Senza dubbio, la classe più competente, e la meno servile, è quella dei cuochi. (George Orwell)

Bistrot Chez Maurice


Archive for the ‘Donne’


Papi nostro, che sei nei cieli 0

Posted on maggio 18, 2009 by Maurice

Alla mia età mio padre era in pensione già da cinque anni. Non che lo invidi, perché aveva raggiunto anticipatamente il traguardo grazie agli anni passati in guerra, però lui c’è arrivato, dopo una vita di sacrificio sul lavoro, e fuori. Non posso neanche invocarlo perché è ancora in mezzo a noi; fosse stato in cielo una preghiera gliel’avrei fatta.

C’è chi il Papi eterno se l’è cercato già su questa terra e spero tanto di tornare ad incarnarmi nella prossima vita – se i buddisti hanno ragione – in un corpo femminile, ed anch’io cercherò un Papi che mi faccia la grazia di una poltroncina, basta anche da sottosegretario, o una particina in una fiction su un qualche canale. Se invece di vita ne abbiamo una sola a disposizione, spero tanto che il Papi eterno "faccia per i miei figli quello che non ha fatto per me".

Ma c’è anche chi, non essendo una buonadonna o figlia di una buonadonna, si è fatta e si fa un mazzo così per arrivare dove voleva arrivare, e pare che ci arrivi.
Era ancora al liceo che Samantha voleva diventare un’astronauta. Primogenita di una coppia di albergatori, primi cugini nostri, si incontrava raramente in paese: medie e superiori a Bolzano e negli Stati Uniti, università in Germania, Accademia militare a Pozzuoli, tornava in valle qualche giorno d’estate. In uno di questi rari incontri, ancora ragazzina mi confidò di voler fare l’astronauta, la prima donna astronauta italiana. L’ultima volta mi raccontò di essere appena tornata da Houston, Texas, dove aveva fatto un corso per Top Gun.
Sabato tutti i giornali hanno riportato la notizia che dopodomani saprà a Parigi se il suo sogno si coronerà: fra 8500 aspiranti Samantha è fra i primi dieci, unica donna, e per di più italiana. Ovviamente la sua pagina su Facebook è stata subito invasa dai messaggi degli amici ed ha dovuto uscire dal social network.

Di donne come lei ce n’è una su un milione, forse. Per potersi iscrivere alla facoltà di ingegneria in Germania ha dovuto farsi un periodo propedeutico come operaia in una fabbrica tedesca. Quante figlie di Papi hanno fatto altrettanto?
Anche questa è l’Italia, quella che non sculetta in tv e non va sotto le scrivanie, quella che studia, fa il suo lavoro in silenzio, quella che si fa un mazzo così anche al servizio dello Stato. Brunetta, prendi nota.

Come siamo sexy 4

Posted on settembre 10, 2008 by Maurice

Sarà, ma non ci credo molto, anche se lo giurano i sondaggi: nella classifica degli uomini più sexy al primo posto ci sono i cuochi.

Nella speciale graduatoria dei latin-lover, gli chef (primi tra le preferenze femminili con il 34%) sono seguiti dagli imprenditori (19%), ricchi e attraenti, anche se biasimati perché troppo attenti al proprio aspetto estetico. Seguono i militari (16%), che evidentemente ancora esercitano il fascino della divisa. Al quarto posto, il veterinario (10%), forse associato alla figura di un uomo tenero e coccolone, spesso a contatto con i cuccioli. A chiudere la classifica il pompiere (8%), simbolo di protezione e coraggio.

Questo secondo una ricerca di Esperya, commentata ieri da Eleonora Cozzella per Kataweb (EC, anche tu sei d’accordo con questa classifica?).

Beh, sicuramente noi cuochi siamo proprio belli nelle nostre divise, quando sono ancora pulite ad inizio giornata; se ci mettiamo quel pizzico di civetteria  – che  i militari non possono permettersi – come la fascietta, la bandana, la giacca nera o qualunque altro amennicolo, il miracolo è compiuto.
Ci sappiamo pure fare. Con le mani siamo insuperabili, abituati a massaggiare pezze intere di bovino come a comporre delicate mousse, quindi nella fantasia femminile cosa possono fare quelle mani sul e dentro un corpo palpitante è presto detto.
Aggiungiamoci pure la fantasia che fa parte del bagaglio professionale: se sappiamo trasformare una banale insalata in un capolavoro di gusti, profumi e colori, cosa possiamo fare tra le lenzuola o su un tavolo da cucina!
E poi c’è sempre la maestria del palato, che inizia con le labbra, continua nella lingua per finire dentro il corpo. Insomma, saper cucinare è sinonimo di gusto, goduria, piacere, il più primitivo, il fondamentale da quando mondo è mondo, quello del mangiare e del far sesso.
A completare il tutto nello chef non può mancare la cultura che, ringraziando Iddio, sta debordando dalla semplice conoscenza culinaria verso orizzonti a 360 gradi, ponendoci tra i maître à penser più ricercati (volete che dissertiamo sul ponte di Calatrava o sulla controriforma luterana?).

