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luglio 05, 2010 by
Maurice
Il comune di Como ha istituito la segreteria telefonica in dialetto comasco, il comune padovano di Battaglia Terme ha previsto l’esame di dialetto veneto per gli aspiranti vigili urbani: due esempi di come l’ideologia leghista arrivi al ridicolo, ma con una grave verità che ne sta alla base.
Il dialetto – che tali sono gli idiomi derivati dalla lingua nazionale di base – è l’espressione colloquiale familiare, quella che si acquisisce naturalmente con il latte materno, e che rimane tale nei rapporti più profondi, come quelli tra consanguinei o tra conterranei fuori dai propri confini. Questo se in famiglia marito e moglie provengono dallo stesso territorio, perché altrimenti viene adottato un linguaggio comune che è la lingua madre italiana e che mette tutti d’accordo – piemontesi e siciliani, fiulani e calabresi – anche quando ci incontriamo all’estero. La lingua nazionale, dunque, come terreno comune di dialogo, mentre il dialetto è un codice interpersonale per distinguersi dagli altri.
Ai tempi del mio liceo a Mestre non esisteva che entro i confini scolastici anche solo si accennasse al dialetto: l’uso dell’italiano al classico non era un’imposizione, quanto una specie di codice per distinguersi – culturalmente e socialmente – dagli altri istituti. Così un giorno decisi di telefonare ad una mia compagna per invitarla fuori; mi rispose la madre in perfetto italiano e, alla mia richiesta di avere all’apparecchio la figlia, la sentii chiamare: "Luisa, i te vol al teefono!". Rimasi di stucco: mai avrei sospettato che la mia compagna conoscesse anche il dialetto.
La guerra tra lingua nazionale e dialetto è sempre vinta dalla prima. Prendete dieci bambini nati e cresciuti in Alto Adige (dove non si parla il tedesco di Bonn, ma il dialetto tirolese), cinque di gruppo italiano e cinque di gruppo tedesco, e metteteli a giocare insieme: pur non conoscendo la lingua dell’altro gruppo a poco a poco tutti impareranno a parlare in italiano.
Lingua e dialetto storicamente hanno rappresentato la stratificazione sociale delle classi. Contro il signore che "parlava forbito" il villano si è rifugiato nella sua "lingua", e lo stesso italiano (il volgare) ha preso il sopravvento sul latino ufficiale quando l’impero romano con tutte le sue gerarchie dominanti si è dissolto. Non è azzardato supporre che nel futuro l’inglese – lingua ufficiale degli scambi commerciali e di Internet – soppianterrà le varie lingue nazionali per un interclassismo globale.
E questo è sempre avvenuto (e avverrà) naturalmente, senza il ricorso a leggi o ad ordinanze comunali: la lingua si evolve da sola, ed in fretta, senza che il potere abbia mai potuto fare alcunché per contrastarne lo sviluppo.
Voler equiparare gli infiniti dialetti locali alla lingua nazionale è dunque, oltre che antistorico, anche sintomo di una grave verità di fondo: il progressivo decadimento culturale di certe zone. Parlare in dialetto per molte persone è l’unica maniera di esprimersi, dal momento che non conoscono la lingua italiana. E’ un sintomo – peraltro accertato anche fra i laureati – della scarsa o nulla conoscenza della lingua di Dante, è un mascherare la propria ignoranza, è la denuncia inconsapevole del fallimento della nostra scuola, in certe zone abbandonata precocemente per rincorrere un guadagno immediato.
Il dialetto sta ritornando ad essere uno strumento di classe, non più per distinguersi oggi dalla classe dominante, quanto perché oltre al dialetto molti non sanno andare. Per chi ne ha fatto una bandiera ideologica non è un grande onore.
