Archive for the 'Donne' Category

Apr 20 2008

La laureata

Published by Maurice under Donne

Alle 9 e mezza di venerdì è finito un altro ciclo per tutti noi: con la proclamazione a neo-dottoressa anche la “piccola” ha raggiunto il suo traguardo.
Avevo già assistito alla discussione della tesi di laurea di mio cognato, ingegnere a Bologna. Altri anni, forse, ma allora era sembrata più una interrogazione che l’ufficializzazione della fine di un percorso universitario. Non mi aspettavo quindi così tanta pompa magna per mia figlia.

Memore dei venti minuti accademici, non mi sono scapocollato più di tanto per arrivare in orario alle 9, ora fissata per l’inizio; oltretutto la pioggia insistente su una Perugia umida e pressoché sconosciuta, e la mancanza di parcheggi nelle immediate vicinanze della Facoltà mettevano una certa pigrizia in tutti noi.
Comunque eravamo in orario, ma ancora più puntuali erano gli undici commissari d’esame, già tutti accomodati nelle loro toghe solenni attorno all’enorme tavolo dell’aula magna, sotto i gonfaloni dell’Università ed il maxi schermo predisposto per la presentazione in PowerPoint. Undici professoresse e professori che davano l’impressione di una giuria di tribunale più che di un collegio accademico, seduti sui loro scranni in quella che una volta era l’abside della chiesa dei Cappuccini.

Pochi secondi per accomodarci ed alle 9.06 il Presidente ha dato il via alla cerimonia di laurea, chiamando la laureanda ad accomodarsi al leggio per iniziare l’illustrazione della sua tesi sull’Euphorbia. Dalla regia sono state abbassate le luci in tutta la sala, lasciando appena illuminati solo la candidata sul suo podio e gli emeriti capoccioni giudicanti.

Devo ammettere che l’emozione mi strizzava lo stomaco: al posto di mia figlia non sono sicuro se avrei saputo non tradire la strizza, intimorito dalla solennità del luogo e dalla platea che pendeva dalle mie labbra. Guardavo i professori, cercavo di indagare i loro sguardi attenti per individuare eventuali tracce di dissenso o di disapprovazione, guardavo mia figlia che tranquillamente e con sicurezza faceva scorrere le dia senza alcuna incertezza o emozione nella voce, e mi pareva di assistere ad un seminario di ricercatori ad alto livello.

Formule chimiche, frecce, riferimenti, diagrammi non tutti comprensibili a noi poveri umani si susseguivano sullo schermo: tutto assomigliava ad un simposio nazionale e lei, mia figlia, era lì a catturare su di sé tutta l’attenzione degli studiosi e del pubblico.

In venti minuti è riuscita a sintetizzare il suo corso di studi. Le luci sono state riaccese ed è iniziata la discussione con i calorosi complimenti di una professoressa che ritenevo fosse la sua relatrice; ed invece – ho saputo dopo – era la controrelatrice, segno che la figliola aveva centrato in pieno l’obiettivo. Un altro paio di interventi (di cui uno un po’ banale sul peperoncino) e tutti siamo stati invitati ad abbandonare l’aula.

Solo pochissimi minuti per i primi complimenti alla quasi laureata prima di essere riammessi. Pochi minuti in cui la preziosa e deliziosa cugina mi ha spiegato che la commissione era composta da undici cattedratici perché ognuno aveva a disposizione 10 punti, per un totale di centodieci. Se al nostro rientro i professori fossero stati seduti, la votazione sarebbe stata incerta, ma se fossero stati in piedi avrebbe significato che il neo dottore veniva considerato fuori della norma e l’intera comunità di scienziati rendeva omaggio al nuovo collega, in piedi appunto, come segno di accoglimento nella loro categoria. Sarebbe stata la lode.

Un solerte assistente della Facoltà metteva velocemente sulle spalle della neo dottoressa la solenne toga dappreggiata di verde e veniva riaperta la pesante porta intarsiata in legno. Potevamo rientrare.
Con passo deciso, Alice si è avviata lungo il corridoio centrale fin davanti al tavolo dove il Presidente, in piedi con tutti i colleghi, l’ha nominata dottore in Tecniche Erboristiche con il punteggio di centodieci e lode, salutata con l’applauso non solo rituale del corpo accademico, dei parenti e degli amici.

In quel momento mi è venuta alla mente una sola immagine, di quando piccolina me la baloccavo tra le braccia. Ed ora era lì in toga nera a stringere la mano a tutti gli accademici, fino ad un momento prima suoi docenti.

Il resto è cronaca di ordinaria felicità, per tutti.

 

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Apr 18 2008

Dott.sa Alice

Published by Maurice under Donne

Da oggi ce n’è una in più.
Complimenti, figlia mia.

