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febbraio 05, 2011 by
Maurice
I ventenni e forse anche i trentenni non sanno neppure chi era Maria Schneider, ma chi ha qualche annetto in più se la ricorda, eccome! Nel '72 recitò a fianco di Marlon Brando nel suo primo grande lavoro, Ultimo Tango a Parigi (dove è nata, e morta giovedì scorso) di Bernardo Bertolucci, una pellicola che fece tanto scalpore per le sue scene hard che in Italia venne censurato e mandato al rogo. Tre anni dopo, diretta da Michelangelo Antonioni, fu la co-protagonista con Jack Nicholson di Professione Reporter, altro grande film che ho avuto la fortuna di vedere.
Maria Schneider era bellissima e non so chi in quegli anni non si sia innamorato di lei, uomini e donne; e difatti fece outing dichiarandosi bisex. Ragazzina spregiudicata ed anticonformista sul set e nella vita, per la mia generazione è stata un'icona della libertà sessuale, ma anche dei problemi interiori che hanno martoriato gli spiriti di quegli anni.
Erano gli anni della contestazione.
A Venezia era saltato il Festival Internazionale del Cinema ed era stato organizzato il contro-festival: registi, attori ed attrici portavano le loro pellicole nei vari cinema della città e poi si sedevano per terra nei campielli a discutere con tutti noi dei loro lavori. Lì ho incontrato Pasolini, Jean-Luc Godard, Ettore Scola, Marco Ferreri, Mastroianni, Marilù Tolo (splendida e profumatissima, seduta gomito a gomito vicino a me), Nanni Loi, Ugo Gregoretti, Ninetto Davoli, e tanti altri e altre.
Una sera Bertolucci portò una pizza con alcune sequenze di Ultimo Tango, appena girato, non ancora montato e senza sonoro. Ovviamente c'era la scena del termosifone e quella ancora più famosa del burro. Nel buio e nel silenzio più assoluto in sala scorrevano le scene scandalose di Maria e Brando.
Erano gli anni degli Hippies, del libero amore, ma sullo schermo non avevamo ancora visto nulla del genere – Helga del '67 era stata un'eccezione, Gola Profonda non era ancora stato girato e Tinto Brass serviva ancora a messa. Eppure le scene di Ultimo Tango sconvolsero tutti noi e, inutile dirlo, appena uscì nelle sale ci fiondammo a vederlo prima che la censura lo bloccasse. Era nato un mito.
Con Maria Schneider se ne è andato un altro pezzo della mia gioventù. Grazie, Maria, per averci comunque fatto sognare.
Tags: filmgioventùmiti
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Donne, Temps perdu
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dicembre 07, 2010 by
Maurice
Capita a volte che le parole si incontrino a centinaia di chilometri di distanza, parole fra persone che non si sono mai incontrate, o che si frequentino solo virtualmente. Ieri sera si parlava in famiglia del nostro lavoro; la figliola dottoressa e neo matricola – che nulla ha a che fare con il ristorante ed è proiettata verso tutt'altri lidi – butta lì un'idea per Natale, il mio Capo che la trova entisiasmante ("Proviamo, credo che possa avere successo"), ed io che ascolto in silenzio, finché non posso non intervenire: "Vi ammiro, donne, per l'entusiasmo che avete, io mi sento solo scazzato".
Riflettendoci ora, la differenza fra noi maschi e le donne sta tutta qui: le donne danno la vita (vabbé, anche noi diamo un piccolo contributo), sono loro che la perpetuano, solo loro che portano avanti un progetto ed anche nelle difficoltà sono loro che lottano, sempre, con caparbietà, magari illudendosi. O forse siamo noi maschi ad essere più saggi, a rinunciare ai progetti dopo aver passato sulla nostra pelle la disillusione di tanti progetti andati in fumo. Non lo so.
Leggo con particolare attenzione l'esperienza della Mamma in corriera e nelle sue parole ritrovo l'entusiasmo delle mie donne. Fermare il pulman e scendere per prendere un'altra strada, con coraggio, forse con un pizzico di incoscienza, "incrociando le dita". Queste sono le donne.
Non è che mi manchino i progetti. Parlando al telefono con un amico di blog, si è stupito della mia età: "Alla tua età hai ancora voglia di fare la valigia per venire a lavorare in un posto dove anche i caratteri alfabetici sono un mistero?". Sì, non mi fa paura il cirillico o l'indiano, non mi spaventa rimettermi in discussione, l'ho già fatto tante volte nella vita dimostrando a me stesso che ho le capacità intellettuali per dare il meglio.