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Costume & Società, Politica e democrazia
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giugno 18, 2010 by
Maurice
Il presidente della regione Veneto, Luca Zaia – ché tale è, e non governatore, ed io così continuerò a chiamare lui ed i suoi colleghi finché non cambierà la legge – si è adombrato perché i vari meteo nazionali fanno di tutta l’erba un fascio: "I meteorologi – ha affermato – che pensano non ci sia differenza tra Trieste, Chioggia, Verona e Trento, fanno dei danni incalcolabili al turismo. Milioni di visitatori possono essere scoraggiati da una indicazione meteo errata".
Per una volta Zaia nella sostanza ha ragione, anche se doveva salire da Roma a Venezia per mettere i piedi per terra ed accorgersi quello che da anni andiamo ripetendo tutti. Sul metodo, se hanno ragione anche i meteorologi che è difficilissimo fare una previsione personalizzata per tutto il territorio nazionale, la soluzione c’è come vedremo.
A suo tempo ci siamo occupati del servizio meteo "centralizzato": in pratica fa testo il cielo di Roma. Se in Trentino, in Val d’Aosta o in Liguria nevica o splende il sole non importa, perché le previsioni riguardano la capitale ed il resto (in giù) della penisola, provate a badarci. Se, per esempio, una perturbazione interessa tutto il nord – e non ne faccio una questione federalista – ma lascia indenne il Cupolone ed il Vesuvio, la notizia d’apertura del meteo, qualsiasi meteo televisivo, sarà che splende il sole, salvo poi andare nei particolari che prevedono lo stato di allerta al settentrione.
C’è poi la dinamica quotidiana del tempo, che anche i bambini delle elementari conoscono bene. Sulle alture il sole del mattino riscalda la terra, come sosteneva Monsieur De Lapalice, il vapore acqueo sale al cielo dove si condensa alle temperature più basse, e quindi al pomeriggio si formeranno delle nuvole che qualche volta possono trasformarsi in fenomeni piovosi, ma normalmente si dissolvono nella stessa maniera con cui si sono formate. Ebbene, da marzo ad ottobre, secondo il nostro servizio meteo nazionale, nelle "zone alpine e prealpine" ci sono "condizioni di tempo instabile con possibilità di temporali nelle ore pomeridiane".
Clap, clap, complimenti! Perché non dire anche che nelle zone costiere durante il giorno si avrà la brezza di mare, mentre di notte assisteremo a fenomeni di brezza di terra?
Queste banalità hanno provocato ripetutamente le proteste, anche vibrate, del Trentino Alto Adige, della Liguria ed oggi del Veneto. Ed a ragione, perché il ferroviere in pensione di Empoli che vuole andare in ferie al nord e non usa Internet, si affida alle previsioni del Tg2 o del Tg5 che lo sconsiglieranno regolarmente.
Qualcuno ha avanzato il sospetto che sotto sotto ci sia qualche interesse che "indirizza" i nostri bollettini meteo. Sta di fatto che, se andiamo a vedere le stazioni locali qualificate come Meteo Trentino o Arabba, le previsioni sono particolareggiate ed esatte, segno che il servizio funziona. Come funzionano perfettamente le previsioni di Google a pie’ del desktop o di ilmeteo.it che questo sito ha adottato in widget.
Si tratta allora di adottare una certa cautela, come per la pubblicità dei medicinali o per gli oroscopi: basterebbe imporre ai vari colonnelli o esperti meteo che avvertissero, alla fine di ogni bollettino, che le indicazioni sono di carattere generale e che per le previsioni locali bisogna affidarsi alle strutture periferiche. Semplice, no?
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Attualità, Costume & Società, Mass media
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giugno 12, 2010 by
Maurice
C’è stato un periodo nella nostra storia recente in cui sembrava che il problema n.1 fossero le prostitute, quelle di strada ovviamente, perché quelle che frequentano i palazzi sono tutta un’altra cosa. Sulle lucciole si è scatenata tutta la fantasia dei sindaci: dalle multe ai clienti colti in fragrante, alle contravvenzioni inviate a casa con tanto di foto, dai divieti di sosta alle ronde (non c’entra, ma che fine hanno fatto le ronde? ce n’è ancora qualcuna in giro?), dal dialogo persuasivo all’ipotesi di istituzione di zone rosse.
