Sono cresciuto in un quartiere rosso di una regione bianca in anni in cui le ideologie contavano ancora. L’appartenenza di classe era materialmente visibile tutte le mattine, oltre che per la cartella da cui spuntava la bottiglietta di vino che accompagnava il pranzo quotidiano in fabbrica (le mense non erano ancora previste dagli accordi sindacali), anche per la copia de l’Unità ben ripiegata in tre che faceva capolino dalla tasca del giaccone. A quei tempi, ritenevo, l’editoriale del quotidiano fondato da Antonio Gramsci veniva imparato a memoria ogni mattina dai tesserati alla falce e martello, per essere spiattellato tale e quale in ogni discussione. Il verbum della "centralità democratica" si diffondeva tra i milioni di militanti comunisti, e da questi in tutto il paese. Oltre che assurdo – per noi che con un piede stavamo dall’altra parte e con l’altro sempre alzato per andarcene dove la coscienza ci avrebbe poi portato – era frustrante: ogni tentativo di instaurare con costoro un confronto mentalmente aperto si scontrava sempre con slogan e frasi fatte, coniate alle Botteghe Oscure.
Le cose sono andate come poi sappiamo tutti: la caduta del muro, tangentopoli, la dispora dei partiti tradizionali, l’abiura di ogni forma di ideologia e l’abbandono delle "parole d’ordine". Per il politically correct oggi non esiste più il padrone, sostituito dall’imprenditore e dal datore di lavoro, o il proletariato sostituito dal ceto produttivo.
Già allora, però, neppure la destra fascista di Almirante parlava di Togliatti o di Berlinguer come di bolscevichi. Passato il ‘48 senza che i compagni avessero tirato fuori dai granai i moschetti, banchettato con i bambini o abbeverato i cavalli cosacchi nelle fontane vaticane, il dibattito politico più acceso si sciorinava tra un "dissento con Lei, on. Almirante" e "non possiamo convenire con le tesi dell’on. Berlinguer". Avrebbe dovuto venire la rivolta studentesca del ‘68 per riaccendere il vocabolario della lotta politica.
L’eredità "bolscevica" è stata raccolta nella seconda repubblica dal "partito" più anticomunista di tutti, nato e trasformato nel tempo da quel cavaliere di Arcore, sceso in campo – parole sue – per difendere i propri interessi dalle orde comuniste, anticapitaliste e liberticide.
Come allora ogni mattina parte la velina che la fedele truppa a piedi e a cavallo impara a memoria e ripete ossessivamente (ma ci credono a quello che dicono?) ai microfoni di tutti i tiggì, in tutte le platee e su tutti i palchi. Sentito uno, sentiti tutti.
Va poi a finire come la marea di spot in mezzo ai film: come partono i consigli per gli acquisti scatta il ditino sullo zapping. Nessuno si ricorda quale shampoo usa la tale attrice o quale auto scappa dalle macchie di vernice. Neppure Totti o Aldo-Giovanni e Giacomo si sottraggono alla dura legge della sclerosi pubblicitaria: rimane Totti per tutti, ma quale sia il gestore telefonico rimane un mistero.
Per scappare dal totalitarismo gli eroi di oggi ne hanno fondato uno nuovo, che sa però tanto di vecchia moda ammuffita. La sveglia ha suonato, è ora per tutti di svegliarsi ed andare a lavorare. Un paese aspetta di correre e raggiungere gli altri: per gli slogan è rimasto solo Achmadinejad.
Nei sondaggi non ammaestratiad usum delphini Berlusconi ed il governo sono in caduta libera: gabinetto al 38%, PdL al 43% e premier al 44%, i dati più bassi dal maggio 2005. Forse anche per questo il nostro eroe è un po’ nervosetto e neanche il Milan riesce a tirarlo su (solo la punturina per le occasioni importanti di palazzo Grazioli-D’Addario). Aldilà delle battute basta girare un po’ fra la gente per capire che il vento sta girando. Passando tra i tavoli del ristorante in questi due ultimi giorni ho captato al volo frasi per nulla criptate e significative del malumore che il pateracchio delle elezioni regionali ha fatto esplodere. La gente, intendo quella che finora ha votato per il governo in carica, non ha accettato soprattutto il decreto legge della notte dei Lunghi Coltelli: ma come – dicono tutti – da noi vogliono la puntualità rigorosa nel presentare la denuncia dei redditi o nel pagare le tasse, e loro possono fare quello che vogliono, fare e disfare date ed ore, mettere o non mettere timbri e firme.
Quella che sembrava una cavillosità per master in giurisprudenza si sta rivelando il tallone d’Achille di questo esecutivo. La gente ha capito benissimo che non ci sono toghe rosse o bolscevichi che ordiscono gomblotti, ma solo incompetenti che vorrebbero guidare le città, le province, le regioni e la Nazione, ed invece non sono capaci di fare (il famoso "fare") neppure le cose più elementari, come riempire dei moduli e consegnarli in tempo.
Anzi, la gente se ne frega delle pseudo giustificazioni o del tentativo di scaricare sugli altri le responsabilità delle proprie inettitudini: stavolta la solita strategia dello scarica barile non sta reggendo, cifre alla mano. Segno importante, perché dimostra che la gente – sempre quella – ha smesso di credere religiosamente negli slogan e si sta interrogando razionalmente sulle capacità della squadra che ci comanda.