Il problema è un altro, più profondo. Non economico – tanto non può andar peggio di così -, è dentro. Se va male, quanto tempo dovrà passare per smaltire la sbornia? Ed il tempo a disposizione non dura in eterno.
Tags: disillusioniillusioniprogetti
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Costume & Società, Donne
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marzo 27, 2010 by
Maurice
Approfitto del silenzio elettorale per tirare un profondo respiro e fare una parentesi negli argomenti trattati in questo blog. Per una volta lasciamo l’alta cucina e buttiamoci sul piccante, come su un piatto di penne all’arrabbiata. Partendo da lontano diciamo che
"gli Egizi si rasavano con creme a base di olio e miele. E non solo le donne: i sacerdoti, oltre a rasarsi i capelli, si depilavano in segno di rispetto verso le divinità. Corpi maschili depilati erano diffusi in Grecia (gli atleti) e a Roma: per le gambe usavano gusci di noce arroventati.
Ugualmente la pratica depilatoria è stata regolarmente adottata fra le varie popolazioni di cultura islamica. Fin dall’antichità classica, nei hamm?m, la pasta depilatoria più largamente diffusa è stata a lungo la cosiddetta n?ra, oggi sostituita da un impasto lavorato a caldo di succo di limone, zucchero e acqua.
Possono essere oggetto di depilazione tutte le parti del corpo eventualmente ricoperte di peli superflui o ritenuti tali. Tipicamente oggetto di depilazione sono, nell’uomo, oltre al volto, la zona pettorale e le gambe; nella donna, le ascelle, le gambe, le braccia, la c.d. "zona bikini" (ovvero l’inguine). Sempre più frequente è l’uso di depilare, parzialmente o integralmente, anche la zona del pube, sia nell’uomo che nella donna, prevalentemente come abitudine legata alla sessualità" (Wikipedia).
Personalmente mi sono depilato lì tre volte, la prima per l’appendicectomia, le altre due per le ernie inguinali ed onestamente non mi è piaciuta né la pratica né gli effetti estetici; capisco benissimo, quindi, le obiezioni femminili. Tutte le mattine però, nessuna esclusa, mi rado la barba: fa parte del rito quotidiano, come lavarmi i denti o farmi la doccia, non mi pesa, anzi mi mette in pace con me stesso e con gli altri.
Per una donna è differente. Avevo un aiuto cuoco donna che era più pelosa di me ed ero a disagio io per lei: tirate su le maniche della giacca, per un uomo è normale mostrare un po’ di pelo, meno bello se è una donna ad ostentare due braccia da gorilla. Ma sono casi tutto sommato isolati.
In genere la depilazione femminile si limita a gambe e pube. I pantaloni sono un grande aiuto per coprire la pigrizia o l’avversione alla ceretta. Diverso è il discorso per il pube, zona non esposta se non in particolari situazioni.
Le tendenze sono molteplici. Ci sono quelle "acqua e sapone" o della serie "come mamma m’ha fatta", categoria imperante fino a non molti anni fa. Poi ci sono le "brasiliane" o della serie "come mamma mi ha fatta e come sono stata fino alla pubertà", le cultrici del dopobarba maschile sulla pelle come il culetto dei bambini. C’è poi una terza categoria che definirei delle "artiste", quelle che ne fanno una scultura di vario tipo: la linea sottile verticale, il cespuglietto simbolico, la freccia in giù, la freccia in su, la barba di tre giorni, e chi più ne ha più ne metta.
Mi piacerebbe che a finire questo post fossero gli amici o, meglio, le amiche: la zona bikini va depilata o no? il vostro/la vostra partner come vi preferisce? se vi depilate, come preferite averla? Un suggerimento: non è necessario che parliate di voi, potete sempre parlare di un’amica
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Tags: depilazionemodescelte
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Donne
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maggio 18, 2009 by
Maurice
Alla mia età mio padre era in pensione già da cinque anni. Non che lo invidi, perché aveva raggiunto anticipatamente il traguardo grazie agli anni passati in guerra, però lui c’è arrivato, dopo una vita di sacrificio sul lavoro, e fuori. Non posso neanche invocarlo perché è ancora in mezzo a noi; fosse stato in cielo una preghiera gliel’avrei fatta.
C’è chi il Papi eterno se l’è cercato già su questa terra e spero tanto di tornare ad incarnarmi nella prossima vita – se i buddisti hanno ragione – in un corpo femminile, ed anch’io cercherò un Papi che mi faccia la grazia di una poltroncina, basta anche da sottosegretario, o una particina in una fiction su un qualche canale. Se invece di vita ne abbiamo una sola a disposizione, spero tanto che il Papi eterno "faccia per i miei figli quello che non ha fatto per me".