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Apr 08 2008

L’altra metà del cielo

Published by Maurice under Donne

Ho la fortuna di lavorare da anni insieme con mia moglie. Anche quando il mio lavoro era diverso, tutti i due lavoravamo fuori casa, con la sola eccezione di un anno durante il quale lei ha potuto permettersi di fare la casalinga. Forse è stato il nostro anno più bello che ancor oggi lei sogna.
Non mi ha stupito, quindi, il post di Ruben, ma parte da un presupposto sbagliato: non tanto dal sogno di fare la casalinga, ma dal sognare di fare l’ereditiera casalinga, "senza dipendere dal marito".

Nella società rurale i compiti erano ben definiti all’interno della famiglia: l’uomo lavorava i campi, la donna lavorava in casa per la famiglia, faceva tanti figli perché occorrevano braccia per lavorare i campi, accudiva all’orto, ed aiutava il marito direttamente durante la stagione in cui arrivava altra manodopera, come nella raccolta, facendo da mangiare per tutta l’azienda.
Solo con la rivoluzione industriale la donna ha seguito l’uomo in fabbrica, non tanto per emanciparsi, ma perché era l’industria che aveva bisogno della donna - come dei bambini - perché costava meno.

Poi è arrivata l’emancipazione femminile, con il corollario assolutamente sbagliato che se è solo l’uomo che lavora fuori casa, la donna che fa la casalinga non lavora ed è una mantenuta del marito.

Quando vendevo, alle mie interlocutrici casalinghe chiedevo sempre:  lei lavora anche fuori casa?
Non esistono le categorie dei lavoratori, quelli cioè che escono dalla porta al mattino, e dei non-lavoratori, quelli che passano il tempo fra le mura domestiche. Esistono quelli il cui lavoro è retribuito, e quelli che non sono pagati, ma entrambi lavorano.

Oltre che essere un fatto sociale, prima di tutto si tratta di un’impostazione culturale.
In una società culturalmente evoluta la casalinga è l’amministratrice dell’entità familiare. Io marito (ma potrebbe essere la moglie) che vengo retribuito per il mio lavoro fuori casa, porto tutta la mia busta paga alla moglie (ma potrebbe essere il marito) che dovrà amministrarla al meglio, facendo quadrare i conti, facendo trovare un ambiente domestico pulito e confortevole, provvedendo alle necessità proprie, del coniuge e dei figli, facendo tutto quello che, in definitiva, serve perché tutta la famiglia viva al meglio.

In una società culturalmente evoluta alla donna, che per qualsiasi motivo chiude con il proprio coniuge, deve essere garantito il diritto di reingresso nel mondo del lavoro (esterno) a qualsiasi età, eliminando anche quel concetto di subalternità economica all’uomo.

Allora "fare la casalinga" non significa castrazione, sudditanza, emarginazione. Lavorare in casa non significa allora essere relegata ad un ruolo di serie B, ma essere compartecipe in tutto e per tutto delle sorti della famiglia, essere comprimaria in un progetto, e significa soprattutto essere soggetto attivo - e non passivo - di una libera scelta.

Chi non ha presente tutto questo, e magari si proclama tanto difensore della vita e della famiglia, non fa nient’altro che prendere in giro la nostra metà del cielo.