Questo mix di sex-appeal non poteva che portare a noi cuochi, categoria bramata dalle donne italiane.
Facendo quattro rapidi calcoli, sapendo che la metà dei miei ospiti è femminile, per qualche migliaio di fanciulle e signore che passano tra i miei tavoli dovrei avere un carnet di appuntamenti più grosso di una Moleskine. L’unica cosa che non mi torna è che il mio telefonino è sempre muto e la mia casella di posta elettronica è piena solo di spam.
Come per altri aspetti, mi sa che per le donne il sesso con lo chef è un desiderio puramente virtuale.

La laureata 14

Posted on aprile 20, 2008 by Maurice

Alle 9 e mezza di venerdì è finito un altro ciclo per tutti noi: con la proclamazione a neo-dottoressa anche la “piccola” ha raggiunto il suo traguardo.
Avevo già assistito alla discussione della tesi di laurea di mio cognato, ingegnere a Bologna. Altri anni, forse, ma allora era sembrata più una interrogazione che l’ufficializzazione della fine di un percorso universitario. Non mi aspettavo quindi così tanta pompa magna per mia figlia.

Memore dei venti minuti accademici, non mi sono scapocollato più di tanto per arrivare in orario alle 9, ora fissata per l’inizio; oltretutto la pioggia insistente su una Perugia umida e pressoché sconosciuta, e la mancanza di parcheggi nelle immediate vicinanze della Facoltà mettevano una certa pigrizia in tutti noi.
Comunque eravamo in orario, ma ancora più puntuali erano gli undici commissari d’esame, già tutti accomodati nelle loro toghe solenni attorno all’enorme tavolo dell’aula magna, sotto i gonfaloni dell’Università ed il maxi schermo predisposto per la presentazione in PowerPoint. Undici professoresse e professori che davano l’impressione di una giuria di tribunale più che di un collegio accademico, seduti sui loro scranni in quella che una volta era l’abside della chiesa dei Cappuccini.

Pochi secondi per accomodarci ed alle 9.06 il Presidente ha dato il via alla cerimonia di laurea, chiamando la laureanda ad accomodarsi al leggio per iniziare l’illustrazione della sua tesi sull’Euphorbia. Dalla regia sono state abbassate le luci in tutta la sala, lasciando appena illuminati solo la candidata sul suo podio e gli emeriti capoccioni giudicanti.

Devo ammettere che l’emozione mi strizzava lo stomaco: al posto di mia figlia non sono sicuro se avrei saputo non tradire la strizza, intimorito dalla solennità del luogo e dalla platea che pendeva dalle mie labbra. Guardavo i professori, cercavo di indagare i loro sguardi attenti per individuare eventuali tracce di dissenso o di disapprovazione, guardavo mia figlia che tranquillamente e con sicurezza faceva scorrere le dia senza alcuna incertezza o emozione nella voce, e mi pareva di assistere ad un seminario di ricercatori ad alto livello.

Formule chimiche, frecce, riferimenti, diagrammi non tutti comprensibili a noi poveri umani si susseguivano sullo schermo: tutto assomigliava ad un simposio nazionale e lei, mia figlia, era lì a catturare su di sé tutta l’attenzione degli studiosi e del pubblico.

In venti minuti è riuscita a sintetizzare il suo corso di studi. Le luci sono state riaccese ed è iniziata la discussione con i calorosi complimenti di una professoressa che ritenevo fosse la sua relatrice; ed invece – ho saputo dopo – era la controrelatrice, segno che la figliola aveva centrato in pieno l’obiettivo. Un altro paio di interventi (di cui uno un po’ banale sul peperoncino) e tutti siamo stati invitati ad abbandonare l’aula.

Solo pochissimi minuti per i primi complimenti alla quasi laureata prima di essere riammessi. Pochi minuti in cui la preziosa e deliziosa cugina mi ha spiegato che la commissione era composta da undici cattedratici perché ognuno aveva a disposizione 10 punti, per un totale di centodieci. Se al nostro rientro i professori fossero stati seduti, la votazione sarebbe stata incerta, ma se fossero stati in piedi avrebbe significato che il neo dottore veniva considerato fuori della norma e l’intera comunità di scienziati rendeva omaggio al nuovo collega, in piedi appunto, come segno di accoglimento nella loro categoria. Sarebbe stata la lode.