Che la prostituzione sia per molti aspetti un problema è vero, come è altrettanto vero che fin quando il mondo esisterà ci sarà qualcuno/a che praticherà il mestiere più antico. Perché allora non prenderne atto e dargli una regolata? E’ quello che ha pensato il nuovo sindaco di Albenga, Rosalia Guarnieri, donna e leghista: "Le prostitute – ha affermato – svolgono un lavoro come un altro. Guadagnano e anche parecchio. Pertanto devono essere sottoposte ad un regime fiscale come chiunque altro svolga un’attività professionale".
E’ una proposta interessante che non ha niente a che fare con la reintroduzione, come qualcuno voleva fare, dei casini di stato. "Il problema esiste – aggiunge la Guarnieri – e va affrontato in maniera differente. A questo punto un buon motivo sarebbe quello di tassare le prostitute e non è certo perchè stiamo vivendo in un periodo di crisi. Le prostitute guadagnano. I soldi si sa finiscono ad organizzazioni criminali. Una montagna di denaro evasa e all’Erario non resta nulla. Se invece la prostituzione venisse regolamentata credo inoltre che sarebbe possibile censire coloro che svolgono anche questa attività".
Non le si può dare torto. Che le lucciole facciano pure il loro mestiere, ne prendiamo atto (che è forse l’unica cosa da fare aldilà dell’intervento psicologico sui clienti), che regolamentino però la loro attività come ogni libero professionista, con tanto di partita Iva ed azioni conseguenti, come la denuncia dei redditi, il pagamento delle tasse e dei contributi sanitari. Che poi è quello che chiedono anche le prostitute.
Immagino già l’ironia di molti: avremo le signorine con il blocchetto delle ricevute fiscali in borsetta, o quello delle fatture per chi vuole "scaricare", oppure il registratore di cassa al seguito?
Dettagli tecnici a parte, sarebbe un buon gettito per lo Stato, se pensiamo che la sola ‘Ndrangheta raccoglie con la prostituzione 2.867 milioni di euro; mettiamoci le altre mafie, la delinquenza non organizzata e le "battitrici libere" ed abbiamo un quadro che, secondo taluni, si assesterebbe attorno al 6-8% del Pil. Un’enormità.
Da non scordare che la professione ivata permetterebbe di monitorare il fenomeno, distinguendo tra le "volontarie" e chi invece è vittima della malavita, agendo di conseguenza sui papponi. In più sarebbe un’occasione anche per le lucciole per poter usufruire dell’assistenza sanitaria contro le malattie veneree e le altre patologie connesse, che sono in aumento e che costituiscono un ulteriore costo sociale.
Di sicuro la proposta Guarnieri, già sottoposta al ministro degli Interni Maroni, incontrerà la fiera opposizione della chiesa, più attenta alla facciata perbenista della società che alla risoluzione concreta del problema. Per una volta, però, dalla Lega arriva una proposta sensata.
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Costume & Società
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giugno 08, 2010 by
Maurice
Splendida notizia dagli antipodi: un ristorante australiano ha sostituito il menu cartaceo con l’iPad. Non occorre essere un esperto di marketing per scoprire una bufala che puzza di marcio a qualche migliaia di chilometri di distanza (il genio di Steve Jobs è senza limiti) e se ne sono accorti anche i bontemponi australiani, vedi i commenti.
Andiamo con ordine. Lasciamo perdere tutte le motivazioni psico-sociologiche del servizio al cliente, come il rapporto umano tra azienda (cameriere) e consumatore finale, il cibo come comunicazione e trasmissione della cultura di un paese, eccetera eccetera eccetera. Si potrà sempre eccepire che un link ad ogni voce può rimandare a Wikipedia che informa il commensale sul Parmigiano Reggiano o sul lardo della Val Rendena.