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Set 08 2007

3, il numero perfetto

Published by Maurice under Donne

Stavo per tirare giù la serranda del Bistrot quando arriva col suo passo sinuoso da tacco 12 la Franca (v. pagina Persone nel Bistrot). Per me ha visto troppe volte Roger Rabbit. "Che ci fai da queste parti a quest’ora?" "Ce l’hai ancora quel Traminer di Novacella, chef?" jessica1.jpg Capisco che non ha di meglio di fare, così me la sorbo. Verso due calici di nettare altoatesino e ci sediamo vicino alla finestra. "Ti dispiace se chiudo?" "Chef, questa è casa tua" Dò una mandata alla serratura della porta e mi siedo di fronte a lei. Ho già spento le luci e restiamo a contemplare i nostri bicchieri alla debole luce che filtra dalle tendine. "Senti, Franca. Una mia amica di blog, la Meringa…" "Quella che aveva il panzone?" "Sì, la Meringa mi dice che non parlo di sesso". "Vuoi far sesso con me, eh Maurice?" (noto che siamo passati dal titolo al nome) "No, Franca, cioè magari. Il punto non è questo. Tu che sei donna, spiegami una cosa: l’hai mai fatto con un’altra? Cioè, se tu fossi sposata…" "Ma allora mi odi, chef". "No, volevo dire: se tu fossi sposata, e tuo marito di chiedesse di farlo in tre, ti incazzeresti?" La Franca guarda nel fondo del Traminer, tace, ma poi comincia a sbottonarsi. Non sono sposata, ma non sono una suora, qualcosa faccio anch’io quando capita. Sì, una volta mi è capitato di farlo con un’altra donna: non quelle stupidaggini che si fanno a tredici anni, una cosa vera, capisci? Non sono una lesbica, intendiamoci, anche se non ci sarebbe nulla di cui vergognarsi. Ma è capitato così… non ti spiego i particolari, sennò magari ti ecciti, perché so come siete voi uomini: diciamo che è capitato. E’ stato pure bello. (sorseggia un altro goccio di Traminer) Se fossi sposata e mio marito mi chiedesse di farlo a tre? Mah, vorrei capire perché. Forse non gli piace come lo faccio io, o forse vuole avere un altro termine di paragone; no, questo no, non sposerei mai un verginello. O forse vorrebbe una nuova emozione, un facciamolo strano, o forse vuole tradirmi diciamo alla luce del sole, senza doverlo poi nascondere. La faccenda non è molto chiara. Per una volta si potrebbe anche fare, perché no? Ma se poi si innamora dell’altra? E se mi innamorassi io? Chef, che casino mi chiedi? Senti, giriamo la domanda: se fosse tua moglie a chiederti di farlo a tre, con un altro? Eh, cosa faresti? Lasciamo perdere, ho già mal di testa.

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Ago 08 2007

Sale q.b.

Published by Maurice under Donne, Costume

Ho sempre sostenuto che le democrazie nordiche sono qualche passo avanti rispetto a tutti gli altri popoli, e se non fosse per le loro lingue impossibili forse non sarei qui a scrivere questo post. La notizia di oggi conferma ed aumenta la mia stima per quei popoli e mi renderà odioso alla metà del cielo dei blog. Il governo norvegese, non Men’s Health, ha istituito una commissione di saggi per discutere e decidere le misure opportune per le pari opportunità maschili. brigata-2.jpgChi mi segue da tempo penso non abbia dubbi sulla mia ferma convinzione che il Padre Eterno, o Madre Natura per chi non crede, ha fatto l’uomo e la donna diversi e complementari, ma di pari dignità a tutti gli effetti, dando ad una parte ed all’altra diverse funzioni per la generazione e la conservazione della specie. Non sto qui a ripercorrere tutto il percorso femminista, dalle suffragette ad oggi, perché mi viene la nausea a ripensarci. Non più tardi di tre giorni fa Jo, recensendo un libro, tornava sull’argomento ed io commentavo: "Senza aver tante lauree, io da tempo vado sostenendo che la coppia etero non ha futuro. Sempre più la donna farà da sola, in aperto antagonismo con l’uomo; da qui sarà sempre più diffusa l’omosessualità femminile". Ora la Norvegia, per prima, si è accorta che i veri discriminati sono gli uomini. Si potrebbe obiettare che, come in tutte le cose, da un eccesso si passa all’estremo opposto, per trovare infine una soluzione equa per tutti. Se fosse così mi starebbe bene. Come diceva Kierkegaard (guarda caso nordico anche lui!), bisogna toccare il fondo per resuscitare a nuova vita, ma ho la vaga impressione che - soprattutto da noi - il cammino sia ancora molto ma molto lungo. Quindi non resta che aspettare, sperando che almeno i miei figli vedano una nuova era. Nel frattempo è balenata nel mio bacato cervello una ipotesi: non è per caso che la vera guerra dei sessi sia sempre stata una guerra all’interno del sesso femminile? Guerra fra madre e figlia, tra figlia e madre, tra nuora e suocera, tra suocera e nuora, tra collega e collega, per determinare la supremazia del potere femminile nella società? E che la guerra tra uomo e donna non sia nient’altro che un diversivo dal vero obiettivo? Perché, diciamolo onestamente, di potere l’uomo ne ha avuto e ne ha ben poco: la donna fa finta di essere scelta, ma sappiamo benissimo che è lei che sceglie lui, che anche il più macho alla fine fa quello che vuole lei, sempre. Negli ultimi tempi, poi, l’uomo - già rincitrullito per suo conto - ha deciso di catturare la donna entrando nel suo stesso campo: via i peli superflui, avanti con il bisturi e la plastica, orecchini e trucco (non scherzo: una volta la mia estetista mi ha proposto lo smalto alle unghie e il rimmel). Pari opportunità, almeno in Norvegia, anche per l’uomo, dunque. Forse si sono accorti che una donna imbecille che comanda fa gli stessi danni di un uomo imbecille. Non è questione di X o Y, è sempre e solo questione di sale nella zucca. Come si dice in cucina, sale q.b.: se non ce n’é sia il riso sia la minestra sono insipide.