Ma c’è anche chi, non essendo una buonadonna o figlia di una buonadonna, si è fatta e si fa un mazzo così per arrivare dove voleva arrivare, e pare che ci arrivi.
Era ancora al liceo che Samantha voleva diventare un’astronauta. Primogenita di una coppia di albergatori, primi cugini nostri, si incontrava raramente in paese: medie e superiori a Bolzano e negli Stati Uniti, università in Germania, Accademia militare a Pozzuoli, tornava in valle qualche giorno d’estate. In uno di questi rari incontri, ancora ragazzina mi confidò di voler fare l’astronauta, la prima donna astronauta italiana. L’ultima volta mi raccontò di essere appena tornata da Houston, Texas, dove aveva fatto un corso per Top Gun.
Sabato tutti i giornali hanno riportato la notizia che dopodomani saprà a Parigi se il suo sogno si coronerà: fra 8500 aspiranti Samantha è fra i primi dieci, unica donna, e per di più italiana. Ovviamente la sua pagina su Facebook è stata subito invasa dai messaggi degli amici ed ha dovuto uscire dal social network.
Di donne come lei ce n’è una su un milione, forse. Per potersi iscrivere alla facoltà di ingegneria in Germania ha dovuto farsi un periodo propedeutico come operaia in una fabbrica tedesca. Quante figlie di Papi hanno fatto altrettanto?
Anche questa è l’Italia, quella che non sculetta in tv e non va sotto le scrivanie, quella che studia, fa il suo lavoro in silenzio, quella che si fa un mazzo così anche al servizio dello Stato. Brunetta, prendi nota.
Tags: Samantha Cristoforetti
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Costume & Società, Donne
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settembre 10, 2008 by
Maurice
Sarà, ma non ci credo molto, anche se lo giurano i sondaggi: nella classifica degli uomini più sexy al primo posto ci sono i cuochi.
Nella speciale graduatoria dei latin-lover, gli chef (primi tra le preferenze femminili con il 34%) sono seguiti dagli imprenditori (19%), ricchi e attraenti, anche se biasimati perché troppo attenti al proprio aspetto estetico. Seguono i militari (16%), che evidentemente ancora esercitano il fascino della divisa. Al quarto posto, il veterinario (10%), forse associato alla figura di un uomo tenero e coccolone, spesso a contatto con i cuccioli. A chiudere la classifica il pompiere (8%), simbolo di protezione e coraggio.
Questo secondo una ricerca di Esperya, commentata ieri da Eleonora Cozzella per Kataweb (EC, anche tu sei d’accordo con questa classifica?).
Beh, sicuramente noi cuochi siamo proprio belli nelle nostre divise, quando sono ancora pulite ad inizio giornata; se ci mettiamo quel pizzico di civetteria – che i militari non possono permettersi – come la fascietta, la bandana, la giacca nera o qualunque altro amennicolo, il miracolo è compiuto.
Ci sappiamo pure fare. Con le mani siamo insuperabili, abituati a massaggiare pezze intere di bovino come a comporre delicate mousse, quindi nella fantasia femminile cosa possono fare quelle mani sul e dentro un corpo palpitante è presto detto.
Aggiungiamoci pure la fantasia che fa parte del bagaglio professionale: se sappiamo trasformare una banale insalata in un capolavoro di gusti, profumi e colori, cosa possiamo fare tra le lenzuola o su un tavolo da cucina!
E poi c’è sempre la maestria del palato, che inizia con le labbra, continua nella lingua per finire dentro il corpo. Insomma, saper cucinare è sinonimo di gusto, goduria, piacere, il più primitivo, il fondamentale da quando mondo è mondo, quello del mangiare e del far sesso.
A completare il tutto nello chef non può mancare la cultura che, ringraziando Iddio, sta debordando dalla semplice conoscenza culinaria verso orizzonti a 360 gradi, ponendoci tra i maître à penser più ricercati (volete che dissertiamo sul ponte di Calatrava o sulla controriforma luterana?).
Questo mix di sex-appeal non poteva che portare a noi cuochi, categoria bramata dalle donne italiane.
Facendo quattro rapidi calcoli, sapendo che la metà dei miei ospiti è femminile, per qualche migliaio di fanciulle e signore che passano tra i miei tavoli dovrei avere un carnet di appuntamenti più grosso di una Moleskine. L’unica cosa che non mi torna è che il mio telefonino è sempre muto e la mia casella di posta elettronica è piena solo di spam.
Come per altri aspetti, mi sa che per le donne il sesso con lo chef è un desiderio puramente virtuale.
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Costume & Società, Donne