Lasciamo anche perdere la bellezza e l’allegria (altro valore aggiunto in un pasto al ristorante) di un tavolo, tutto impegnato fra ordinazione virtuale, link alle qualità wikipediane dei cibi e dei vini: una splendida serata di interazione sociale.
Lasciamo perdere tutto questo e pensiamo ai banali numeri.
A prescindere dai tempi non certo brillanti, quale ristorante anche piccolo può permettersi un investimento in iPad? Prendiamo il modello base, 499 euri o dollari fa lo stesso se ben ricordo, moltiplichiamolo almeno per 30 pezzi, ed abbiamo la bella cifra di 14.970 bigliettoni; mettiamo un pasto medio di 30 euri/dollari, fanno quasi 500 pasti solo per ammortizzare la spesa.
Dobbiamo pensare, poi, al costo di rimpiazzo di quelli che spariranno come souvenir (l’ho fatto anch’io in qualche locale straniero, con quelli cartacei ovviamente) e fatevi i calcoli della bella pensata.
Se il ristoratore non è un filantropo, pensiamo a quanto verrà "spalmato" il loro costo sul cliente: se i costi generali devono rimanere entro il classico 30%, il prezzo medio del pasto dovrà aumentare del relativo 30% per pareggiare i conti. Ok, son cacchi soldi suoi, ed ognuno può farne quello che vuole; personalmente investirei 15 mila euro in altri modi ma, ripeto, ognuno è libero di fare quello che vuole con i propri soldi.
Pensiamo ora al discorso tecnico. Qui non abbiamo un classico "gestionale", in uso da noi da qualche decina d’anni (nulla di nuovo sotto il sole): il cameriere raccoglie le ordinazioni varianti comprese sul proprio computerino portatile e le trasmette alla cucina e al bar i quali tramite stampante le trasformano nelle classiche comande.
Qui abbiamo un’app (ed anche questo è un ulteriore costo per gli sviluppatori) personalizzata, pubblica?, che interagisce con cucina e bar, e solo con quella cucina e quel bar. La cosa è inverosimile sotto molti aspetti.
E’ chiaro che la campagna pubblicitaria della Apple ha centrato il segno: con pochi soldi hanno imbastito su uno pseudo ristorante con pseudo clienti (guarda caso tutte belle donne, nella foto di Ross Schultz) ed il gioco è fatto perché ne parli tutto il mondo e perché qualche gonzo ci caschi e vada in un Apple Store ad acquistare qualche decina di tavolette (sarà compreso negli incentivi statali per l’innovazione tecnologica?).
Grande Steve, ma io resto vetero cartaceo e non me ne vergogno.
Tags: idiozieiPadmenumodepubblicità
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Costume & Società, Mondo Web, Ristorante
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maggio 18, 2010 by
Maurice
Bene. E’ finito anche il campionato di calcio 2009-2010, con l’Inter che si appiccica lo scudetto sulla maglia, ufficialmente il 18°. Per i rivali bisognerebbe levarne uno (2005-06) ottenuto a tavolino a seguito di Calciopoli e quello dell’anno seguente ottenuto sul campo ma con le rivali di fatto penalizzate dalla Federcalcio.
Comunque sia, gli sforzi economici di Moratti hanno sortito finalmente l’effetto desiderato dopo un’astinenza di "tituli" che durava da vent’anni. Normale quindi l’entusiasmo del popolo nerazzurro, abituato alla fame endemica.
Sforzi economici, dicevamo. L’Internazionale Football Club al 18 gennaio 2010 risultava al 7° posto tra le squadre di calcio europee più indebitate e prima fra le squadre italiane, con 395 milioni di debiti, nonostante – per esempio – abbia ceduto il proprio marchio a società del gruppo per 158 milioni di euro "che hanno permesso di chiudere il Conto economico con una perdita di modeste dimensioni". Un debito in continua ascesa (148 milioni del 2007-2008) vista la forsennata campagna acquisti di giocatori.
