le rimembranze leopardiane. Uscito dalla maturità, non dall’ateneo per gli stessi motivi di cui sopra, scoprii (tardi, quando le gazzelle se la erano date a gambe da un pezzo) che serve molto di più un tubetto di vasellina che tutta la prima cantica della comedia dantesca.
L’addestramento scolastico parte dalla notte dei tempi e ti pone davanti al dilemma: è meglio l’intellettuale ed aulica Atene o la bellicosa Sparta? Meglio il Partenone o la rupe Tarpea? Siccome la storia la fanno sempre i vincitori, la risposta è sempre una sola. E non ti poni nemmeno il dubbio di come mai un branco di filosofi, di architetti e di scultori sia riuscito ad avere la meglio su un popolo di guerrieri professionisti come i persiani o gli spartani. A pensarci ora, sospetto che per anni mi hanno propinato una bufala: sì, c’era chi si dilettava ad estrarre dal marmo la Nike di Samotracia per il nostro appagamento visivo, ma i giochi veri per la gloria si portavano avanti a colpi di lancia e spada. Senza la sua falange Alessandro sarebbe rimasto sempre un piccolo.
Tutta questa prefazione per giustificare la mia assoluta macanza di una visione strategica per farmi bello nella vita che conta, quella fatta di tanta apparenza mediatica che al cambio attuale frutta molti bigliettoni da cento euro.
Ricordo un mio chef, Antonio Ghilardi, cresciuto al parigino Lucas Carlton di Alain Senderens (tre stelle, mica bazzeccole), che si rivolgeva a noi corsisti dicendo: chissà quanti di voi fanno il risotto alla milanese come, se non meglio, di Gualtiero Marchesi, ma di Marchesi ce n’è uno solo.
Anche la cucina fa parte di questo show business. Non c’entra quanto è sviluppato il lobo paretale del cuoco, quante pergamene scolastiche egli ha appese davanti al water per ricordarsi tutte le mattine il mazzo che si è fatto sui banchi, quanti libri di Kafka o di F.S. Fitzgerard ha divorato: l’importante anche in cucina è tanta arte oratoria da dispensare a destra o a manca (importante è scegliere il cavallo giusto). Come per un pittore, la bravura professionale conta per un 5%, il resto è tutto merito del gallerista e delle PR.
Prima di tutto viene l’aspetto e, in tempi di televisione padrona, saper "bucare" il video. Se il cuoco è giovane è indispensabile possedere almeno un 30% delle parvenze di un Bred Pitt o di un John Depp; l’aria da ragioniere del Banco di santo Spirito non porta da nessuna parte. Se invece la carta d’identità è datata (ma siamo pochi a riuscire a resistere), è obbligatorio il look da saggio: fuori discussione la tintura dei capelli canuti, è bene farli crescere a dismisura, completandoli con tanto di barba altrettanto bianca e fluente. Importante è lo shampoo quotidiano che ridia vapore alla chioma dopo ore di copricapo (obbligatorio) in cucina e di fumi e olezzi vari che fanno venire l’orticaria sotto il mento. Se invece lasciate ad altri l’ingrato compito di tagliar cipolle o spadellare tagliatelle al nero di seppia, basta solo un buon Lancôme.
Di estrema rilevanza è il parlar forbito. Buttate lì ogni tanto qualche termine in cucinese per far capire che appartenete ad un altro mondo fuori dalla portata plebea; se siete democratici potete anche spiegarlo, ma se lo lasciate nel buco nero dell’imperscrutabile è meglio. Mai e poi mai lasciatevi sfuggire un solo accento romanesco-meridionale: di questi tempi è out. Il massimo della raffinatezza è il fiorentino, anche per degli spaghetti hon le hozze halabresi.
Si parlava di cavalli che sono importanti come la pasta di Gragnano. A volte può succedere che la propria bravura sia "scoperta" dal leader Maximo (D’Alema) di turno, ma sono casi rari; più facile è puntare sul cavallo vincente in quel momento, sperando che la dabbenaggine degli elettori lo tenga in alto molto a lungo. Come diceva quello, dietro ad ogni grande cuoco di successo c’è sempre un grande uomo di successo, meglio se un politico, sennò va bene anche qualcun stella dello spettacolo.
Se c’è anche la bravura, (forse) se ne accorgeranno più tardi quando, dopo avervi visto in tv, verranno alla vostra tavola e si scappelleranno di complimenti, indipendentemente dal soufflé al cordiandolo o dal crostone di pane aglio ed olio che abbiate fatto. Parola di cuoco, senza cavalli e senza vasellina, ma con tanta invidia.

Ed allora, a puro titolo di plauso, voglio ricordare l’esperienza di giovedì sera, mia e del mio Capo, in libera uscita in quel di Trento. Quelle poche volte che scendiamo in città se è a mezzogiorno ci rassegnamo ad un pasto veloce, ma alla sera (ancora più poche volte) voglio andare a colpo sicuro, quindi si va da Giovanna (chef) e Nico (direttore di sala) ai Tre garofani.
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