Un solerte assistente della Facoltà metteva velocemente sulle spalle della neo dottoressa la solenne toga dappreggiata di verde e veniva riaperta la pesante porta intarsiata in legno. Potevamo rientrare.
Con passo deciso, Alice si è avviata lungo il corridoio centrale fin davanti al tavolo dove il Presidente, in piedi con tutti i colleghi, l’ha nominata dottore in Tecniche Erboristiche con il punteggio di centodieci e lode, salutata con l’applauso non solo rituale del corpo accademico, dei parenti e degli amici.

In quel momento mi è venuta alla mente una sola immagine, di quando piccolina me la baloccavo tra le braccia. Ed ora era lì in toga nera a stringere la mano a tutti gli accademici, fino ad un momento prima suoi docenti.

Il resto è cronaca di ordinaria felicità, per tutti.

 

Dott.sa Alice 7

Posted on aprile 18, 2008 by Maurice

Da oggi ce n’è una in più.
Complimenti, figlia mia.

L’altra metà del cielo 8

Posted on aprile 08, 2008 by Maurice

Ho la fortuna di lavorare da anni insieme con mia moglie. Anche quando il mio lavoro era diverso, tutti i due lavoravamo fuori casa, con la sola eccezione di un anno durante il quale lei ha potuto permettersi di fare la casalinga. Forse è stato il nostro anno più bello che ancor oggi lei sogna.
Non mi ha stupito, quindi, il post di Ruben, ma parte da un presupposto sbagliato: non tanto dal sogno di fare la casalinga, ma dal sognare di fare l’ereditiera casalinga, "senza dipendere dal marito".

Nella società rurale i compiti erano ben definiti all’interno della famiglia: l’uomo lavorava i campi, la donna lavorava in casa per la famiglia, faceva tanti figli perché occorrevano braccia per lavorare i campi, accudiva all’orto, ed aiutava il marito direttamente durante la stagione in cui arrivava altra manodopera, come nella raccolta, facendo da mangiare per tutta l’azienda.
Solo con la rivoluzione industriale la donna ha seguito l’uomo in fabbrica, non tanto per emanciparsi, ma perché era l’industria che aveva bisogno della donna – come dei bambini – perché costava meno.

Poi è arrivata l’emancipazione femminile, con il corollario assolutamente sbagliato che se è solo l’uomo che lavora fuori casa, la donna che fa la casalinga non lavora ed è una mantenuta del marito.

Quando vendevo, alle mie interlocutrici casalinghe chiedevo sempre:  lei lavora anche fuori casa?
Non esistono le categorie dei lavoratori, quelli cioè che escono dalla porta al mattino, e dei non-lavoratori, quelli che passano il tempo fra le mura domestiche. Esistono quelli il cui lavoro è retribuito, e quelli che non sono pagati, ma entrambi lavorano.

Oltre che essere un fatto sociale, prima di tutto si tratta di un’impostazione culturale.
In una società culturalmente evoluta la casalinga è l’amministratrice dell’entità familiare. Io marito (ma potrebbe essere la moglie) che vengo retribuito per il mio lavoro fuori casa, porto tutta la mia busta paga alla moglie (ma potrebbe essere il marito) che dovrà amministrarla al meglio, facendo quadrare i conti, facendo trovare un ambiente domestico pulito e confortevole, provvedendo alle necessità proprie, del coniuge e dei figli, facendo tutto quello che, in definitiva, serve perché tutta la famiglia viva al meglio.

In una società culturalmente evoluta alla donna, che per qualsiasi motivo chiude con il proprio coniuge, deve essere garantito il diritto di reingresso nel mondo del lavoro (esterno) a qualsiasi età, eliminando anche quel concetto di subalternità economica all’uomo.

Allora "fare la casalinga" non significa castrazione, sudditanza, emarginazione. Lavorare in casa non significa allora essere relegata ad un ruolo di serie B, ma essere compartecipe in tutto e per tutto delle sorti della famiglia, essere comprimaria in un progetto, e significa soprattutto essere soggetto attivo – e non passivo – di una libera scelta.

Chi non ha presente tutto questo, e magari si proclama tanto difensore della vita e della famiglia, non fa nient’altro che prendere in giro la nostra metà del cielo.

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