L’Inter, afferma Il Sole 24Ore, "ha un patrimonio netto negativo e i revisori ribadiscono che il bilancio è stato redatto nel presupposto della continuità aziendale in base all’impegno del socio di riferimento a supportare economicamente e finanziariamente anche per il futuro la società". In altre parole, finché c’è Moratti che tira fuori di tasca sua (nostra, e vedremo perché) milioni di euro la squadra è relativamente tranquilla anche sotto l’aspetto contabile. Come hanno fatto fino ad ieri gli Agnelli con la Juve o Berlusconi con il Milan, tanto per restare nelle dirette odiate rivali.
Fino a quando durerà la gestione del bengodi morattiano? Sicuramente per la stagione 2012-13 – ammesso che rimanga ai vertici del calcio italiano – dovrà avere i conti in pareggio per poter partecipare ai tornei europei, come ha stabilito la Fifa. "Questa regola – ha precisato Giancarlo Abete – vale solo per le competizioni continentali mentre all’interno continuerà a prevalere la titolarità delle singole federazioni. Ma è ovvio che vi sarà comunque un’incidenza anche a livello domestico, in quanto spesso i club maggiormente indebitati partecipano alle coppe europee". Quindi a livello nazionale, se la Federcalcio non adeguerà le norme interne a quelle continentali, l’Inter potrà continuare a spendere e spandere senza ritegno.
C’è sempre l’escamotage dei conti truccati, grazie al decreto salvacalcio con il quale la squadra di Moratti ha "svalutato – come il Milan – il valore legato alle prestazioni dei suoi calciatori, abbattendolo di 319 milioni 394 mila euro e diviso questa perdita patrimoniale in dieci tranche, nei successivi dieci anni. Identiche sono allora le conclusioni. Una volta "rettificato", e dunque caricata sul suo conto economico 2003 la perdita provocata dalla svalutazione dei suoi assets principali (i giocatori), "il patrimonio netto dell’Inter passa da un attivo di 82 milioni 827 mila euro a un passivo di 175,9 milioni di euro". Ancora una volta: sono salvi i numeri, non la sostanza. Il patrimonio netto dell’Inter è già stato azzerato e, al 30 giugno 2003, già caricato di perdite ulteriori per oltre 204 milioni di euro".
Complessivamente i 14 anni di gestione Moratti hanno generato una perdita di circa 1,15 miliardi di euro, di cui circa 730 milioni coperti dal presidente, mentre ammontano a 431 milioni di euro i debiti a fine bilancio 2008-09, parzialmente compensati da 66 milioni di euro di crediti.
A gennaio 2008 l’Inter, insieme al Milan, è stata prosciolta dall’indagine sui presunti falsi in bilancio per le plusvalenze relative al periodo 2003-04. La decisione è stata presa dal Gup per le indagini preliminari di Milano in quanto "il fatto non costituisce più reato", in seguito alla modifica della legge sul falso in bilancio.
Mentre il processo penale non è andato avanti in quanto "il fatto non costituisce più reato", il processo sportivo si è chiuso con una sanzione di 90 mila euro a carico di Inter e Milan, di 60 mila euro all’amministratore delegato del Milan Adriano Galliani e di 10 mila euro al direttore tecnico dell’Inter Gabriele Oriali. Tutti gli imputati del processo sportivo hanno chiesto il patteggiamento ai sensi dell’art. 23 del Codice di Giustizia Sportiva.
L’Inter non è patrimonio di Moratti (e in misura minore di Tronchetti Provera che mette a disposizione la rete Telecom ed il megafono de La7), ma di tutti gli italiani, qualunque sia la loro fede calcistica. I soldi che Moratti butta dentro sono gli stessi che sborsiamo noi ogni volta che andiamo a fare il pieno alla macchina. Non a caso, dicono i maligni, ogni volta che inizia il calcio mercato c’è un aumento della benzina. Dunque oggi possiamo gioire tutti, juventini e milanisti, romanisti e senesi, salvo tifare Bayern sabato prossimo.
Tags: calcioInterscudetto
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