Forse anche in questo ci stiamo americanizzando. Negli Stati Uniti il reato peggiore di cui può macchiarsi un politico, ed un presidente per primo, è mentire anche sul privato, come avvenne per Clinton; da noi la gente sta dimostrando che crede ancora in un minimo di regole uguali per tutti, che non può esistere una legge per i sudditi ed una diversa per il re. Ed il re non ha il potere di crearsi le regole a proprio uso e consumo, neanche se lo decide un Parlamento ammaestrato e sono sottoscritte da un Quirinale messo all’angolo.
Insomma, passi per il fallaccio a piedi uniti o per il fallo di mano in piena area o per il rigore non concesso, tutta roba per le discussioni al bar Sport, ma quando l’arbitro fischia la fine della partita questo vale per tutti. Cambiare le regole a partita conclusa non è concepibile, neppure per il tifoso più sfegatato.
Assistiamo al can-can di questi giorni su decreti ad listam, corsi e ricorsi, come farebbe tutto sommato un tifoso juventino di fronte ad un contestato derby della Madunina: non essendo coinvolto nel voto, delle fattispecie in questione non me ne può importare più di tanto, se non come normale cittadino italiano, osservante rigoroso della scadenza della patente, della carta d’identità, del termine ultimo per pagare il canone Rai ed il bollo automobilistico, eccetera. Di fronte ad una soluzione che sarebbe stata semplice – se per una volta, una volta sola, il premier avesse messo via l’arroganza di sempre ed avesse assunto in pieno su di sè, come ogni grande condottiero, con umiltà, le responsabilità dei suoi galoppini distratti e/o affamati – non ci troveremmo ora di fronte ad una crisi che si va involvendo sempre di più. Come una matassa di lana infeltrita, che più la mano maldestra cerca di dipanare e più si aggroviglia. Alla fine bisognerà rassegnarsi e decidersi a tagliare il filo.
" Nessun nemico della Seconda Repubblica sarebbe riuscito ad inventare un piano per delegittimarla più perfetto di questa manifestazione involontaria di dilettantismo", afferma Massimo Franco sul Corriere, incolpando gli "esperti giuridici" della presidenza del Consiglio.
Credo che bisogna fare una distinzione.
Ogni ministero ha un suo staff di burocrati (nel senso migliore del termine) che fa il "lavoro sporco", indipendentemente da chi occupa la poltrona pro tempore: sono quelli che preparano tecnicamente i testi di quelle che diventeranno leggi. In Francia questi posti sono occupati da gente che proviene dall’ Ecole National d’Administration, giovani laureati "in burocrazia", preparati appositamente a far funzionare l’apparato pubblico. Da noi qualcosa del genere non esiste, e si entra al ministero per concorso, imparando poi sul campo come funziona la macchina statale.
Sono i portatori di palla, quelli che non entrano nelle classifiche dei marcatori, che macinano chilometri e chilometri di campo su e giù, per permettere all’attaccante (premier o ministro) di fare gol.
Poi ci sono i consiglieri privati, quelli che seguono il capo quando è sull’altare e cadono con lui nella polvere: li potremmo definire i precari della politica, quelli che sono dentro la buca del suggeritore e che qualche volta hanno il momento di gloria se l’attore decide di mostrarli al pubblico. Se i burocrati sono i geometri, i consiglieri "esperti" sono gli ingegneri e gli architetti, quelli che ideano il progetto, lasciando ai "tiralinee" di mettere nero su bianco, anche se il progetto si vede benissimo non starà mai in piedi.
Ora, nel gran casino combinato dagli "esperti" del PdL c’è il feldmaresciallo Ghedini che, se una laurea l’ha conquistata (ed a questo punto nasce qualche dubbio in proposito), certamente l’ha presa in offerta speciale alla Cepu. Per il bene che voglio al premier, già gli consigliavo di trovarsi qualcosa di meglio per farsi difendere. Se non fosse che ne va di mezzo tutto il Paese, a questo punto meglio augurarsi che non cambi mai i consigliori. Solo Dio può salvarlo dagli amici.
Un programma come Presa Diretta di Riccardo Iacona mi fa solo incazzare. Prendiamo l’ultima puntata su "Sole vento alberi" dove è stata presa in esame la situazione delle energie alternative in Germania. Più scorrono le immagini sullo schermo e più mi incazzo. In soli dieci anni, da quando cioè il parlamento tedesco ha approvato a larghissima maggioranza la legge sulle energie rinnovabili, il paese sta rivoluzionando nei fatti e nelle menti dei cittadini il concetto di approvigionamento energetico. Abbandonata la via nucleare, la Germania sta affrancandosi anche dalla dipendenza del petrolio, dopo aver creato dal nulla 750 mila nuovi posti di lavoro.
La domanda che mi pongo è molto semplice: perché loro sì e noi no? Perché il governo tedesco di centrodestra lo ha fatto e noi no?
Le foto pubblicate su questo blog provengono in gran parte da Internet. Qualora l'autore della foto fosse contrario a questo uso, è pregato di segnalarlo immediatamente all'amministratore del blog che procederà a ritirarla.